Stati generali sul lavoro delle donne in Italia

 

Stati Generali sul lavoro delle donne in Italia

 

In questi giorni si è tenuta presso il CNEL (Consiglio Nazionale Economia e Lavoro) l’iniziativa organizzata dalla Commissione Politiche del lavoro e dei sistemi produttivi nata per restituire centralità al tema della scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro. I dati della vergogna

Allo scopo di rilanciare il dibattito politico, economico e sociale intorno a questa ormai annosa questione, in considerazione del fatto che l’Italia si trova al penultimo posto in Europa per quanto concerne l’occupazione femminile, il CNEL  ha coinvolto nella discussione esponenti dell’INPS, della Banca d’Italia, dei Sindacati, della Confindustria, di R.Ete Imprese Italia, fino alla Ministra Elsa Fornero.

In apertura dei lavori il Presidente del CNEL, Antonio Marzano (nella foto mentre stringe la mano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), ha dichiarato che “le donne sono una grande risorsa esclusa e discriminata. La metà non entra neppure nel mercato del lavoro e chi entra ha remunerazioni più basse” ed ha proseguito il suo intervento dicendo che “l’unità d’Italia non potrà dirsi completa finché perdureranno le tre grandi discriminazioni: nei confronti del Sud, dei giovani e delle donne. In particolare l’universo femminile risulta discriminato nel e sul lavoro. Il sistema italiano non fornisce servizi alla famiglia e di conciliazione, di conseguenza le donne o non entrano nel mercato del lavoro, o ne escono dopo il primo figlio, o per assistere parenti anziani. Infatti, alcune analisi sul mercato del lavoro evidenziano come dopo la nascita di un bambino il tasso di occupazione femminile passa bruscamente dal 63% al 50% per crollare ulteriormente dopo la nascita del secondo. Inoltre, sebbene le donne abbiano livelli di istruzione più elevati rispetto ai coetanei, competenze e merito non sono valorizzati, anzi persistono discriminazioni evidenti sulle differenze retributive, qualità del lavoro e di carriera. Bisogna dunque rafforzare concretamente le politiche d’incentivazione a favore della occupazione femminile, fornendo alle famiglie asili nido e servizi di cura per la terza età, e sviluppare un modello sociale per promuovere una ripartizione equa del lavoro familiare”.

Un grido d’allarme che più volte abbiamo riportato sul nostro giornale e che Liliana Ocmin, Segretario Generale CISL, sottolinea, durante gli Stati Generali, con le seguenti parole: “L’abbandono del posto di lavoro delle neo madri non è una scelta, ma una conseguenza delle difficoltà di conciliare il ruolo genitoriale con quello lavorativo. L’inadeguatezza di politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro si riflette sulle donne, ancora al bivio tra carriera ed affetti. Dobbiamo imparare non solo a guardare ma ad emulare le politiche di conciliazione degli altri Stati europei, che con i loro tassi di natalità e di occupabilità femminile, ci confermano che chi non lavora non fa figli. Un paese che si regge su queste premesse è un paese destinato ad invecchiare e a smettere di crescere. La mancata presenza delle donne nel mercato del lavoro italiano va di pari passo con la mancata crescita del nostro Pil”.

Secondo la Cisl, “la chiave per invertire questa tendenza dannosa per le donne – ma anche per l’economia del nostro paese – è la contrattazione di secondo livello aziendale e territoriale, strumento centrale per realizzare politiche di conciliazione e di flessibilità che liberino il tempo delle donne e ne favoriscano non solo l’ingresso, ma la permanenza e la crescita professionale nel mercato del lavoro”.

Tale proposta di uno dei maggiori sindacati italiani, si situa all’interno di una serie di proposte che sono state fatte all’attuale ministra del lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero, dalle parti sociali e dalle organizzazioni coinvolte nella ricerca di una soluzione ai problemi che ostacolano l’adeguata valorizzazione e qualificazione del lavoro delle donne  in Italia. L’impegno del CNEL a questo riguardo si era già fatto notare nel 2010, quando la sua Assemblea approvò un documento di Osservazioni e Proposte dal titolo “Il  lavoro delle donne in Italia”, al quale gli attuali Stati Generali si sono ispirati. Tale impegno si è acuito proprio ora in quanto l’acuirsi della crisi generale rischia di far slittare il tema a questione secondaria nell’agenda politica e dunque negli atti di governo dell’economia, sia a livello nazionale che europeo; ciò comporterebbe, al contrario degli interessi socio-politico-economici, un incancrenirsi del problema che, come evidenziano le ricerche, coinvolgerebbe l’intero “corpo” del lavoro e dell’economia italiana e oltre.

La vergogna italiana

Giuseppe Casadio, presidente della II Commissione del CNEL (Politiche del lavoro e dei sistemi produttivi), ha parlato della discriminazione delle donne per quanto riguarda la distribuzione del reddito, l’accesso alle tutele e la valorizzazione delle competenze. Senza dimenticare l’obbligo al quale molte donne sono purtroppo ancora oggi sottoposte, di firmare le proprie dimissioni in bianco nel momento stesso dell’assunzione: pratica vergognosa e illegale che permette a certi datori di lavoro di estromettere le dipendenti in caso di gravidanza.

