I lavoratori atipici italiani

Aviana Bulgarelli

I lavoratori atipici italiani

L’indagine dell’ISFOL sul lavoro in Italia mette in luce una realtà in cui i lavoratori atipici sono il 12,4% degli occupati italiani, ma il dato raddoppia quando si tratta di giovani, salendo al 25%

Si tratta di persone che non rientrano né nella categoria dei lavoratori subordinati né in quella dei lavoratori autonomi, ma che – per fare degli esempi – riescono a sbarcare il lunario grazie a contratti CO.CO.CO, contratti di lavoro a tempo determinato, contratti di lavoro part-time, oppure anche come soci di cooperative, ecc..

Da alcuni anni il lavoro è cambiato nelle sue declinazioni e ora ce ne sono varie forme: non esiste più il vecchio “lavoro fisso” ma con le nuove modificazioni della società anche il mondo del lavoro ormai si è arricchito di possibilità diverse per permettere di sopravvivere anche quando non si è assunti a tempo indeterminato. Gli studi sociologici affermano che ciò però dà un senso di precarietà ai lavoratori che non si sentono tranquilli non avvertendo una stabilità nel loro lavoro; questo fatto si traduce nella difficoltà ad assumere degli impegni continuativi nelle varie fasi della vita, come ad esempio quello di creare una famiglia o di comprare una casa. Oggigiorno è più che mai utile pertanto avere una visione completa della situazione lavorativa degli italiani allo scopo di comprendere quali politiche attuare per sostenere i cittadini, soprattutto in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo: gli studi che vengono realizzati dall’ISFOL – Istituto che appartiene al nostro Sistema statistico nazionale – contribuiscono proprio a questo.

Nel 2011 è risultato dall’indagine ISFOL Plus che i lavoratori italiani con un contratto a tempo indeterminato sono il 65,5% della forza lavoro. A questi si aggiunge un 18,2% di italiani che invece svolge un lavoro autonomo, ma sono molti coloro i quali svolgono un lavoro atipico. Il 25% dei giovani ha un lavoro di questo tipo mentre solo il 54% di essi (età compresa tra i 18 e i 29 anni) ha un’occupazione fissa, ovvero con contratto di lavoro a tempo indeterminato. L’incidenza di occupazioni atipiche è pertanto sbilanciata sui giovani.

Sono soprattutto le donne ad avere lavori atipici (il 15,5%), ma anche i laureati in generale (il 17,8%) e i residenti nel Sud Italia (il 14,2%).
Hanno un contratto  atipico la metà dei lavoratori impiegati a tempo determinato. Si tratta per la maggioranza di impieghi che vanno dai 7 ai 12 mesi.
Chi ha un contratto di lavoro atipico di solito spera in una trasformazione in contratto standard, ma ciò avviene in rari casi: nel 37% dei casi, mentre il 43,1% resta nel mercato del lavoro atipico e il 20% entra a far parte del novero dei disoccupati (dati relativi al periodo 2008-2010). Purtroppo, confrontando i dati rilevati negli ultimi anni, si constata che il numero di coloro che riescono a passare da un contratto di lavoro atipico ad uno standard è sempre meno. Ciononostante, la percentuale di coloro che vi riescono è pur sempre superiore a quella di chi da una situazione di disoccupazione totale viene assunto con un contratto standard.

Secondo il direttore generale dell’ISFOL, Aviana Bulgarelli, si può parlare di “un mercato del lavoro meno permeabile, in cui l’ingresso nel mondo del lavoro prima e la stabilizzazione delle posizioni lavorative poi avvengono con più difficoltà. Il lavoro non standard aumenta le probabilità di transitare verso un impiego stabile. Tuttavia, la velocità di trasformazione di conversione dei contratti flessibili in occupazioni stabili si è ridotta e gli esiti negativi sono aumentati, segnale che la crisi l’hanno pagata in particolare gli atipici e coloro che nel mondo del lavoro ancora non erano entrati a fine 2008”.

Bulgarelli afferma che, come conseguenza della crisi globale, l’andamento dell’occupazione – soprattutto di quella a termine – ha subito una contrazione in tutta Europa. Lo dimostra il rapporto sul lavoro (Draft Joint Employment Report 2011) della Commissione Europea che alleghiamo all’articolo: “In tutti i Paesi europei l’attivazione di politiche volte alla creazione di posti di lavoro stanno rapidamente affermandosi come una necessità complementare alle azioni di risanamento finanziario”.

Per quanto riguarda l’apprendistato, Aviana Bulgarelli spiega che “nella sua natura formativa esso permette ai giovani di acquisire le competenze tecniche e trasversali richieste dalla domanda di lavoro e non sufficientemente fornite dal sistema di istruzione e formazione i cui curricula non consentono, al contrario degli altri Paesi europei, periodi di stage in impresa”; in ogni caso è questa tipologia lavorativa che, come evidenziano i dati del rapporto, offre maggiori probabilità di mantenere l’occupazione e di effettuare il passaggio a un lavoro a tempo indeterminato.

Allegati

pdf Rapporto-Europa-lavoro-linguainglese.pdf

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