Europa 2020: lavoro e benessere per una società inclusiva

Europa 2020: lavoro e benessere per una società inclusiva

Secondo il programma europeo di cui tanto si sente parlare, “Europa 2020”, ogni Stato dell’Unione deve seguire le linee guida che porteranno alla crescita economica (e non solo) del nostro continente. Vediamo quali sono e come l’Italia dovrà adeguarvisi

 

L’Europa guarda al futuro con una strategia di crescita intelligente, sostenibile, inclusiva. Tre priorità che si rafforzano a vicenda, linee guida per l’UE e gli Stati membri per conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. Così, l’Unione si focalizza su cinque obiettivi: occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale e clima/energia – da raggiungere entro il 2020. E l’Italia quali interventi adotterà per allinearsi ad un progetto tanto ambizioso? La questione è aperta. Il Bel Paese soffre di  scarsa produttività e di troppe disuguaglianze, soprattutto per quanto riguarda le donne al lavoro. Si pensa all’inclusione, ma ancora sono tanti i passi da fare.

Superare con successo la crisi degli ultimi due anni è obiettivo della Comunità Europea: la strada è tracciata, il traguardo segnato: si chiama Europa 2020. I leader europei condividono il proposito di creare più posti di lavoro e una vita migliore grazie a una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva.
Così dal 7 giugno 2011 la Commissione europea ha adottato le 27 proposte di Raccomandazioni specifiche per Paese – nel quadro della Strategia Europa 2020 e del semestre europeo – che contengono una prima valutazione dei Piani Nazionali di Riforma (PNR) e le misure che la Commissione raccomanda a ciascuno di assumere entro 12 o 18 mesi.
Tali elementi dovrebbero aiutare gli Stati Membri a focalizzare meglio le leve strategiche per risollevare le rispettive economie.

Europa 2020 presenta 3 priorità che si rafforzano a vicenda:
•    Crescita intelligente: sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione.
•    Crescita sostenibile: promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva.
•    Crescita inclusiva: promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale.

Queste priorità rappresentano le linee guida su cui l’UE deve focalizzarsi, sostenuta dalle proposte della Commissione che puntano a questi obiettivi:
•    75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro
•    Il 3% del PIL dell’UE deve essere investito in Ricerca e Sviluppo ( R&S )
•    Obiettivi ambiziosi di riduzioni delle emissioni per la tutela dell’ambiente
•    Il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve essere laureato
•    20 milioni di persone in meno devono essere a rischio di povertà.

Un raffronto col resto d’Europa
Il rischio più evidente della Strategia Europa 2020 è quello di rimanere un elenco di sogni; e dunque, per evitare ancora “il nulla di fatto”, occorre un’analisi dettagliata di ciascun Paese per misurarne le potenzialità e tararle su queste direttive.
Ne consegue un risultato pessimo per l’Italia, che ne esce piuttosto male sui punti focali dell’occupazione (dietro di noi solo Grecia, Irlanda, Turchia, Ungheria, Estonia, Slovacchia e Spagna) e dell’istruzione (siamo davanti solo a Spagna, Cile, Portogallo, Turchia e Messico).

Il tema della crescita ridotta, della disoccupazione giovanile, della segmentazione del mercato del lavoro, della necessità di adottare misure per promuovere una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, è un tema di forte sensibilità per misurare la coesione sociale di una nazione ed è anche una delle 6 raccomandazioni (la seconda) su cui si è pronunciata la Commissione Europea verso l’Italia in vista degli obiettivi di Europa 2020.

In seguito alla crisi, tra il 2008 e il 2010 l’occupazione in Italia è diminuita del 2,2%, più del doppio rispetto a Francia e Germania e con differenze che si accentuano sull’occupazione giovanile che rivela l’esistenza di un problema italiano che contribuisce a frenare la crescita da oltre 15 anni.

Nella fascia tra i 15 e 29 anni il tasso di disoccupazione nel 2010 è stato del 20,2%, quasi il 4% oltre la media europea, l’11% in più della Germania.
Sempre nella stessa fascia solo il 35% delle persone in età lavorativa in Italia risultava occupato, poco meno della metà dell’UE e contro il 57% della Germania.
I tassi di occupazione giovanile sono più bassi al sud e in particolare tra le donne; inoltre le quote di giovani non occupati e non coinvolti in attività educative e formative sono più alti della media europea. Tale condizione si ripercuote in un progressivo impoverimento del capitale umano nel nostro Paese e in un maggior senso di scoraggiamento rispetto alle difficoltà di occupazione.

