Qualità dell’acqua potabile in Italia

Qualità dell’acqua potabile in Italia

 

Legambiente e Cittadinanzattiva hanno terminato l’inchiesta che ha portato alla creazione di un dossier dal significativo titolo “Acque in deroga”. Infatti nel 2012 sono ben 112 i Comuni che hanno ottenuto nuove deroghe per tenere più bassi della norma i parametri della qualità dell’acqua

Un milione di cittadini italiani è quello coinvolto in questa spiacevole situazione nonostante già un anno fa sia stato vinto un referendum sull’acqua come bene comune. Oggi queste imprese e questi cittadini non hanno ancora acqua potabile sicura e conforme alla Legge.

 

Borio, fluoruri e tanto arsenico: ecco i principali elementi dannosi che fuoriescono dai rubinetti delle case e delle aziende di questo milione di italiani residenti soprattutto nel Lazio, in Toscana e in Campania. Sono ben 90 infatti i Comuni del Lazio che hanno ottenuto una deroga alla Legge e pertanto possono permettersi di prendere ancora tempo prima di adeguarsi alla Legge, 21 quelli della Toscana e 1 il Comune della Campania.

Perché tutto questo ritardo nell’adeguarsi alla normativa? Risponde Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente: “il problema è che in Italia lo strumento della deroga, entrato in vigore nel 2001 e inizialmente previsto solo come misura transitoria per dare tempo alle autorità competenti di realizzare i giusti interventi necessari, è stato in realtà adottato con leggerezza, trasformandosi in un espediente per prendere tempo ed alzare i limiti di legge rispetto ad alcune sostanze fuori parametro. Per fermare questa cattiva abitudine è dovuta arrivare nel 2010 la bocciatura della Commissione Europea, chiamata in causa dall’Italia per ottenere la concessione del terzo triennio di deroga. Lo stop di Bruxelles è giunto inaspettato, cogliendo le autorità italiane impreparate; però ha avuto il merito di innescare un’accelerazione degli investimenti e degli interventi di ripristino dei parametri dell’acqua grazie ai quali alcune Amministrazioni Comunali non hanno avuto bisogno di chiedere più deroghe. Ci auguriamo che presto il capitolo delle deroghe sulle acque potabili possa chiudersi definitivamente”.

Il segretario generale di Cittadinanzattiva, Antonio Gaudioso, aggiunge: “anche il settore delle acque potabili conferma come l’Italia sia il Paese dove niente è più definitivo del provvisorio. Per assicurare la tutela della salute dei cittadini, ai sindaci interessati chiediamo un’operazione di trasparenza per quanto riguarda i dati di qualità dell’acqua, e di garantire una costante informazione alla cittadinanza, da realizzare con il diretto coinvolgimento delle organizzazioni civiche”.

Il dossier realizzato dalle due organizzazioni sulla base delle rilevazioni delle singole Regioni nonché dell’Unione Europea, che alleghiamo all’articolo, analizza tutte le deroghe chieste a partire dal 2003 e mette in evidenza come ogni deroga abbia una durata di tre anni con possibilità di essere rinnovata al massimo per altre due volte: le prime due vengono decise dal Ministero della Salute mentre la terza deve avere il via libera della Commissione Europea ed è la negazione di questa terza deroga da parte della Commissione che ha scatenato le tensioni dei Comuni.
In Italia il “pasticcio delle deroghe” iniziò nel 2003, primo anno in cui ne venne fatta richiesta. Da allora fino al 2009 sono state 13 le Regioni che hanno richiesto tale deroga: Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Umbria, Veneto.
Queste 13 Regioni hanno presentato richiesta affinché potessero non allinearsi alla normativa sui parametri di qualità delle acque riguardo a ben 13 elementi dannosi: arsenico, boro, cloriti, cloruri, fluoro, magnesio, nichel, nitrati, selenio, solfato, trialometani, tricloroetilene, vanadio.

