Donne nel cinema di denuncia – Documentari sui diritti delle donne

intervista

Donne nel cinema di denuncia. Documentari sui diritti delle donne. Il lavoro femminile visto da autrici e registe

Hanno maggiore sensibilità, sanno nascondersi di più per far emergere senza filtri quello che descrivono, sono più capaci di guardare le cose nella loro profondità: così l’ideatore della rassegna “Contest – Le Giornate degli Autori”, dedicata al cinema italiano della realtà, definisce le registe donne che hanno partecipato al festival

Intervista a Massimo Vattani
Valentina Monti
Si è conclusa il 18 maggio scorso l’esperienza di Contest – Giornate degli Autori: una rassegna di otto film-documentario, in programmazione a Roma da ottobre 2010 a maggio 2011 al Nuovo Cinema L’Aquila. Un’idea nuova e originale, un ciclo di appuntamenti che ha voluto promuovere il cinema italiano della realtà, definito dagli organizzatori come una importante “testimonianza di un impegno civile ed estetico di cui la nostra cinematografia ha particolarmente bisogno”. L’obiettivo, pienamente raggiunto, è stato quello di offrire un nuovo modo di fare cinema ad una platea più vasta di quella composta dai soli addetti ai lavori, ma non per questo meno adatta e consapevole.

A conclusione della rassegna abbiamo incontrato Massimo Vattani, ideatore e responsabile dell’iniziativa: nell’intervista filmata, che vi proponiamo di seguito, abbiamo approfondito la novità di un’esperienza del genere. Abbiamo poi tentato di comprendere la specificità delle pellicole firmate al femminile, fortemente impegnate nella denuncia o nella descrizione di realtà lontane, spesso molto diverse, o almeno molto più ricche, di quanto non ci venga raccontato dai mezzi di informazione e di cronaca. Segue un approfondimento su due delle docufiction presentate durante il festival: La svolta – Donne contro l’Ilva di Valentina D’Amico e Girls on the air – Radio Sahar 88.7 di Valentina Monti.

La svolta – Donne contro l’Ilva: voci femminili per dire basta con le morti bianche e con l’inquinamento ambientale

È l’ultima fatica cinematografica di Valentina D’Amico: un film documentario che racconta di una delle più grandi (e inquinanti) fabbriche della città di Taranto: l’Ilva. L’opera, di grande impatto, prima di approdare alla rassegna romana è stata presentata all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, grazie alla collaborazione di Apulia Film Commission. La fondazione pugliese, impegnata nella promozione del cinema regionale, ha peraltro contribuito con la Filmare s.r.l. alla produzione del film, che al Nuovo Cinema L’Aquila è stato significativamente proiettato l’8 marzo scorso: una giornata simbolica, nella quale da 100 anni si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale della Donna, e si fa memoria di quante, in contesti diversi, sono state capaci di sfidare le ingiustizie e di difendere con le loro battaglie il rispetto della dignità e dei diritti non solo delle donne, ma di tutte le persone, senza distinzione di sorta.

I contenuti del film

A donne forti come queste ha dato voce, con la sua arte cinematografica, un’altra donna, che ha saputo guardare il lavoro in fabbrica, le discriminazioni, i pericoli per la salute e per l’incolumità fisica con gli occhi e con il cuore delle donne.
Valentina D’Amico, giovane regista e giornalista impegnata sui temi del sociale, racconta nel suo film, con le voci e gli sguardi dei protagonisti, il dramma dello stabilimento tarantino dell’Ilva, la società per azioni del gruppo Riva che si occupa della produzione e trasformazione dell’acciaio, e ha varie sedi nella Penisola e all’estero. A Taranto il gigante di cemento, considerato il più grande d’Europa, offre lavoro a un terzo della popolazione adulta della città, ma anche produce inquinamento, morti sul lavoro, casi di malattie legate alla presenza di polveri nell’aria.

Per descrivere “una città violentata”, come la definisce, la D’Amico ha scelto il punto di vista di chi nell’Ilva lavora tutti i giorni e di chi con l’Ilva deve dividere la sua vita e le sue trepidazioni quotidiane. I protagonisti del film sono dunque, da un lato, gli operai, con le loro storie di lavoro e di fatica, dall’altro le loro famiglie, le madri e le mogli, insieme alle persone che vivono all’ombra della grande fabbrica. Il risultato del lavoro, a metà tra un’inchiesta e un documentario, dall’approccio intensamente realistico, è un grande affresco umano, fortemente corale, che presenta storie, esperienze, vite straordinarie di tutti i giorni.

