Le parole del Presidente Schifani sul dopo Rio+20

Le parole del Presidente Schifani sul dopo Rio+20

Durante la conferenza internazionale dal titolo “Lo scenario dopo RIO+20”, uno degli interventi è stato del presidente del nostro Senato, Renato Schifani. Si tratta di riflessioni dovute, a seguito della conclusione della Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile

Riscaldamento globale, mutamento climatico, riduzione della biodiversità, desertificazione, sono temi entrati ormai a far parte della nomenclatura comune, ma occorre che esse siano di stimolo ad operazioni concrete di contrasto.

Presidente Senato Renato SchifaniRiportiamo l’intervento del presidente del Senato senza nulla aggiungere, nella speranza che i cittadini italiani, a partire dalle imprenditrici che si sono sempre mostrate più sensibili a questi temi di ordine etico, diano loro il giusto peso.

Viviamo in tempi segnati da cambiamenti epocali.
Termini come riscaldamento globale, mutamento climatico, riduzione della biodiversità, desertificazione, solo per citarne alcuni, investono la vita di tutti gli abitanti del pianeta.
Tutti dobbiamo essere consapevoli del contributo che ci viene richiesto per instaurare nuove relazioni tra gli uomini, con la terra, la natura e i beni essenziali alla conservazione della biosfera.

Alle istituzioni spetta il compito di assicurare a tutti, soprattutto ai giovani, l’opportunità di potersi formare una compiuta coscienza ambientale. Risalta in questo contesto il ruolo indispensabile dei think tanks che oggi organizzano questa conferenza. La conferenza sullo sviluppo sostenibile dell’Onu, a vent’anni da quella tenutasi nella stessa città brasiliana nel 1992, ha visto la partecipazione di rappresentanti di 193 Paesi che hanno discusso della green economy orientata allo sviluppo sostenibile e all’eliminazione della povertà, e della riforma della governance ambientale globale.

La dichiarazione finale “il futuro che vogliamo”, è l’impegno a promuovere un modello di sviluppo meno distruttivo per il nostro pianeta e indica le sfide principali per una terra che da qui al 2050 passerà da sette a nove miliardi e mezzo di abitanti. Il dibattito serrato su richieste ed interessi contrapposti, vede nel documento finale il frutto di un compromesso pur privo di obiettivi vincolanti e di finanziamenti certi.

 

Ma è da dire che in un periodo di grave crisi come quella che stiamo vivendo, la comunità internazionale ha saputo trovare il consenso su principi e programmi da seguire.

Tra gli importanti risultati raggiunti a Rio, vorrei sottolineare gli impegni a favore dello sviluppo sostenibile, per un totale di 513 miliardi di dollari; l’approvazione del piano per aiutare un miliardo di persone a uscire dalla povertà e per curare la biosfera, con il riconoscimento della “green economy” quale via principale anche per creare nuovi posti di lavoro.
Dobbiamo allora guardare all’accordo raggiunto come un punto di partenza, non di arrivo, dal momento che rimane sospesa la questione legata al finanziamento dei progetti approvati nel vertice.

E occorre andare avanti; proprio le difficoltà finanziarie, pure gravissime, ci devono spronare ad utilizzare quegli stessi strumenti indicati dalla dichiarazione finale: le fonti di credito “innovative”, i partenariati, la cooperazione fra pubblico e privato. Sono strumenti che possono favorire la collaborazione in materia ambientale tra Occidente e resto del mondo, in particolare con le economie emergenti.
Va sottolineato in questo senso il ruolo della Cina che a Rio, con il premier Wen Jiabao, ha espresso la volontà e la determinazione di promuovere la causa dello sviluppo sostenibile insieme alla comunità internazionale.

Lo sviluppo sostenibile in Occidente, il trasferimento tecnologico verso i paesi emergenti, l’aiuto allo sviluppo e la cooperazione verso i paesi poveri possono essere la combinazione ideale per conquistare un consenso globale sui tre pilastri dello sviluppo sostenibile: ambientale, economico e sociale.
Allo stesso tempo, non possiamo ignorare gli appelli sempre più forti che si levano a favore di una maggior giustizia sociale e in difesa dei poveri del nostro pianeta, delle popolazioni indigene e per il rispetto di diritti umani fondamentali.

Sono questioni che interrogano le nostre coscienze di cittadini, di cattolici, di democratici e che ci impongono di trovare senza indugio soluzioni in grado di contemperare gli interessi, entrambi legittimi, sia dei Paesi ricchi che di quelli meno fortunati.

L’Unione europea preme per affermare la nuova ricetta di una crescita fondata sull’economia verde. E l’Italia, che si riconosce pienamente nella posizione comunitaria e ha svolto a Rio un importante ruolo di mediazione, ha interesse ad accelerare questo sviluppo.
A Rimini il prossimo 7 e 8 novembre si terranno gli Stati Generali della Green Economy, dove sarà presentato un programma che può dare un valido contributo per far uscire la nostra Nazione dalla crisi.

Il nostro Paese, grazie al dinamismo delle sue piccole e medie imprese e alla tradizionale associazione del made in Italy alla bellezza e alla qualità, può utilizzare questa formula per una nuova prospettiva di sviluppo.

La gravità della situazione non può essere ignorata e il tema richiede decisioni e soluzioni rapide; occorre una assunzione di responsabilità da parte dei governanti nei confronti delle generazioni presenti e future. La tutela dell’ambiente e dell’ecosistema deve essere posta al centro della nostra azione politica.

Il modello di sviluppo fondato sul consumismo senza limiti, sugli sprechi, sullo sfruttamento di persone e risorse naturali, deve lasciare il posto a comportamenti individuali più responsabili e originare politiche rispettose dei diritti di tutti, fermi restando i principi della libertà di iniziativa economica.
Il creato non è di nostra proprietà esclusiva. Dobbiamo consegnarlo alle generazioni future nelle migliori condizioni possibili.

Condividi