Donne al lavoro contro la crisi

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Donne al lavoro contro la crisi

Potenziamento del welfare e politiche di conciliazione per uscire costruttivamente dalla crisi.  A Roma il convegno del Centro Italiano Femminile

Essere sostenitrici di un impegno civile e di un nuovo slancio sociale per ottenere quel profondo rinnovamento necessario ad aiutare il Paese a superare l’attuale crisi economica. Uno sforzo coordinato, insieme alla componente maschile, per raggiungere quella conciliazione fra tempi di lavoro e di vita che garantisca finalmente alle donne, ed insieme agli uomini, il pieno godimento del diritto alla dignità della persona.

Questa la proposta lanciata dal C.I.F (Centro Italiano Femminile) nel corso del convegno promosso presso la sede del Parlamento Europeo, venerdì 16 marzo a Roma sul tema: “Dentro la crisi: tra sfide irrisolte e nuove opportunità la presenza femminile in Italia e in Europa”.

Indubbiamente – come sottolineato dalla Presidente del C.I.F, Maria Pia Campanile Savatteri –  in Italia è molto complesso rispondere concretamente alla questione femminile, ma forse con un dialogo più intenso e costruttivo anche con le istituzioni europee, ottenere risultati positivi potrebbe essere più semplice. Un’occasione che oggi può essere  colta più facilmente visto che in questo momento nel nostro Paese – come ricordato dall’Assessore alle politiche del Lavoro e della Formazione della Regione Lazio, Mariella Zezza – oltre al Ministro del Welfare, anche a livello regionale quasi tutte le posizioni politiche direttive nel settore del lavoro e della formazione sono occupate da donne.

Purtroppo i dati diffusi dall’Europarlamento offrono un quadro tutt’altro che roseo.  Sul territorio dell’Unione, in barba a qualsiasi affermazione di principio costituzionale,  persiste infatti ancora un forte divario salariale fra uomini e donne che, a parità di funzioni e mansioni svolte,  si attesta intorno al 17,5 %.  Allo stesso tempo, contrastando il luogo comune per eccellenza secondo cui è il lavoro l’elemento che allontana le donne dalla famiglia,  sempre più studi di settore sottolineano invece come non sia la presenza di un impiego a scoraggiare la maternità, quanto piuttosto l’esatto contrario.

In Italia, ad esempio, la mancanza di un reddito stabile e continuativo – insieme all’incertezza, in caso di maternità, della sua effettiva conservazione – rappresenta infatti l’elemento maggiormente responsabile di quel picco di denatalità che sta interessando ormai da anni tutto il nostro territorio.

Ed allora come individuare azioni politiche che aiutino effettivamente il percorso di crescita femminile in ambito lavorativo ed insieme garantiscano la possibilità di realizzarsi sia nella sfera familiare quanto in quella sociale? 
Innanzitutto – come  evidenziato dall’economista Annamaria Simonazzi dell’Università “La Sapienza” di Roma – prendendo spunto da quei Paesi che conservano alti tassi di occupazione femminile insieme ad alti tassi di natalità. Nei paesi nordici, dove questi due tassi riescono a coniugarsi, un’attenzione particolarissima è rivolta alle politiche di efficienza dei servizi, con l’obiettivo principale della massima conciliazione fra vita privata e lavorativa.  Servizi che per le donne non riguardano solo l’assistenza con asili nido per meglio affrontare la prima fase della maternità (in Svezia gli asili nido pubblici coprono l’intero fabbisogno nazionale; da noi il 10%), ma interessano anche la cura degli anziani, l’efficienza dei  trasporti e dell’apparato burocratico generale.  Tutti fattori che contribuiscono in maniera sostanziale alla permanenza sul mercato del lavoro delle donne che, attraverso il conseguente aumento del Prodotto nazionale, permettono di finanziare il welfare sostenendo la crescita ed insieme assicurando stabilità e prestigio economico alla nazione.

Queste considerazioni fanno anche supporre come nel nostro Paese la trasformazione dell’attuale crisi economica in finanziaria, con i conseguenti “tagli” imposti ai servizi garantiti dallo Stato, ponga a serio rischio le faticose  posizioni di inserimento in ambito lavorativo conquistate dalle donne nel corso degli anni, che inizialmente avevano retto meglio l’impatto sul fronte dei licenziamenti rispetto agli uomini. 

Nel corso del convegno ci si è anche chiesto quali possano essere le conseguenze della contrazione del welfare su quello che è il campione-tipo rappresentativo della situazione a livello nazionale: donna, 55 anni, con due figli, uno ancora a casa, l’altro con prole; una madre di 80 anni, nel 50% dei casi, e un padre di 83, nel 17% delle circostanze; presta aiuto nell’assistenza dei nipoti e nel 23% dei casi è ancora occupata; con i nuovi scaglioni pensionistici deve mantenere l’impiego  ancora almeno per 10 anni. Quanto può incidere su di lei e su tutti coloro che gravitano nella sua sfera, un ulteriore taglio dei servizi imposto dalla crisi? In questo caso la risposta è scontata.
Mentre l’unica risposta per arrestare un avvitamento verso il basso della situazione economica generale, a questo punto, non può che essere focalizzata su politiche tese innanzitutto ad aumentare la domanda generale di lavoro e insieme a strutturare un welfare in grado di sorreggere le lavoratrici in questo cammino.

Come sottolineato dalla Prof.ssa Fiorenza Deriu,  la via per uscire dalla crisi può essere individuata in un percorso che, avvalendosi dell’esperienza europea,  predisponga politiche di conciliazione (flessibilità negli orari e nell’organizzazione del lavoro, il telelavoro, lo job-sharing, la banca delle ore)  che permettano non  solo la rimozione degli ostacoli all’accesso e alla permanenza delle donne nel mondo del lavoro, ma che includano la creazione di nuove opportunità e scelte che garantiscano l’ampliamento degli spazi vitali di tutti, uomini inclusi. 

Cristiana Persia

 

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