I Buoni pasto in Italia. Una proposta di riforma

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I Buoni pasto in Italia. Una proposta di riforma

Un sostegno alle famiglie dei lavoratori che ha effetti economici e impatti sociali. La Bocconi di Milano realizza uno studio che analizza il mercato dei buoni pasto e lancia alcune proposte per migliorarne il sistema

I buoni pasto in Italia: effetti economici, impatti sociali e proposte per una riforma del settore” è il titolo dello studio realizzato, che ha preso in considerazione aspetti giuridici, economici e sociali di questo particolare fondo di sostegno diretto ai lavoratori italiani.

Maggior flessibilità ed efficienza nell’ambito dei nuovi modelli di gestione e nell’ottica dell’attuale riforma del lavoro. Questi i principali obiettivi che si vogliono raggiungere con le proposte presentate grazie alla studio che la Bocconi  ha realizzato in collaborazione con due delle principali società che si occupano di buoni pasto: Sodexo Motivation Solutions e Day Ristoservice Servizio Buoni Pasto. Il progetto ha lo scopo di definire nuove regole per il settore affinché si realizzi una maggiore sostenibilità per tutti gli attori coinvolti nel sistema partendo dalla questione fondamentale del welfare in azienda.

E gli attori coinvolti non sono pochi, considerando che in Italia ci sono oltre 2,3 milioni di lavoratori che usufruiscono dei buoni pasto e che potrebbero vederne migliorare il “rendimento” in termini di aumento del potere d’acquisto se venisse aumentata l’esenzione a 8 euro introducendo una card. Tale aumento di potere di acquisto, secondo lo studio appena presentato, sarebbe pari al 3,24%.

Occorre anzitutto considerare che il buono pasto rappresenta la sostituzione della mensa aziendale e dunque un servizio sia per i lavoratori che per le stesse imprese che così possono risparmiare sulla realizzazione di un’area di ristoro interna per i propri dipendenti, con tutto ciò che essa comporterebbe (locali ad hoc, personale specifico, permessi, igienizzazione, adempimenti burocratici, ecc.).

Inoltre, i buoni pasto sono uno strumento interamente deducibile per l’azienda e la cui IVA è detraibile. Purtroppo però il valore esentasse di un singolo buono pasto è fermo – da ben 15 anni! – a 5,29 euro. Inutile far rilevare che con una cifra simile oggigiorno di certo non si pranza e pertanto il lavoratore è costretto a metter mano al proprio portafogli se vuole saziarsi. E lo deve fare malgrado il buono pasto debba permettere a tutti gli effetti  il pagamento di un pasto completo a sostituzione di quello che dovrebbe essere dato da una mensa aziendale.

Se si considera che nel 2012 oltre 2,3 milioni di dipendenti italiani – di cui il 36% dipendenti pubblici – lo stanno utilizzando, si comprende quanto il buono pasto sia un sostegno per le famiglie dei lavoratori. Non solo: secondo lo studio, nel 2009 “il valore stabile del buono pasto è anche riuscito ad ammortizzare gli effetti della crisi, garantendo al lavoratore (su un buono pasto da 5,29) un potere d’acquisto superiore dell’1,71%”.

Una cancellazione del buono pasto rappresenterebbe pertanto un impoverimento del reddito delle famiglie e dei consumi avendo un impatto negativo sull’economia italiana. Grazie ai buoni pasto – che, solo nel 2012 secondo le stime dei ricercatori, muoverà 3,4 miliardi di euro di valore complessivo – verranno garantiti 306 milioni di euro di PIL (Prodotto Interno Lordo) e 438 milioni di euro per l’Erario come entrate fiscali (stima per il 2013).

A questo punto è ovvio che sarebbe opportuno incrementare l’efficacia e l’efficienza del servizio e ciò si potrebbe realizzare, dicono gli analisti, aggiornando il valore esentasse dei buoni ed emettendo  buoni pasto non più sotto forma di blocchetti cartacei ma di card (carta elettronica, come quelle di credito).

Un valore esentasse fermo dal 1997, dunque addirittura precedente all’introduzione dell’euro (e si sa come sia cambiato il potere d’acquisto della moneta dopo tale momento) è decisamente da modificare, considerando che nel 2013 l’aumento dei costi dei beni alimentari dovrà prendere in considerazione un aumento dell’inflazione pari al 50% rispetto al 1997. Ciò significa che il minimo che si possa fare per contrastarlo è di portare l’effettivo valore di acquisto del buono pasto da 5,29 euro a 8 euro  (con il relativo aumento del valore facciale complessivo del buono). Tra l’altro ciò comporterebbe una crescita del PIL compresa tra 93 e 291 milioni di euro.

Perché la carta elettronica? La risposta è semplice: con l’introduzione di questa modalità di pagamento, la tracciabilità dei buoni pasto sarebbe garantita, l’efficienza dal punto di vista della gestione aumenterebbe e inoltre verrebbe anche controllato che non ci sia un’anomalia nell’utilizzo dei buoni pasto da parte degli attori della filiera.

Entrambe le proposte potrebbero coniugare la crescita dei consumi con un maggior potere d’acquisto da parte delle famiglie e una maggiore efficienza del servizio pur non influendo in modo negativo sulle entrate fiscali dello Stato. D’altro canto occorre ricordare che lo studio della Bocconi ha mosso i suoi passi dalla recente proposta di Direttiva della Commissione Europea in materia di imposte sui voucher e dai modelli fiscali differenti già adottati in altri Paesi europei in previsione della futura necessità di realizzare una regolamentazione coerente sul piano europeo.

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