Dopo ben 6 anni di deroghe ottenute, alcune regioni (Campania, Lazio, Lombardia, Toscana, Trentino Alto Adige e Umbria), non avendo ancora ripristinato i valori della qualità della dell’acqua al di sotto dei limiti consentiti, hanno chiesto una terza deroga in questo caso solo per arsenico, boro e fluoruri.
Nel 2010 la Commissione Europea ne ha concesse alcune respingendone altre. In particolare ha rifiutato il rinnovo per 128 Comuni che avevano chiesto di innalzare la concentrazione dei livelli di arsenico nell’acqua dal valore stabilito (10 microgrammi per litro) a 30, 40 o 50 microgrammi per litro, a seconda dei valori riscontrati nei propri acquedotti.
Altri Comuni invece le hanno ottenute per valori più bassi (deroghe di ottobre 2010 e marzo 2011). Una parte di questi provvedimenti è scaduta a dicembre 2011, e così Lombardia, Umbria, Campania e le Provincie autonome di Bolzano e Trento sono state costrette a completare gli interventi. Nel frattempo sono scadute anche le deroghe in Sicilia (per il vanadio nei Comuni etnei), in Toscana (per i trialometani in 3 comuni) e nel Lazio (per vanadio in 14 Comune e trialometani in 2).
Ad oggi quindi rimangono in vigore deroghe nel Lazio (arsenico e fluoruri), Toscana (arsenico e boro) e in un comune della Campania (fluoruro).

Lazio tra caro tariffe e bassa qualità

Nel Lazio vive la maggioranza dei cittadini coinvolta in questa politica del ritardo: si tratta di 800mila persone residenti in 90 Comuni laziali che ancora non ricevono acqua di rubinetto conforme ai limiti di Legge, considerando che la loro Regione è quella che ha ricevuto dall’Unione Europea più deroghe (attive ancora oggi ben 112 deroghe). In particolare, da questi rubinetti, scende acqua contenente arsenico e fluoruro superiori ai limiti di Legge. Avendo ottenuto deroghe per tanti anni, questi Comuni operano all’interno della legalità ma occorre considerare che una deroga rappresenta un permesso temporaneo per dar tempo di adeguarsi a chi si sta veramente operando per farlo ma tecnicamente non riesce a fare in tempo nonostante ogni sforzo. Quando la deroga inizia ad essere presentata e ripresentata anno dopo anno arrivando a contare quasi un decennio la faccenda si fa preoccupante ed è normale  chiedersi se si sta facendo qualcosa veramente per abbassare i livelli di arsenico e di fluoruri nell’acqua potabile oppure si lascia la patata scottante alla prossima legislatura (come ormai siamo abituati).
Se il consumo delle acque minerali in bottiglia è così alto una ragione dunque c’è, ed è valida.

In particolare, nel Lazio sono in deroga: per l’arsenico 9 Comuni della provincia di Latina e 4 della provincia di Roma; per il fluoruro 6 Amministrazioni Comunali del viterbese. Inoltre, ben 54 Comuni del viterbese e 17 in provincia di Roma sono alle prese con valori eccessivi di entrambi i parametri.

 

 

Rileviamo che in alcuni Comuni del viterbese si denunciano gravi ritardi nella realizzazione di impianti di potabilizzazione, e in molti (Capranica, Carbognano, Castel Sant’Elia, Civita Castellana, Farnese, Ronciglione, Sutri, Vetralla, Villa San Giovanni in Tuscia, e in alcune frazioni di Viterbo) si sono registrati di recente valori di arsenico molto superiori ai 20 µg/l (che è il limite concesso temporaneamente dalla deroga), suscitando molte proteste da parte della cittadinanza. Va anche detto che le elevate concentrazioni di arsenico sono di origine naturale, da ricondursi alla natura vulcanica di gran parte del territorio laziale, anche se ciò non significa certo che facciano bene alla salute.

Il rientro nei limiti di legge è previsto per dicembre 2012, con la speranza che per quella data tutti questi Comuni facciano qualcosa per la salute dei propri cittadini. Dichiara Roberto Crea, segretario di Cittadinanzattiva Lazio: “per assicurare la tutela della salute dei cittadini, ai sindaci interessati chiediamo un’operazione di trasparenza per quanto riguarda i dati di qualità dell’acqua, e di garantire una costante informazione alla cittadinanza, da realizzare con il diretto coinvolgimento delle organizzazioni civiche”.

D’altronde, come ha giustamente aggiunto Crea, “il nostro Paese deve avere il coraggio di affrontare i problemi per quelli che sono e trovare le capacità e le risorse per risolverli, senza ricorrere continuamente a sanatorie e deroghe. L’acqua è un bene primario e gli investimenti per proteggere o ripristinare la sua qualità e per ridurne drasticamente gli sprechi sono prioritari, anche per tutelare la salute dei cittadini e l’approvvigionamento idrico”.

All.

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