“Donne che resistono”: l’Italia dell’imprenditoria al femminile, tra dinamicità creativa e welfare inadeguato

artigianato e donne

“Donne che resistono”: l’Italia dell’imprenditoria al femminile, tra dinamicità creativa e welfare inadeguato

Pubblicata l’ultima ricerca di Confartigianato sull’imprenditoria femminile in Italia: la tenuta del lavoro femminile, le imprese e l’artigianato high-tech tra crisi del debito e criticità del contesto

Nonostante un sistema paese che sostiene e incoraggia assai poco l’attività femminile, sono sempre di più le donne che lavorano, e aumenta il numero delle titolari di imprese artigiane in tutta la penisola, con incrementi importanti nel settore high-tech: è quanto emerge dall’Ottavo Osservatorio Nazionale sull’Imprenditoria Femminile di Confartigianato, recentemente divulgato.

 

Donne, lavoro e impresa in Italia nel 2011: i dati statistici

La ricerca, pubblicata a cura dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese in occasione della Giornata Italiana della Statistica, disegna un quadro confortante dell’attività femminile, in un contesto generale invece assai critico: mentre l’occupazione maschile, nell’ultimo triennio, ha fatto registrare consistenti flessioni, quella femminile è cresciuta dell’1,4%, soprattutto nel contesto del lavoro dipendente e per le donne con istruzione medio-alta, e la disoccupazione femminile è salita solo dello 0,2%, a fronte di un aumento dell’1,2% di quella maschile.

Assai positivi risultano inoltre i dati sulla presenza femminile nell’imprenditoria artigiana: a metà 2011 le donne con cariche imprenditoriali nelle aziende del settore attive in Italia sono 368.677, e per la maggior parte risiedono nel Nord Ovest (31,3%); segue il Nord Est (25,2%), il Sud (22,4%) e il Centro (21,1%).
In particolare, le titolari di impresa sono 180.752, con incidenza altissima in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, mentre, all’opposto, si sono registrate flessioni significative nel numero complessivo di imprenditrici donne delle regioni del Mezzogiorno. Il trend negativo del Sud, comunque, sembra smentito se si osservano i dati per provincia: in questo caso, infatti, ai primi posti per numero di imprenditrici donne troviamo le città di Ragusa, Enna e Isernia.

La metà delle signore d’azienda è impegnata nel settore dei servizi alle persone; segue una quota rilevante di imprenditrici che dirige aziende attive nel settore manifatturiero, in quello dei servizi alle imprese e negli ambiti del commercio e della ristorazione.

Le donne e l’artigianato high-tech: un settore in crescita

Aumentano a sorpresa le donne impegnate nei settori ad alta tecnologia, dove si registrano ben 3.904 signore titolari dell’attività: l’importanza della componente femminile in quest’ambito è sottolineata dalla crescita del numero delle donne che hanno compiuto studi avanzati nel campo delle scienze e dell’ingegneria. In particolare, si registra una forte presenza femminile nei campi dell’informatica, dell’elettronica e dell’ottica, nella produzione di apparecchi elettromedicali, di strumenti di misurazione e di orologi. D’altra parte, anche in relazione all’attività femminile, si registra a sorpresa un incremento delle lavoratrici donne nell’ambito delle costruzioni, delle attività finanziarie, della fabbricazione di macchinari, di apparecchiature elettriche, di prodotti in metallo e chimici, e una riduzione dell’impiego femminile nel campo della sanità e dell’assistenza sociale, nelle attività artistiche, di intrattenimento e divertimento, oltre che nell’abbigliamento e nelle attività di confezione.

L’indice Confartigianato Donne, Imprese e Lavoro 2011: al primo posto Udine, all’ultimo Napoli

Si tratta di “una misura sintetica della capacità di ciascuna provincia italiana di mettere a disposizione delle donne le migliori condizioni dell’habitat economico per fare impresa e per operare attivamente sul mercato del lavoro”. L’analisi è stata condotta su 40 indicatori raggruppati in 5 ambiti: Imprenditorialità femminile, Mercato del Lavoro Femminile, Istruzione e capitale umano, Servizi di welfare, Tempi di arrivo al lavoro e accessibilità ad alcuni servizi pubblici.

L’Indice per ciascuna provincia risulta dalla media aritmetica dei punteggi ottenuti in ciascuno dei 40 indicatori, e sulla base del dato finale è stata stilata la classifica, che vede ai primi posti Udine, Rimini, Pordenone e Forlì-Cesena, e all’ultimo la provincia di Napoli, preceduta da Palermo, Caltanissetta, Catania e Caserta. La prima provincia del Mezzogiorno è Olbia-Tempio, al 36° posto, e la prima del centro è Perugia, che si colloca al 12° posto nella classifica nazionale. La regione più dinamica e più favorevole allo sviluppo dell’imprenditorialità e dell’occupazione femminile sembra essere il Friuli Venezia Giulia, seguita da Emilia Romagna e Umbria.

I nodi irrisolti: il tasso di inattività femminile e l’inadeguatezza del welfare italiano

L’Italia vanta il primato europeo per numero di imprenditrici e di lavoratrici autonome: 1.531.200, più di qualunque altro paese dell’Unione, con una percentuale sul totale delle donne occupate del 16,4%, la più alta degli stati d’Europa. Tuttavia, se prendiamo a riferimento l’UE, il tasso di inattività delle donne resta altissimo, secondo solo a quello di Malta, e raggiunge il 48,9%, a fronte del 35,5% che si registra per l’Europa a 27: in particolare, tra le 271 regioni europee, le prime cinque per tasso di inattività femminile sono tutte italiane, e tutte del Mezzogiorno (Campania, Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata). Un primato triste, che si comprende se si analizzano gli strumenti di welfare attivi in Italia, tutti assai inadeguati e poco rispondenti alle esigenze delle lavoratrici donne, soprattutto perché poco orientati alla famiglia, e pertanto incapaci di favorire la conciliazione tra attività familiari e attività lavorative delle donne. Basti pensare che l’Italia spende per famiglia e maternità solo l’1,3% del PIL, mentre la percentuale di bambini che hanno fruito di servizi per l’infanzia, come gli asili nido, è in Italia bassissima, pari al 12,5%. La difficoltà di accesso a questi servizi segnalata dalle famiglie è peraltro sempre più alta, mentre per le donne, in ragione del progressivo invecchiamento della popolazione adulta, crescono nel contempo gli impegni legati all’assistenza degli anziani presenti nel nucleo familiare.

La spesa pubblica per il welfare, in Italia, presenta peraltro un fortissimo sbilanciamento sulla voce previdenziale, che è aggravato dall’abnorme quantità di baby pensioni, una vera e propria iniquità di cui paga il prezzo il sistema paese: a inizio 2011 si registrano 531.752 pensioni concesse a lavoratori con meno di 50 anni di età, di cui la metà sono donne, per le quali la spesa previdenziale, sottratta alle politiche di sostegno al lavoro femminile, ammonta a 9,45 miliardi di euro l’anno.

Laura Carmen Paladino

Condividi