Lo sbilancio a favore degli anziani
Per i lavoratori con contratti a tempo determinato o con un rapporto di collaborazione, la crisi ha ulteriormente ridotto le possibilità di transizione verso forme contrattuali più stabili e con maggiori tutele. Con la diffusione dei contratti atipici si è sostenuta l’occupazione ma al costo di rendere il mercato del lavoro sempre più dualistico e meno democratico: accanto a una fascia di lavoratori tutelati – per lo più anziani – è sorta un’ampia area di lavoratori precari – per lo più giovani.

Oggi un giovane che si affaccia per la prima volta sul mercato del lavoro in Italia ha il 55% di probabilità di vedersi offrire solo un lavoro in qualche modo precario.
Ad aggravare il nostro quadro occupazionale, secondo le stime OCSE, l’Italia è sotto la media anche su 3 indicatori fondamentali sulla famiglia: occupazione femminile, tasso di fertilità e povertà infantile.

In Italia il tasso di occupazione femminile è il 49,7% contro il 70% della Germania, il 68% della Gran Bretagna, il 65% della Francia; la spesa pubblica per prestazioni sociali, in percentuale sul PIL, per Famiglia, Disoccupazione, Casa ed Esclusione sociale (giovani e donne) è solo l’1,8% , quasi un terzo rispetto a Danimarca, Belgio, Francia, Svezia, Germania e meno della metà di Spagna, Grecia e Gran Bretagna.

Invece l’Italia riacquista il primato nella spesa pubblica e prestazioni sociali per Vecchiaia, Superstiti e Invalidità con il 17% del suo PIL, contro il 15% di Francia, 14% di Germania e Gran Bretagna e 10% per la Spagna.
Questa rappresentazione mostra come in Italia il mercato del lavoro protegga chi un lavoro già ce l’ha, cioè gli adulti, e sia d è più chiuso per i giovani e per le donne che rispetto alle “colleghe” europee hanno peggiori opportunità di accesso al lavoro e minori possibilità di conciliare la propria vita lavorativa con casa e famiglia.

La crescita inclusiva
La Strategia di Europa 2020 pone la “crescita inclusiva” come uno dei 3 pilastri per guardare al futuro dell’Europa; l’esclusione dei giovani e delle donne dal mondo del lavoro è qualcosa che l’Europa e l’Italia in primis non possono più permettersi quando volgono il loro sguardo al futuro.

Così il Governo Berlusconi tenta il buon proposito, almeno a parole, nel Programma Nazionale di Riforma 2011 (Documento di Economia e Finanza 2011) per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, con misure dirette a conciliare occupazione / famiglia e a promuovere le pari opportunità nell’accesso al lavoro.
Si pensa ad incentivi mirati all‘assunzione nel Mezzogiorno (contratti d‘inserimento), senza trascurare gli interventi per la conciliazione fra lavoro e vita privata.

A integrazione di tale Programma, il Ministero per le Pari Opportunità ha adottato ad aprile 2010 il Piano per la Conciliazione, frutto di un’intesa fra Governo, Regioni, Province Autonome ed Enti locali. Tale intesa mira a creare un sistema d’interventi, a livello centrale e locale, finalizzati a favorire la conciliazione fra tempi di vita e di lavoro, nonché a potenziare i meccanismi e gli strumenti che consentano alle donne la permanenza o il rientro e il reinserimento nel mercato del lavoro.
(http://ec.europa.eu/europe2020/tools/monitoring/recommendations_2011/index_it.htm)

Peccato che il tutto non sembri avere alcun sapore di riforma strutturale per il nostro Paese: solo buoni propositi ancora troppo poco concreti. Purtroppo i mutamenti che favoriscono i giovani richiedono qualche sacrificio agli adulti, e sembra sempre più difficile che siano sostenuti da partiti e sindacati le cui fortune e successo dipendono dai voti e dall’influenza degli anziani.

Sonia Scorziello