Referendum del 12 e 13 giugno

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Referendum del 12 e 13 giugno

Acqua, sì o no? Un’indagine sui quesiti n. 1 e n. 2 del prossimo referendum abrogativo, e il punto sulla situazione attuale e su cosa cambierà

Inizia il nostro approfondimento sul referendum del 12 e 13 giugno: in questo articolo il punto sulle tematiche affrontate e sul loro significato ultimo, in materia di acqua e di gestione delle risorse idriche. Le risorse idriche sono necessarie anche alle imprenditrici nello svolgimento della propria attività e ogni variazione tariffaria di questo bene di prima necessità influirà pesantemente sulla gestione economica della loro azienda

Mancano ormai poche settimane: è fissata infatti per il 12 e 13 giugno la consultazione referendaria che toccherà i temi caldi dell’acqua, del nucleare e del legittimo impedimento. Sul nostro giornale un approfondimento sulle questioni salienti, per una maggiore informazione e un voto più consapevole.

L’iniziativa referendaria e l’iter dei quesiti: una testimonianza di partecipazione popolare

I due quesiti relativi ai servizi idrici sono il frutto di una iniziativa civica, promossa in particolare dal forum italiano dei movimenti per l’acqua, che ha depositato i testi presso la Corte Costituzionale il 31 marzo dell’anno scorso e ha condotto, a partire dal successivo 24 aprile, una intensa campagna di sensibilizzazione: l’esito di tale mobilitazione pubblica ha portato alla raccolta delle 500.000 firme necessarie per promuovere un referendum di iniziativa popolare. Si tratta, come è noto, di una delle poche opportunità di democrazia diretta previste dal nostro ordinamento legislativo: nell’effettuazione dei referendum sull’acqua si verificano peraltro sia l’iniziativa legislativa pubblica che la consultazione referendaria, e quest’ultima rappresenta attualmente l’unico strumento diretto di intervento immediato sul sistema delle leggi italiane a disposizione dei cittadini.

Per tale ragione è opportuna la presenza consistente degli elettori al voto, per ribadire l’importanza della partecipazione pubblica e condivisa di tutti i cittadini alla vita politica del paese, e per sostenere il valore dell’istituto referendario nell’Italia di oggi. A meno che non si desideri realmente, in seguito ad un approfondimento responsabile delle questioni in gioco, la vittoria del no: tutti i referendum, infatti, sono validi solo se si raggiunge il quorum, ossia se si recano alle urne la metà più uno degli aventi diritto al voto. Significa che quanti vogliono abrogare le leggi o le sezioni di legge sottoposte al referendum – quanti cioè vogliono che vinca il sì – devono andare a votare, se non desiderano dare man forte al gruppo che sostiene il no, il quale a sua volta, per evitare l’abrogazione delle leggi che desidera mantenere in vigore, legittimamente può evitare l’appuntamento del voto.

Tenteremo di seguito di rendere più facile la decisione, al di là delle questioni politiche che hanno animato il dibattito delle ultime settimane, relative soprattutto alla decisione del Ministero degli Interni non accorpare in un’unica tornata elettorale i referendum e le recenti elezioni amministrative, senz’altro con una consistente spesa aggiuntiva per lo stato, che ha dovuto sostenere l’onere del duplice allestimento dei seggi e delle doppie indennità per presidenti, segretari e scrutatori: si tratta di circa 320 milioni di euro che potevano essere risparmiati, dal momento che, per legge, una consultazione referendaria in Italia può essere programmata tra il 15 aprile e il 15 giugno. Quella prevista per il 12 e 13 giugno, dunque, poteva svolgersi senz’altro negli stessi giorni delle elezioni amministrative, tenutesi come è noto il 15 e 16 maggio scorsi.

Votare è facile anche per chi è fuori sede: in caso di referendum, infatti, non è necessario tornare nel comune di residenza, ma, facendosi nominare rappresentante dei comitati promotori della consultazione, si può scegliere una sede diversa e compilare un apposito form entro il 5 giugno, recandosi poi all’urna selezionata con la sola tessera elettorale.

Il quesito numero 1: scheda di colore rosso – l’affidamento della gestione del servizio idrico

Abrogazione della norma che stabilisce l’affidamento  della gestione del servizio idrico (e degli altri servizi pubblici di rilevanza economica) a privati o a società miste pubblico-privato.

Così recita il primo quesito, contenuto nella scheda di colore rosso:

Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione.
Volete voi che sia abrogato l’art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante «Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia», e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante «Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea», convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?

L’articolo rispetto al quale il cittadino è chiamato ad esprimersi si compone di 12 commi, e stabilisce che la modalità ordinaria di gestione del servizio idrico (e degli altri servizi pubblici di rilevanza economica), sia l’affidamento a soggetti privati, attraverso gara, o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara, e detenga almeno il 40%. La gestione attraverso società per azioni a totale capitale pubblico, secondo la norma attualmente in vigore, dovrà cessare improrogabilmente entro il 31 dicembre 2011, a meno che non venga permessa esclusivamente in regime di deroga, ossia se supportata da un’adeguata analisi di mercato e sottoposta al parere dell’Antitrust. La norma disciplina anche le società miste collocate in Borsa, le quali, se vorranno mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015.
Votare SI significa abrogare la norma attualmente in vigore, e di fatto esprimersi contro la privatizzazione della gestione del servizio idrico e dei servizi pubblici che hanno una rilevanza economica.
Votare NO o non andare a votare significa esprimersi per lasciare invariata la norma attuale, come sopra descritta.

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