Il lavoro in nero femminile

lavoro nero femminile

Lavoro in nero al Femminile

Moltissime sono le donne che considerano il lavoro irregolare come una forma di occupazione stabile e sicura, nonostante la mancanza dei diritti garantiti da un contratto, e non sono in cerca di un altro tipo di occupazione

Il lavoro nero è un fenomeno sommerso, difficilmente quantificabile, ma purtroppo in continua espansione, attualmente acuito soprattutto dal prolungato periodo di crisi economica. Si stima che circa il 20% del Pil italiano derivi dal sommerso. E quasi il 48% dell’occupazione irregolare è al femminile.
Ad aggravare la difficoltà nel trovare un lavoro regolare, per le donne c’è anche il tentativo di conciliare lavoro e famiglia; spesso i datori di lavoro preferiscono assumere uomini, così l’azienda non corre il rischio di dover assicurare il congedo per la maternità e al contempo assumere qualcuno per la sostituzione, trovandosi a pagare così due stipendi per un posto di lavoro.

I dati disponibili più recenti sul lavoro nero femminile sono quelli del rapporto 2007 dell’Isfol (Istituto per lo sviluppo della Formazione professionale dei Lavoratori), ripresi anche nell’aprile dello scorso anno dal ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, quando ha presentato in Parlamento un’indagine conoscitiva effettuata dalla XI Commissione Lavoro della Camera dei Deputati su “Taluni fenomeni discorsivi del mercato del lavoro: lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera”. All’interno dell’indagine vi è anche un capitolo intitolato “La specificità del lavoro sommerso femminile”.
Secondo i dati sono 1 milione 352 mila le donne coinvolte nel fenomeno del sommerso. Al Nord spetta la maglia nera, con il 64,2% di occupazione femminile sul totale dei lavoratori irregolari; al Centro la situazione è di sostanziale parità; mentre al Sud solo il 31,5% del lavoro nero è svolto da donne. Ma bisogna anche considerare che nel Meridione la maggioranza delle donne non lavora e si dedica esclusivamente alla gestione della casa e della famiglia.
Il settore in cui le donne sono maggiormente impiegate in modo irregolare è il terziario, con il 57%, segue l’agricoltura, mentre solo il 18% è rappresentato dall’industria.

 

I motivi delle donne

Le ragioni che inducono le lavoratrici a entrare nel mercato del lavoro in condizioni di irregolarità sono collegate a diversi motivi. L’assenza di altre opportunità di lavoro convince le lavoratrici ad accettare di lavorare in nero nel 43% dei casi.
In misura minore si ricorre al lavoro irregolare per integrare il reddito già percepito, per la mancanza del permesso di soggiorno e quindi l’impossibilità di ottenere un lavoro regolare, e nel 4% dei casi il desiderio di non perdere  vantaggi già acquisiti, come il sussidio o gli assegni familiari, oppure per evitare l’effetto fiscale del cumulo di più redditi.
Di fatto, il lavoro irregolare non viene considerato un’attività momentanea o transitoria, anzi, nel 67% dei casi, secondo il rapporto Isfol, le donne svolgono un lavoro sommerso da un anno o più, confermando che il lavoro in nero non sembra avere natura occasionale, né sembra essere di breve durata.
Paradossalmente, il lavoro irregolare assume caratteri di stabilità, di sicurezza e di continuità nel tempo maggiore rispetto al lavoro regolare e più per le straniere che non per le italiane.
Le lavoratrici straniere, infatti, sono impegnate prevalentemente nelle attività di cura presso le famiglie, come colf e badanti, con prospettive di maggiore stabilità e continuità rispetto a quello delle italiane che sono impegnate in altri settori di attività.
In ogni caso il lavoro irregolare costituisce una domanda strutturale e permanente presente sul mercato. Per le donne si tratta di un lavoro non transitorio, che assume le caratteristiche di lavoro permanente, configurandosi come una sorta di “trappola del sommerso” nella quale, specialmente quelle con minori risorse personali, rischiano di restare invischiate.

L’ingresso nel mondo del lavoro sommerso

Come spesso succede anche per il lavoro regolare, l’ingresso nel mondo del sommerso avviene principalmente tramite la cosiddetta rete informale, ovvero grazie a conoscenze e segnalazioni, quando non vere e proprie “raccomandazioni”.
Tra le possibili forme di irregolarità la tipologia più diffusa è l’assenza di contratto in forma scritta che interessa quasi due terzi delle lavoratrici, seguita dall’irregolarità dovuta alla parziale o totale disapplicazione delle norme contrattuali.
Nemmeno il titolo di studio elevato sembra mettere al riparo dal dover accettare un lavoro irregolare e quindi non tutelato. Secondo il rapporto Isfol il 36% delle occupate in nero possiede il diploma di scuola media superiore, il 13% un titolo a livello universitario, l’8% la qualifica professionale, il 31% la licenza media e il 6% la licenza elementare. Ciò significa che il titolo di studio non costituisce uno strumento di salvaguardia rispetto all’accettazione di un lavoro nero.
Spesso le giovani donne che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro, anche con titolo di studio di livello superiore, accettano un impiego irregolare in virtù del fatto che non lo percepiscono come definitivo, ma come una sorta di percorso necessario per accedere al mercato del lavoro regolare, in attesa di trovare un’occupazione consona al loro percorso di studi e alle loro capacità. Tuttavia tali situazioni possono trasformarsi in situazioni durature se non addirittura permanenti nel caso di una scarsa domanda di lavoro e di un tasso di disoccupazione elevato.
Chi offre o accetta di lavorare in modo irregolare sembra non sapere, o tende ad ignorare, che ciò sia illegale e che possa comportare sanzioni.
Nel 2009 sono state evidenziate oltre 400 violazioni amministrative nei confronti delle lavoratrici madri, contro le 242 dell’anno precedente, con un incremento del 67%.
Il lavoro sommerso nell’occupazione femminile vede aumentare gli illeciti nei confronti della donna.
Da questa analisi emerge un dato inquietante: sempre di più il lavoro nero, in tempi di crisi, è visto come unica via d’uscita per sopravvivere al sistema.

Elisa Innocenti

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