Mobbing, Stalking e molestie sul luogo di lavoro

Maria Grazia Maestrelli

Mobbing, Stalking e molestie sul luogo di lavoro. Vittime soprattutto le donne

Sono sempre più numerosi i casi di stalking e molestie sul luogo di lavoro, oltre a veri e propri episodi di mobbing

Non è facile accettare la condizione di esser vittima di discriminazioni e soprattutto non è facile denunciare il fatto alle autorità, perché subentrano tanti fattori, in primis la paura.

Interessante è il report della consigliera di Parità della provincia di Firenze, Maria Grazia Maestrelli, che ha individuato, nel corso del 2011, 32 casi di discriminazione sul lavoro “per i due/terzi provenienti dal settore privato e principalmente da aziende oltre i 50 dipendenti”.


Le denunce registrate sono in aumento rispetto agli anni precedenti e sono legate in particolar modo alla maternità. Il 55% del totale dei casi denunciati riguarda donne tra i 31 e i 40 anni e nel dettaglio “sette situazioni sono relative a problematiche connesse alla maternità, tre a cessazione o sospensione del rapporto di lavoro, quattro a problemi di flessibilità; cinque casi riguardano penalizzazioni nella progressione di carriera e nella retribuzione, mentre due sono legate all’accesso al lavoro”. Sono nove invece gli episodi di molestie, verbali o fisiche, e stalking.

“Tra le questioni legate alla maternità” specifica la consigliera di Firenze, “quattro derivano da provvedimenti penalizzanti al rientro dal congedo, tra cui un ordine di trasferimento verso una sede di lavoro extraregionale. I problemi di flessibilità sono invece dipesi da cambi di turnazione inconciliabili con le esigenze familiari delle lavoratrici”.

Se da un lato risulta discriminante il fattore maternità, dall’altro il cosiddetto mobbing, ovvero l’accanimento di un singolo o di un gruppo contro una vittima designata nell’ambiente lavorativo, viene praticato anche nei confronti di persone che, per esempio, sono affette da malattie e per questo costrette a stare diversi mesi lontane dal luogo di lavoro. È il caso di Lillydebby, trentenne, che racconta la sua storia sul forum alfemminile.com. “Tutto è iniziato quando ho scoperto di avere una brutta malattia” si confida; “era un anno che venivo ricoverata in ospedale… Ho dovuto subire un intervento difficile e delle cure che mi hanno costretta a rimanere in ospedale per otto lunghi mesi. Sono caduta in una profonda crisi depressiva e la paura di poter morire mi spingeva ad annientarmi pian piano”. Nonostante la profonda sofferenza subita dalla giovane, una volta sconfitta la malattia e rientrata al lavoro dopo tanti mesi, il comportamento del titolare, spiega ancora Lillydebby, “è stato a dir poco terrificante. Era come se lui volesse farmi pagare la mia assenza prolungata, mi attribuiva una colpa grave: quella di essermi ammalata. Sono iniziate le offese pesanti, le ritorsioni, la tortura psicologica con parole che facevano male più delle coltellate”. Conseguenza? Le dimissioni.

Il fenomeno del mobbing in Italia necessita di un corretto inquadramento giuridico, perché ad oggi non è stato ancora regolamentato.
Mentre in altri Paesi europei il fenomeno è stato da tempo disciplinato, nel nostro sistema giuridico manca una normativa specifica che identifichi e disciplini il mobbing di per sé. Tuttavia molti comportamenti che lo caratterizzano trovano una precisa connotazione in numerosi articoli del codice penale italiano: si tratta di abuso d’ufficio, delitto di percosse, delitto di lesione personale volontaria e colposa, ingiuria, diffamazione, minaccia, molestie, atti persecutori, stalking.

Le discriminazioni sul posto di lavoro portano le vittime a precipitare progressivamente verso una condizione di estremo disagio che si ripercuote negativamente sul loro equilibrio psico-fisico. “Sto prendendo antidepressivi” racconta Cinzygr, sempre sul forum alfemminile.com. “la mia autostima è sotto la suola delle scarpe. Mi sono rivolta ad un legale che sta seguendo il mio caso. Ora sembra che l’azienda voglia risolvere il contratto di lavoro offrendomi una ‘buona uscita’, credo ridicola. Presto avrò il secondo incontro all’Ispettorato del Lavoro. L’importante è tenere duro e non mollare; non darla vinta a chi calpesta i tuoi diritti. Pensavano di farmi dimettere e invece…”.

Il consiglio generale di chi ha vissuto questa esperienza negativa è quello di raccogliere più prove possibili prima di qualsiasi licenziamento o dimissioni; è bene farsi consigliare velatamente da un legale, avere pazienza e “fegato” e – solo quando si è certi di avere tutto il necessario per intraprendere l’azione legale – allora si può sperare nella vittoria.
Il più delle volte queste cause vanno per le lunghe e l’unico rimedio per porre fine al disagio psicologico e fisico che ne deriva è quello di cambiare lavoro.

Daniela Auciello

 

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