Il capo dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat, Laura Sabbadini, ha fatto presente come, nonostante le donne abbiano acquisito coscienza delle proprie capacità lavorative e raggiungano alti livelli di  istruzioni e di competenza, si trovino a combattere contro una realtà molto dura nel mondo del lavoro e trovino nella stragrande maggioranza dei casi la strada sbarrata e le aspirazioni insoddisfatte.
Le donne sono pertanto costrette ad accettare ogni tipo di lavoro: part-time; a tempo determinato; con orari atipici. La crisi ha inoltre aggravato la situazione e la qualità del lavoro femminile si è andata sempre più abbassando.

Il tasso di occupazione delle donne italiane è pari al 46% (dati Istat 2010) di media: con una differenza molto evidente tra il Nord e il Sud: rispettivamente 56,1% contro 30,5%. Tali dati mettono l’Italia al penultimo posto nella classifica europea del lavoro femminile: dopo di noi c’è solo Malta.

Per le giovani donne, anche laureate, la situazione è gravissima, molto più rispetto ai coetanei maschi. Già tra i 18 e i 29 anni, all’inizio della propria carriera lavorativa, le donne si trovano ad affrontare il precariato molto più degli uomini (35,2% contro 27,6%) e le laureate sono sottoutilizzate rispetto ai colleghi (52% contro 41,7%); come se non bastasse, le giovani donne guadagnano di meno: 892 euro mensili contro 1.056 euro percepite dai giovani maschi.

Andando avanti nel tempo, le donne sono costrette a interrompere la propria attività lavorativa a causa della nascita dei figli: il 30% delle donne sospendono il lavoro per motivi familiari, mentre solo il 3% dei papà lo fanno. E sono ben 800.000 le donne che sono state costrette a dimettersi dal proprio datore di lavoro a causa della maternità. Solo 4 madri su 10 sono poi riuscite a trovare un altro posto di lavoro.

Le donne non riescono a fare carriera, e pochissime tra loro riescono ad ottenere ruoli decisionali.

Inoltre, alle donne non è concessa la parità nemmeno per quanto riguarda le retribuzioni, che sono inferiori del 20% rispetto a quelle maschili. Ciò non cambia con l’avanzare dell’età lavorativa, anzi, peggiora. Ad esempio le laureate impiegate a tempo pieno guadagnano 1.500 euro mensili, mentre i laureati che occupano la stessa esatta posizione guadagnano 2.000 euro al mese.

L’analisi della situazione familiare evidenzia poi che una  moglie lavora molto più del marito, viene pagata meno, ha un maggior carico di lavoro extra in quanto casalingo e di cura dei figli e dei parenti anziani.

Tutti gli ostacoli lavorativi che le donne devono affrontare si traducono nell’abbattimento morale dovuto alla frustrazione delle aspirazioni che si traduce in un danno sociale evidente e grave. Infatti, le donne italiane sono costrette a restare a casa dei genitori più tempo di quanto vogliano in effetti; inoltre sono costrette a fare meno figli , hanno meno tempo libero, sono schiacciate dai tempi di lavoro; non riescono nemmeno a garantirsi la normalità nella vita quotidiana.
Un impegno tremendo che si abbina alla loro grande forza di volontà e altruismo, poiché in Italia le donne si fanno carico ogni anno di ben 2 miliardi di ore di lavoro per la cura di famiglie altrui; cosa che negli altri Paesi è demandata alle istituzioni.
E nemmeno quando escono dall’età lavorativa le donne si fermano: la loro attività di supporto e cura continua anche come nonne tuttofare e all’età di 80 anni è ancora occupata da queste attività extra – fatto che non si verifica negli altri Paesi.
La causa di tutto ciò sta nell’inadeguatezza dei servizi assistenziali (sociali, integrativi) italiani.

L’ISFOL ha delineato attraverso un grafico le proposte che possono aiutare a risolvere la situazione lavorativa femminile del nostro Paese. Tale grafico è stato ottenuto basandosi su un’inchiesta realizzata dall’istituto che ha preso in considerazione proprio le richieste partite dalle donne stesse.

Per avere un quadro più completo della situazione del lavoro femminile in Italia, si rimanda agli atti del convegno del CNEL che alleghiamo all’articolo ricordando che il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro è l’organo di consulenza del Parlamento italiano e del Governo in materia di lavoro ed economia. Si tratta pertanto di un ente istituzionale, pubblico, la cui presenza è prevista dall’articolo 99 della Costituzione della Repubblica Italiana. Esso è composto dai maggiori esperti dei settori rappresentati nonché dai rappresentanti delle categorie produttive; il suo consiglio è composto da 121 consiglieri.
Il CNEL ha a tutti gli effetti iniziativa legislativa, il che significa che contribuisce alla elaborazione delle leggi economiche e sociali entro i limiti stabiliti.

All.

 

pdf programma cnel.pdf

pdf atti-convegno-cnel-lavoro-donne.pdf