Donne e lavoro, l’arma a doppio taglio della PA

Donne e lavoro, l’arma a doppio taglio della PA

Pubblica Amministrazione: tra ieri e oggi  la storia della femminilizzazione del lavoro tra modernizzazione, parificazione, discriminazione  e  segregazione occupazionale. Ecco la prima parte della nostra inchiesta esclusiva

La presenza femminile nel pubblico impiego cresce arrivando al 55,1% delle presenze nel 2009, un incremento di circa 4 punti percentuali rispetto al 2006, percentuale in aumento rispetto al passato, ma le donne si occupano soprattutto nei settori della scuola e della sanità e non fanno carriera.


Un passo indietro con un po’ di storia

Aumenta di circa sette punti percentuali, arrivando al 51%, il tasso di attività femminile tra il 1994 e il 2006, questi i dati Istat di uno studio specifico sull’occupazione femminile nella Pubblica amministrazione. Quest’ultima, infatti, ha svolto un ruolo trainante nell’inserimento delle donne nel mondo del lavoro. Dei 2 milioni e 600 mila posti di lavoro creati, il 68% ha interessato le donne. Ma l’ingresso delle donne nella Pubblica Amministrazione è iniziato in maniera apprezzabile, ancor prima, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta; e l’ampliamento significativo si è verificato poi nel quindicennio successivo.

Le interviste esclusive

Tre sono le impiegate della Pubblica Amministrazione che hanno raccontato oggi la loro storia lavorativa. Una dirigente, un funzionario e una impiegata dell’ufficio brevetti e marchi nazionali del Ministero per lo Sviluppo Economico confermano che non molto sia cambiato, nel pubblico impiego, anche negli ultimi anni, nonostante le norme emanate dall’inizio degli anni Novanta per promuovere e realizzare le pari opportunità di genere.


Audio-intervista-Renata-Cerenza-Ministero-Sviluppo-Economico.mp3


Audio-intervento-Anna-Maria-Cerenza-dipendente-Ministero-Sviluppo-Economico.mp3


AAudio-intervista-Stefania-Benincasa-Dirigete-MSE.mp3


Audio-Eta-pensionabile-per-le-dipendeti-della-PA.mp3


Audio-Renato-Brunetta-e-i-dipendenti-della-PA.mp3

È di qualche giorno fa la Legge per le donne che rivoluziona le aziende. Quote minime di poltrone rosa, infatti, sono obbligatorie per i consigli di amministrazioni e gli organismi di controllo delle società quotate in Borsa e per quelle a partecipazione pubblica. La soluzione per la nostra cultura conservatrice?

I dipendenti pubblici sono passati dai 3 milioni e 389 mila del 1994 ai 3 milioni e 564 mila del 2006. Un incremento di 5,2 punti percentuali con una consistente crescita del personale femminile (+ 17%).
Naturalmente, a giocare un ruolo importante in questa trasformazione è stato il lungo processo di riforme nella PA che è partito già dagli anni ’70, passando attraverso l’istituzione delle Regioni nel 1975, la riorganizzazione dell’intero apparato e della sua disciplina cominciata con la legge quadro 93/1983, non dimenticando la legge Bassanini (59/1997) per la realizzazione di uno stato più “leggero”, la riforma dei Ministeri (d.lgs. 300/1999), la riforma del Titolo V della Costituzione.

Tutto questo, insieme all’esplosione demografica e alla riforma sanitaria in prospettiva universalistica (legge 833/1978), hanno aperto le porte del lavoro alle donne specialmente nei settori dell’istruzione e della sanità. La femminilizzazione del pubblico impiego non si è mai arrestata e nel 2006 la presenza femminile ha rappresentato il 62 per cento del totale del personale.

Tuttavia, non tutto quel che luccica è proprio oro; infatti  il Mezzogiorno presenta, da sempre, sistematicamente le incidenze più basse di personale femminile rispetto alle altre ripartizioni territoriali. Basta qualche esempio nel comparto delle Regioni ed Autonomie Locali.

In Piemonte l’incidenza femminile sfiora il 60 per cento, in Lombardia supera il 63 per cento mentre in Campania e Calabria risulta rispettivamente di 27,4 e di 29,6 punti percentuali. Un divario enorme probabilmente dovuto, secondo l’Istat, al basso livello della domanda pubblica di servizi che non consente di creare occupazione e alla forte concorrenza maschile perché nel Sud più che altrove tutti i senza lavoro aspirano alla stabilità e alle garanzie offerte dal pubblico impiego.

