Liguria: fondi per i centri antiviolenza

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Liguria: fondi per i centri antiviolenza

Stanziati 130mila euro nel bilancio regionale ligure allo scopo di non smantellare la rete dei servizi. I fondi sono destinati ai 4 centri antiviolenza delle province liguri

Una decisione presa in un momento molto particolare in quanto c’è stata “una recrudescenza di abusi e violenze nei confronti delle donne”, afferma l’assessora alle politiche sociali e pari opportunità Lorena Rambaudi sulla base dei dati raccolti.

I centri antiviolenza nelle province liguri sono nati nel 2007 sulla scorta della Legge regionale contro la violenza sulle donne e da allora hanno rappresentato un servizio di ascolto e sostegno per le donne vittima di abusi. Grazie ad essi sono anche state lanciate campagne di sensibilizzazione, offrendo l’opportunità di iniziare percorsi educativi già nelle scuole.

L’assessora Rambaudi ha ribadito alla Giunta l’importanza di continuare ad avere “una rete di centri di ascolto e primo contatto che si aggiungono ai servizi pubblici”.
Infatti, come ha spiegato l’assessora, “Le risorse stanziate oggi dalla Giunta regionale sono solo una piccola parte di quelle che servono per dare linfa al sistema integrato di tutte le strutture che a livello regionale hanno il compito di sostenere ed accogliere le donne e i minori che subiscono violenze. Ma anche se limitate crediamo possano fare la differenza ed evitare lo smantellamento del sistema”.

In Liguria, oltre ai quattro centri anti-violenza (uno per provincia), ci sono tre centri di ascolto e quattordici strutture di secondo livello – strutture che ospitano le donne vittime di violenza per aiutarle nei percorsi di autonomia – e cinque case rifugio.
Complessivamente i centri si prendono cura di 344 donne (239 a Genova, 12 a Imperia, 20 alla Spezia e 73 a Savona).

La maggior parte delle donne che usufruiscono dei servizi dei 4 centri anti-violenza (111) ha un diploma di scuola media superiore. 91 sono le donne che hanno un diploma di scuola media inferiore, 19 sono le donne laureate, 9 hanno completato la scuola elementare. Infine, ci sono 1 analfabeta e 112 non classificate.

Tra le donne che si sono rivolte ai centri anti-violenza, 131 sono risultate in coppia con figli, 58 sole con figli, 44 sole senza figli, 41 in coppia senza figli, 31 ancora presso la famiglia di origine, 5 conviventi con altri nuclei familiari e 34 non classificate.

Per quanto riguarda la situazione economica, 118 donne sono finanziariamente autonome, 88 aiutate da parenti, 65 in condizioni disagiate e senza aiuti e 73 non classificate.

Il 74,71% delle donne accolte non ha indicato alcuna problematica personale. Il 25,29%, invece, ha indicato una o più problematiche, come: disagio psicologico, disturbi mentali, alcolismo, tossicodipendenza, maltrattamenti nella famiglia di origine.

Per quanto riguarda la fascia di età, la maggior parte delle donne che si rivolgono ai centri anti-violenza ha tra i 31 e i 40 anni, seguite dalla fascia di età tra i 41 e i 50, da quella dai 51 ai 60 e dai 21 ai 30.
La maggior parte delle donne che si rivolgono ai centri sono italiane (221), seguite da  ecuadoriane (29), marocchine (15).

L’assessora Rambaudi ha dichiarato che “nonostante il lavoro svolto dai centri in questi anni, nella nostra regione assistiamo a casi di violenza estrema che non colpisce solo donne prive di un titolo di studio o in condizioni di forte povertà. Il fenomeno della violenza  colpisce tutte le donne e risulta sempre più ripetuto e perpetrato soprattutto da persone conosciute. Contro questa deriva  bisogna ripartire dall’educazione e sensibilizzare anche le ragazze più giovani rispetto ad alcuni segnali da cui si può capire il partner potenzialmente violento”.

 

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