Fotovoltaico. È ancora caos per chi pensa di investire

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Fotovoltaico. È ancora caos per chi pensa di investire

Energia alternativa sì o no? La normativa cambia, il Governo è in disaccordo, gli imprenditori ne fanno le spese e gli investimenti si bloccano. Il conto energetico non torna e vengono accusati gli imprenditori “furbetti”, che hanno investito troppo velocemente

Primo elemento: il decreto legislativo n. 28 del 3 marzo 2011. La normativa d’urgenza del Governo piomba come un fulmine a ciel sereno su tutto il settore. Viene infatti deciso direttamente nel Consiglio dei Ministri che il Conto Energia approvato ad agosto 2010, che fissava per gli investimenti nel settore fotovoltaico fino al 2013 una quota definita di incentivi, deve essere  rivisto e la normativa varata appena dieci mesi fa verrà considerata invece valida solo per quegli impianti il cui allacciamento alla rete energetica nazionale sarà conseguito entro il 31 maggio 2011. Due anni prima del termine precedentemente fissato.

Secondo elemento: le giustificazioni. Dal Ministero dello Sviluppo Economico viene sottolineato che il settore del fotovoltaico ha avuto una crescita inaspettata e con quasi nove anni di anticipo rispetto all’obiettivo prefissato, il 2020, ha già assorbito tutta la disponibilità di cassa prevista per gli aiuti. Il tutto fa inoltre saltare il piano di investimenti economici di lungo termine a sostegno delle rinnovabili elaborato dallo Stato, che a questo punto si troverà a fare i conti, nel lungo periodo, con il divario portato in brevissimo tempo già al massimo suo esponenziale, fra il costo di acquisto dell’energia dai produttori (ai quali viene appunto garantito con il bonus del 2010 un surplus) e il prezzo effettivo di mercato dei Kilowatt acquistati. In più, viene ribadito, questa situazione potrebbe condizionare a cascata tutti gli incentivi previsti per gli altri settori bioenergetici.

 

Le accuse agli imprenditori

È il caos più totale. Il Governo, con il Ministro Prestigiacomo in testa, accusa infatti “i furbetti” di aver speculato sulle risorse messe a disposizione dallo Stato. Fatto sta che l’obiettivo che si voleva raggiungere nel 2020 – tarato, possiamo pensare a questo punto, sulla lentezza di reazione da parte del privato cittadino considerato, nonostante i suoi buoni propositi ecologici, tradizionalmente restio ad affrontare consistenti spese di ristrutturazione – sembra invece esser stato disturbato dall’arrivo dei grandi capitali, anche esteri, che hanno volto decisamente a proprio favore il vantaggio previsto dal sistema dei bonus nel settore fotovoltaico. In altre parole questo significa che a Palazzo Chigi  ci si confronterà non tanto con il “conto” presentato dal comune cittadino che ha impiantato il sistema fotovoltaico sul tetto di casa, quanto con quello presentato invece da chi con investimenti molto più robusti – convertendo ad esempio grandi appezzamenti agricoli in aree di produzione di fotovoltaico –  si è assicurato, attraverso il meccanismo degli incentivi, margini di produttività del capitale decisamente interessanti.  Questi ultimi sarebbero i furbetti additati dal Ministro dell’Ambiente, e ci si domanda a questo punto chi siano i tonti. Ma è un’altra faccenda.  Si potrebbe sottolineare che le problematiche sollevate e corrette dal decreto del 3 marzo scorso potevano esser elaborate anche dai numerosi uffici tecnici governativi che hanno predisposto la precedente normativa; ma tutti, a quanto pare, sbagliano.

Le ripercussioni sui produttori e sull’indotto

In attesa dei decreti attuativi del decreto, promessi entro il 30 aprile prossimo, ma forse già pronti per il 10 di questo mese, che spiegheranno la  rimodulazione dei criteri, dei parametri e delle quote a decorrere dal 1° giugno 2011, insieme alla definizione di un  tetto massimo di energia derivante da tale fonte incentivabile, la polemica ovviamente  infuria.
In un periodo in cui si stanno infatti vivendo gli effetti devastanti di ipotesi errate in altri settori energetici, come con il nucleare in Giappone, dove calcoli di previsioni errate stanno  generando un disastro ambientale di proporzioni disumane, ci si chiede se aver sbagliato l’ottimizzazione nella distribuzione degli incentivi nel settore fotovoltaico, con il conseguente  lieve incremento nei costi della bolletta del cittadino, sia stata sciagura sufficiente per giustificare il sovvertimento del quadro giuridico di riferimento di tutto il settore.  
Davanti alle nuove decisioni, immediate sono state invece le ripercussioni sull’intera filiera di produzione.  Come ha avuto modo di sottolineare il Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini “gli incentivi alle rinnovabili hanno fatto nascere 85.000 imprese e 150.000 posti di lavoro, a differenza di altre forme di agevolazione ben più costose che di fatto si traducono in meri sussidi senza generare né sviluppo economico, né occupazione”. In un periodo di stagnazione economica, gli 826 milioni di finanziamento per gli incentivi  che in questo settore sono però riusciti a generare un consistente aumento di produzione di tutto l’indotto economico affiancato non dovrebbero essere così preoccupanti, se si pensa che il solo settore dei trasporti aerei beneficia  di  agevolazioni per  1.614 milioni di ‘sconto’ sulle accise dei carburanti tradizionali.
Ammesso quindi, conti alla mano,  che nel 2010 il fotovoltaico sia costato circa 7,4 euro a famiglia e che senza una “rigorosa” risistemazione del settore la stessa famiglia possa arrivare a spendere nel 2020 circa 20 euro (sempre l’anno), viene da pensare se il Ministro Romani o il Ministro Prestigiacomo si siano accorti che parcheggiare a Roma costa al cittadino un ticket di circa 1 euro l’ora per occupare temporaneamente una porzione di suolo pubblico che teoricamente dovrebbe esser suo di diritto.