Il punto di vista femminile

Un guasto tecnico ha costretto gli organizzatori della serata ad interrompere la proiezione dopo circa una cinquantina di minuti: un nuovo appuntamento con il documentario della D’Amico è fissato al Nuovo Cinema L’Aquila per il prossimo 30 maggio. Quanto abbiamo visto, però, è decisamente abbastanza per far emergere il coraggio delle donne, decise più degli uomini a “spezzare il bastone dell’arroganza”. Se quelle degli operai sono essenzialmente voci di testimonianza e di denuncia, quelli delle loro colleghe, delle loro madri e delle loro mogli sono i volti attivi di persone impegnate in ogni campo per ottenere verità e giustizia, dalle manifestazioni di piazza alle denunce alle massime cariche dello Stato, fino alle aule dei tribunali. Margherita per esempio, ex dipendente dell’Ilva, ripercorre con coraggio, davanti alle telecamere, la sua esperienza di lavoratrice, licenziata in circostanze poco chiare e sulla base di quelle che lei non si stanca di denunciare come calunnie. Ancora adesso, dopo cinque anni, continua ad attendere con fiducia che il suo ricorso per ottenere un risarcimento e per accertare le reali ragioni del suo licenziamento concluda l’iter previsto dalla legge.

Francesca e Patrizia, mogli coraggiose, e Vita, mamma combattiva, raccontano in prima persona la loro battaglia per ottenere giustizia ai loro mariti e al figlio morti in fabbrica, e descrivono il difficile percorso, in qualche caso non ancora compiuto, per arrivare fino in fondo, e per accertare le circostanze reali di quei decessi. Infine parla anche Anna, una signora che vive nel quartiere tarantino in cui sorge l’acciaieria, finita improvvisamente sulla sedia a rotelle per un cedimento degli arti inferiori, probabilmente causato dall’inquinamento ambientale.

Si tratta di cinque donne che non vogliono restare in silenzio. Forti delle loro esperienze e del dolore che hanno vissuto, si impegnano per ottenere a tutti più sicurezza e più rispetto, per rivendicare una dignità mai persa, per risvegliare la coscienza collettiva di una categoria e di una città in pericolo. Sono convinte, loro, che solo questa coscienza comune potrà essere in grado di cambiare le logiche di produzione, e di trovare vie alternative che antepongano al profitto la tutela della vita e dei diritti di tutte le persone.

Girls on the air – Radio Sahar 88.7: il coraggio e l’entusiasmo di giovani donne afghane per colorare di speranza il futuro del loro paese

Un film documentario girato interamente in Afghanistan nel 2009, realizzato con il patrocinio e il sostegno del Ministero per le Attività Culturali e presentato in numerosi paesi del mondo. E’ questa l’opera di Valentina Monti, che ha chiuso la rassegna il 18 maggio scorso: il tentativo riuscito di descrivere senza filtri una esperienza coraggiosa, un segnale di speranza e di rinascita per un paese dilaniato dalla guerra, e noto all’Occidente soltanto in ragione della guerra. Girls on the air, distribuito in Italia con il titolo Radio Sahar 88.7, descrive l’avventura di Humaira Habib, 25 anni e una laurea in giornalismo ad Herat, e della squadra di Radio Sahar, la prima radio indipendente interamente gestita da donne nell’Afghanistan degli anni immediatamente successivi al rovesciamento dei talebani.

Ripartire da una radio per diffondere cultura e senso dei diritti, soprattutto tra le donne

Nel 2003, in un paese dominato da una mentalità tradizionalista e fortemente maschilista, la giovane Humaira decide di fondare una radio: sceglie questo strumento perchè entra più facilmente nelle case e nella mente della gente, perchè può affiancare al divertimento la riflessione e il messaggio impegnato. Gli inizi sono difficili: deve fronteggiare la resistenza culturale del suo paese e le pressioni di quanti trovano il suo lavoro scomodo. Ma non si scoraggia, e mette su una squadra di donne armate di registratore, microfono e tanta voglia di capire. Un unico uomo le supporta, più amico che collega: insieme entrano negli ambienti più diversi della città di Herat, e non vanno in cerca di documenti sulla sofferenza della gente, sulla guerra o sulla fame. Cercano piuttosto gli spazi di speranza, i tentativi di ribellione, gli atteggiamenti nuovi, quelli di chi vuole sopravvivere e cambiare le cose.

