Lazio: uno sportello regionale per le adozioni internazionali

Lazio: uno sportello regionale per le adozioni internazionali

 

Firmata la convenzione tra Regione Lazio e Agenzia regionale per le adozioni internazionali della Regione Piemonte per migliorare e rendere più rapidi i percorsi delle adozioni

Se ne parla poco ma in Italia sono migliaia e migliaia le coppie che ogni anno si rivolgono al Tribunale dei Minori per chiedere l’adozione di un bambino, conseguenza del basso livello di natalità in Italia (e dell’altissimo livello di invecchiamento della popolazione). Di fronte a tante richieste di adozioni, ci sono altrettanti bambini che necessitano di una nuova famiglia e di una nuova casa senza trovarla.  Perché?

“Un percorso lunghissimo, difficile, al termine del quale nella maggior parte dei casi si resta insoddisfatti e si deve ricominciare da zero” ci risponde una coppia che abbiamo intervistato. Il percorso, ci hanno spiegato, implica, per chi vuole adottare un bambino abbandonato in Italia (dunque non necessariamente italiano), una serie di accertamenti legali, fiscali, sanitari, psicologici che risultano invasivi della privacy e in certi casi addirittura ridicoli: ad esempio sapevate che se volete adottare un bambino avete bisogno dell’autorizzazione scritta di entrambi i nonni paterni e di entrambi i nonni materni (e se non li avete dovete presentare un certificato di morte che giustifichi la loro “assenza”) nonché dell’approvazione di familiari, parenti, amici e vicini di casa che vengono intervistati su di voi per appurare se siete delle “brave persone”?

La coppia intervistata, dopo una procedura durata mesi e che ha implicato analisi del sangue, settimane di sedute con sociologi e psicologi, sopralluoghi dell’abitazione, analisi dei conti bancari, visione delle dichiarazioni dei redditi, controlli patrimoniali, ecc, è stata autorizzata a presentare domanda di adozione alla quale sono stati allegati documenti riportanti perizie mediche e psicologiche e valutazioni della polizia. “Presentare la domanda non vuol dire altro che essere inseriti in una lista di attesa” ci risponde l’aspirante mamma. “La domanda infatti viene accatastata sul tavolo del giudice minorile che ti viene assegnato e resta lì per tre anni. Al termine dei tre anni viene deciso se accettarla o meno. Se non viene accettata, si ha la libertà di presentarne un’altra, ma non prima di aver ricominciato l’intero percorso”.

Alla coppia intervistata – che non può avere figli in modo naturale – non è stata concessa l’adozione nonostante abbia tutti i requisiti per allevare con estrema cura un eventuale figlio: la motivazione è stata che non c’erano bambini da adottare a disposizione rispetto all’alto numero di richieste. La coppia così ha rinunciato pur di non sottoporsi nuovamente all’intera trafila. Trafila che però si può evitare se si chiede di adottare un bambino malato poiché in questo caso si ha una corsia preferenziale (soprattutto se al bambino stesso rimane poco tempo da vivere). Non vogliamo essere cinici nel rivelare questa realtà, ma compito di un giornale è informare, e si informa dicendo la verità, per quanto cruda possa essere.

Se questo è il percorso delle adozioni di bambini abbandonati in Italia, si comprende il motivo per cui tante coppie adottano bambini recandosi direttamente all’estero. Anche qui però ci sono delle difficoltà, perché occorre conoscere e seguire le regole degli Stati in cui ci si reca e la maggior parte di essi chiede la presenza dei futuri genitori adottivi sul posto per diversi mesi allo scopo di far adattare il bambino alle nuove figure genitoriali. Anche in questo caso alle coppie possono presentarsi dei problemi, in primis quello relativo alla propria attività lavorativa: chi è occupato come dipendente è costretto a prendersi non solo le ferie (non basterebbero in quanto spesso il Governo estero pretende una permanenza di entrambi i genitori futuri di minimo tre mesi consecutivi, a volte anche sei) ma un permesso particolare: la cosiddetta aspettativa o qualche altra forma che non sempre i datori di lavoro sono disposti a concedere. Chi ha un’attività autonoma spesso invece è ostacolato dal fatto che se non lavora non incassa e se non incassa non mangia, soprattutto se si tratta di una micro o piccola attività (che poi è quella svolta da oltre il 90% delle imprese italiane).
A tutto ciò si aggiunge il fatto che la permanenza di quei mesi all’estero è a totale carico degli aspiranti genitori, cosa che comporta una spesa non indifferente.
Per queste ragioni solitamente ad adottare sono persone che possono permetterselo sotto diversi punti di vista e non solo quello di amore genitoriale o responsabilità e mantenimento economico.

