Riforma del mercato del lavoro

Il Governo Monti

Riforma del mercato del lavoro

Le misure del Governo e la concertazione con le parti sociali. Alcune novità pensate per sostenere l’occupazione femminile

Seppure con il no della Cgil, la proposta per la riforma del mercato del lavoro è sostanzialmente fatta. I punti fondamentali presentati dal Presidente del Consiglio Mario Monti, dal Ministro al Lavoro Elsa Fornero e dalle rappresentanze economiche e sociali in conferenza stampa al termine di una lunga serie di tavoli di confronto.

Tali punti riguardano, in prima battuta, la modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ma anche una stretta sui contratti precari e l’inserimento di un nuovo ammortizzatore sociale denominato Aspi, che sta per “Assicurazione sociale per l’impiego”. Ci sarà poi la sperimentazione dei congedi di paternità obbligatori, finanziati dal Ministero del Lavoro, pensati per facilitare l’occupazione femminile, e una norma contro i licenziamenti in bianco.

La filosofia del lavoro, d’ora in poi, sarà l’abbattimento della flessibilità in entrata d’impiego, contrapposto ad una maggiore flessibilità in uscita e una protezione “universale” per i lavoratori che perdono il lavoro su modello europeo.

 

I punti chiave della riforma del lavoro

Tra i cambiamenti inseriti nella riforma – che nel suo testo definitivo andrà adesso in Consiglio dei Ministri – si legge che il lavoro a tempo indeterminato sarà “dominante” con il rafforzamento dell’apprendistato per l’ingresso nel mercato del lavoro.
I contratti a termine saranno penalizzati (esclusi ovviamente quelli stagionali o sostitutivi) con un contributo aggiuntivo dell’1,4% da versare per il finanziamento del nuovo sussidio di disoccupazione (oltre all’1,3% attuale). I contratti a termine non saranno prorogabili oltre i 36 mesi, cioè 3 anni, e si cercherà di limitare il fenomeno del lavoro di fatto subordinato mascherato da lavoro autonomo.

Relativamente all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il Governo ha annunciato la diversificazione delle tutele sui licenziamenti con il reintegro nel posto di lavoro nel caso di licenziamenti discriminatori e il solo indennizzo, fino a 27 mensilità di retribuzione, nel caso di licenziamenti per motivi economici considerati illegittimi dal giudice.
Per i licenziamenti disciplinari – ossia per giusta causa o giustificato motivo soggettivo – che vengano considerati ingiustificati dal giudice, il magistrato potrà decidere tra reintegro e indennizzo economico con il pagamento al lavoratore ingiustamente licenziato tra le 15 e le 27 mensilità.

Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, dal 2017 partirà l’era dell’Aspi, l’Assicurazione sociale per l’impiego che sostituirà l’attuale indennità di disoccupazione. Dovrebbe durare 12 mesi (18 per gli over 55) e dovrebbe valere il 70% dello stipendio fino a 1.250 euro, senza mai superare i 1.119 euro lordi per sussidio.

Al via, su richiesta dei sindacati, anche un fondo di solidarietà per i lavoratori anziani. Dovrebbe essere pagato dalle aziende e dovrebbe fornire un sussidio a quei lavoratori che dovessero perdere il lavoro a pochi anni dalla pensione.

La riforma del lavoro per le donne

Nel progetto di riforma del mercato del lavoro è stata inserita anche una norma contro le dimissioni in bianco, strumento spesso utilizzato a discapito delle donne lavoratrici.
A sostegno dell’occupazione femminile dovrebbe arrivare pure l’obbligo di congedo di paternità per gli uomini alla nascita di un figlio. Anche per i papà quindi sarà obbligatorio prendersi un periodo di congedo dal lavoro nei primi mesi di vita dei figli.

Attualmente la legge concede la paternità attraverso il congedo parentale, retribuito al 30% dello stipendio entro i primi tre anni di età del figli e senza retribuzione fino agli 8 anni. Il congedo, secondo le norme in vigore, non può superare gli 11 mesi se ne usufruiscono entrambi i genitori, o può essere di massimo sei mesi per le donne e massimo 7 mesi per gli uomini. Ma, trattandosi di una scelta facoltativa, è poco opzionata dagli uomini: addirittura in rapporto di 1 a 10.

La sperimentazione dell’obbligo della paternità sarà finanziata dal Ministero del Lavoro e secondo la Ministra Elsa Fornero si tratterà di “un cambiamento di mentalità e di un’azione a tutela dell’occupazione delle donne” perché porterà ad una “maggiore condivisione” della gestione dei figli da parte di entrambi i genitori e a una migliore “conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli della famiglia”.

Agnese Fedeli

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