Documenti di vita quotidiana, storie di donne, momenti di speranza

Le croniste di Radio Sahar entrano nella Corte di Giustizia di Herat, e incontrano una donna che vuole divorziare dal marito, colpevole di aver dato in sposa la figlia all’età di 7 anni: è una donna determinata, che va a viso scoperto tra i burka integrali, che conosce le regole e vuole che siano rispettate, anche se la tradizione permetterebbe di ignorarle. “Nessuna donna può essere sposata prima della maggiore età” (gli stessi 18 anni dell’occidente), spiega poi ai microfoni di radio Sahar, e quindi a tutti gli afghani, una donna impegnata nel sociale ed esperta di legge: “ma nella società afghana, ancora fortemente tradizionalista e patriarcale, il padre può tranquillamente dare in sposa la figlia anche all’età di 4 anni, perchè nessuno oserebbe opporsi”. Così si moltiplicano le spose bambine, spesso ignare anche del volto dell’uomo a cui vengono promesse, e sovente destinate ad un’esistenza di dolore: poco più che merci di scambio tra padri, fratelli e mariti, vendute in cambio di denaro o di un matrimonio altrettanto vantaggioso per la loro famiglia. Qui è un affare scambiare una sorella con una moglie, che serva l’intero clan: ma qualcuna non vuole farlo, perchè né la legge né l’Islam lo impongono, e rivendica al consultorio familiare il comportamento illegittimo del marito, che non la mantiene come la norma prevede. Si tratta di un’altra donna coraggiosa, di un’altra piccola eroina silenziosa, di un altro esempio da proporre, per i microfoni di Radio Sahar.

Poesia, ironia, determinazione, conoscenza: gli strumenti per sopravvivere e per sognare un Afghanistan diverso

Entra anche nell’Università di Herat, Radio Sahar: parla con le aspiranti giornaliste, chiede che cosa sia la libertà. E trasmette le risposte della speranza: libertà non è fare ciò che si vuole, sebbene i giovani la individuino anche solo nel poter vestire come preferiscono. Libertà è lavorare, e costruire il proprio futuro. Soprattutto per le donne libertà è studiare, avere un impiego autonomo, poter cambiare il proprio destino. Sanno cosa vogliono, queste ragazze. Esattamente come Humaira, che intermezza con i suoi pensieri i fatti del film: “Democrazia è una parola straniera”, ricorda. Straniera e lontana, come quell’Europa di cui parlano i suoi amici a pranzo, quando fantasticano dei viaggi che vorrebbero compiere, spesso limitandosi a sognare l’Iran o la Siria: come se il mondo finisse lì, sembra dire l’unica che cita Vienna, e poi Roma e l’Italia, mentre la compagnia la scoraggia, perchè “l’Austria è un paese arretrato”.
Non è cosa da poco capire che cosa le persone pensino veramente, continua a pensare Humaira: perchè è molto difficile entrare nel mondo interiore di un altro. Eppure, è questo mondo interiore che aiuta a sostenere la realtà anche quando è difficile. Lei stessa, Humaira, descrive il suo, che ritrova leggendo un libro o guardando un tramonto, o pregando nel suo ufficio di direttore la preghiera dei musulmani: e “le forme di cento canzoni ballano nel cristallo del canto”.

Sembra proprio la poesia, la chiave di lettura di questo film: la poesia che emerge determinata e quasi violenta in un paese pieno di conflitti e apparentemente privo di bellezza, la poesia che trasfigura l’Oriente, e da sempre ne è l’anima più autentica. La stessa poesia che Humaira ha portato con sé, quando ha lasciato Herat per otto mesi, alla volta del Canada, prima giovane afghana a frequentare un corso avanzato di giornalismo in una delle più prestigiose università del paese nordamericano: nessuno la ha sostituita al suo lavoro, e le sue colleghe per otto mesi hanno portato avanti la radio in attesa che tornasse il suo direttore. Anche per questo, forse, Humaira è tornata alla poesia del suo paese, e tuttora lavora lì, per promuovere una mentalità e una cultura diversa.

Il documentario si intreccia con le parole di Valentina Monti, che vi proponiamo nel video allegato, e che hanno suscitato interesse, e sollevato un intenso dibattito: la regista descrive i suoi cinque mesi in Afghanistan, il suo incontro con le ragazze di Radio Sahar, la crescita di un’amicizia e il percorso comune per la realizzazione del film. Racconta soprattutto la determinazione di quelle giovani donne così normali e così straordinarie, che credono in un’idea e la sostengono, la finanziano, la difendono: per il proprio paese e per il mondo, perchè la poesia e la speranza fanno bene a tutti, soprattutto a chi le ha a disposizione tutti i giorni e non ne capisce più la bellezza.

Laura Carmen Paladino

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