Tempo parziale

Capitolo importante nella femminilizzazione del lavoro nel pubblico impiego è il ruolo svolto dal part time di appannaggio esclusivo delle donne. Tra il 1994 e il 2006 il tempo parziale aumenta di 12 volte ed è utilizzato come strumento di conciliazione fra gli impegni lavorativi e i carichi familiari. Nel 2006 circa l’85 per cento del part time è svolto dalle donne, con una punta del 94 per cento nel settore della Sanità.

Gli altri contratti

L’introduzione di elementi di flessibilità contrattuale, poi, ha quadruplicato il personale coinvolto in contratti non standard tra il 1994 e il 2006, giungendo nel 2006 a 432 mila unità con una percentuale preponderante di donne: 7 dipendenti ogni 10.
Fino al 1995, al di fuori dell’assunzione a tempo indeterminato, esisteva unicamente il contratto a tempo determinato a cui si sono aggiunti da quell’anno in poi l’interinale, il contratto formazione e lavoro e il contratto LSU (lavori socialmente utili), in disuso dal 2007. L’incidenza dell’occupazione femminile a termine ricalca comunque quella rilevata per il complesso dei dipendenti. 

La segregazione occupazionale

Le donne risultano tuttavia penalizzate con riguardo alla qualifica posseduta. Nel 2006 rappresentano oltre i due terzi del personale non dirigente, ma sono solamente 4 su 10 nei livelli dirigenziali, come pure tra i professori e i ricercatori universitari.

La segregazione occupazionale, secondo l’Istat,  è un fenomeno complesso che nasce dalla combinazione di stereotipi culturali e rigidità dei contesti organizzativi che danno vita a forme di discriminazione o di esclusione verso le donne presenti nel mercato del lavoro e condizionano persino gli orientamenti e le scelte formative delle donne obbligandole a opzioni occupazionali precise.
Non è affatto lontana anche la probabilità di forme di auto discriminazione.

Nel 2006 ancora il problema della segregazione occupazionale femminile riguardava l’intera economia. Nell’intera economia, infatti, le donne sono fortemente sovra rappresentate nei settori dell’Istruzione e della Sanità – porzione peraltro considerevole dell’attività della Pubblica Amministrazione – e in misura minore negli altri servizi. Sono lievemente più presenti in agricoltura mentre risultano sottorappresentate nelle altre attività economiche, in maniera particolare nelle costruzioni.

Nella PA la segregazione occupazionale è nettamente inferiore rispetto all’intera economia, ma vista la disastrosa situazione ciò non consola. Le donne sono sottorappresentate, infatti, nelle Aziende Autonome, tra i Diplomatici e i Prefetti e fra la Magistratura, ma sovra rappresentate, come detto, nella Scuola e nella Sanità e, in misura inferiore, negli Enti pubblici non economici, nei Ministeri  e nelle Regioni ed Autonomie Locali.

Il notevole e persistente peso delle lavoratrici nei comparti della Scuola e del Servizio Sanitario Nazionale è il risultato della concentrazione delle donne nelle professioni di insegnante e di infermiera. I servizi sanitari, educativi e assistenziali offerti dallo Stato rappresentano quindi la professionalizzazione di quelle attività di educazione e di cura che un tempo venivano compiute all’interno della famiglia, quasi esclusivamente dalle donne.

Nella magistratura, invece, la minore presenza di donne fra i giudici sconta il loro tardivo ingresso nel settore, dovuto a norme che le escludevano dalla carriera giudiziaria, vincoli rimossi dalla legge 66 del 1963 che consentì l’accesso a tutte le cariche e agli impieghi pubblici, compresa la Magistratura (ma non in quella militare per la quale il divieto fu rimosso nel 1989) e la carriera diplomatica.
È evidente quindi che a fronte di una composizione del personale nella Pubblica Amministrazione a maggioranza femminile, si riscontra invece una presenza molto bassa delle donne nei livelli dirigenziali. E l’Istat ricorda che i processi di trasformazione che attraversano il settore pubblico evidentemente non riescono ancora a scalzare una cultura organizzativa basata sul legalismo che privilegia, come criterio per le progressioni di carriera, l’anzianità di servizio piuttosto che il merito e il raggiungimento degli obiettivi.

Se si analizza la segregazione rispetto ai dirigenti nei livelli apicali si evidenzia in tutta la sua problematicità questa annosa rigidità concettuale. La discriminazione verso le donne, oltretutto, appare peraltro sempre meno giustificata anche alla luce del livello di istruzione, in continua crescita e mediamente più elevato dei maschi.

Livia Serlupi Crescenzi