Per non fare andare allo sbaraglio le coppie che vogliono adottare un bambino all’estero, esistono delle agenzie di adozione internazionale: esse sono a conoscenza di tutti gli iter dei singoli Stati e possono supportare dal punto di vista legale e in certi casi anche amministrativo ed economico, nonché psicologico, gli aspiranti genitori.
La Regione Lazio ha appena stipulato un accordo con una di esse: si tratta dell’ARAI (Agenzia Regionale Adozioni Internazionali) della Regione Piemonte, istituita nel 2001, iscritta all’Albo degli Enti Autorizzati dalla Commissione Internazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed autorizzata ad operare in Brasile, Burkina Faso, Cina, Corea del Sud, Federazione Russa, Lettonia, Repubblica Moldova, Slovacchia, Etiopia, Senegal, Capo Verde, Colombia e Guatemala.

La convenzione, spiega in una nota la Regione Lazio, sarà di durata quinquennale e impegna la Regione Piemonte a fornire il proprio know how per lo svolgimento all’estero delle pratiche di adozione internazionale al personale della Regione Lazio affinché esso possa fornire gli elementi utili ad aprire uno sportello per le adozioni internazionali presso la Regione Lazio stessa.

“Questa convenzione” spiega la presidente Renata Polverini “si inserisce nella scia del lavoro realizzato in collaborazione con il Tribunale per i minori di Roma per migliorare e velocizzare i percorsi adottivi. È uno strumento importante con il quale vogliamo dare risposte alle lungaggini e alle complicazioni burocratiche, che scoraggiano il desiderio di essere genitori adottivi e che rappresentano la vera ragione della flessione delle adozioni sia nazionali che internazionali. Per questo abbiamo deciso di portare avanti questo progetto con la Regione Piemonte, che ha istituito il primo e unico ente pubblico autorizzato per svolgere le pratiche di adozione internazionale e accompagnare i genitori nel loro percorso, fornendo assistenza giuridica, sociale e psicologica”.

Lo sportello informativo diretto alle coppie che vorrebbero adottare un bimbo all’estero, fornirà consulenze giuridiche, sociali, psicologiche e pedagogiche mentre la Regione Piemonte gestirà i rapporti con la Commissione per le Adozioni internazionali, con le autorità straniere e si occuperà del coordinamento generale dei viaggi delle coppie nei Paesi esteri e dell’assistenza in loco.

L’assessore alle Politiche sociali e Famiglia della Regione Lazio, Aldo Forte, fa rilevare che mentre si parla sempre di tagli “qui ancora una volta parliamo del potenziamento di un servizio. È la prova che non è necessario investire ingenti risorse, ma avere chiari gli obiettivi e lavorare in sinergia tra enti e istituzioni. Con lo sportello regionale offriamo un punto di riferimento, istituzionale e dalla comprovata esperienza, che ha già rapporti consolidati con gli stati esteri. Un servizio che garantisca un supporto pubblico finora carente, così da assicurare un’adeguata preparazione e un costante accompagnamento durante tutto il percorso adottivo. E, soprattutto, dare una maggiore speranza di avere una famiglia a tanti bambini che vivono in condizioni di estrema difficoltà”.