Le novità del decreto della discordia

Comunque il decreto Romani prevede anche alcune interessanti novità sul fotovoltaico fra cui l’introduzione di una nuova “Procedura abilitativa semplificata” per installare impianti alimentati da fonti rinnovabili e ammette, in un numero consistente di situazioni, che per l’inizio lavori sia sufficiente una semplice comunicazione al Comune di appartenenza; altro punto saliente è che si riduca a 90 giorni il termine di conclusione del “procedimento unico” da parte delle amministrazioni competenti a cui sono assoggettati tutti gli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Una particolare attenzione è ovviamente riservata alle caratteristiche degli  impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole, che tanto hanno alimentato i rimproveri ministeriali. L’accesso agli incentivi statali è consentito infatti a condizione che la potenza nominale di ciascun impianto non sia superiore a 1 MW e, nel caso di terreni appartenenti al medesimo proprietario, che detti impianti siano collocati ad una distanza non inferiore a 2 chilometri uno dall’altro; non dovrà comunque esser destinato all’installazione degli impianti più del 10 per cento della superficie del terreno agricolo nella disponibilità del proponente. Limiti che non vengono applicati ai terreni abbandonati da almeno cinque anni e agli impianti solari fotovoltaici con moduli collocati a terra in aree agricole che abbiano conseguito il titolo abilitativo entro la data di entrata in vigore del decreto o per i quali sia stata presentata richiesta per il conseguimento del titolo entro il 1° gennaio 2011, a condizione in ogni caso che l’impianto entri in esercizio entro un anno dalla data di entrata in vigore del decreto stesso.
Elemento invece di quasi sicuro supporto per l’indotto di settore sono le disposizioni che nel  decreto in questione disciplinano la normativa per la costruzione di nuovi edifici o la ristrutturazione rilevante di strutture abitative già esistenti. Qualora infatti non si proceda a predisporre l’utilizzo  di fonti rinnovabili per la copertura dei consumi di calore, di elettricità e per il condizionamento degli stabili, verrà negato il rilascio del titolo edilizio.
È poi resa obbligatoria la certificazione energetica degli edifici. Nei contratti di compravendita o di locazione di edifici o di singole unità immobiliari dovrà infatti  essere inserita un’apposita clausola con la quale l’acquirente o il conduttore daranno atto di aver ricevuto le informazioni e la documentazione in ordine alla certificazione energetica degli edifici. Nel caso di locazione, la disposizione si applica solo agli edifici e alle unità immobiliari già dotate di attestato di certificazione energetica.
A decorrere dal 1° gennaio 2012, nel caso di offerta di trasferimento a titolo oneroso di edifici o di singole unità immobiliari, anche gli annunci commerciali di vendita dovranno riportare l’indice di prestazione energetica contenuto nell’attestato di certificazione energetica.
Questi i punti salienti del Ddl n.28 dello scorso 3 marzo, ma per vedere come su errore governativo  si era sviluppato fino ad oggi il settore fotovoltaico, vale la pena dare un’occhiata alla tabella diffusa da Legambiente che offre una fotografia precisa, regione per regione, dell’energia prodotta dagli impianti solari, sia a terra sia su copertura, per l’anno corrente.  
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Resta ora da chiedersi, modifiche del decreto Romani a parte, se attraverso una più che probabile implementazione della tecnologia applicata a questo ambito, conseguente ai consistenti investimenti privati che il settore ha dimostrato di  saper attrarre, il fotovoltaico non possa invece essere anche per il cosiddetto “Paese del Sole” una strada concreta per ridurre almeno in parte il grandissimo disavanzo nel bilancio del nostro conto energetico nazionale.

Cristiana Persia

Allegati

pdf Dlgs_03_03_2011_28.pdf

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