Le comunità creano valore economico grazie al potere aggregativo del cibo

Cibo e Ristorazione

Le comunità creano valore economico grazie al potere aggregativo del cibo

Una ricerca Censis-Coldiretti sulle attività svolte nei territori italiani direttamente dalle comunità: grazie alle relazioni umane si riesce a creare valore economico ed innalzare la qualità della vita. Per questo in Italia c’è un vero e proprio Boom delle sagre

Si tratta dell’antidoto italiano alla crisi ma anche alla solitudine, dal momento che il cibo è da sempre un veicolo di socialità oltre che simbolo di identificazione dei territori. Dalle sagre alle grigliate all’aperto alla moda dell’after-hours, l’aperitivo in compagnia, ecco le nuove cifre di un settore antico e nuovo al tempo stesso.

Alle sagre partecipano ben 23,6 milioni di italiani, alle grigliate ben 27,5 milioni e agli aperitivi 16,5 milioni. Un antidoto alla solitudine, di cui soffrono attualmente 7,4 milioni di persone (con un aumento del 24% tra il 2006 e il 2011) che rappresenta anche un business per le aziende che, possiamo affermare, sviluppano i propri affari facendo del bene.
Il Censis ha analizzato il problema della solitudine e ha individuato anche le regioni in cui le persone sole sono di più rispetto alla popolazione del territorio: la Sardegna è quella che detiene il primato è la Sardegna (dove l’aumento delle persone sole è stato del 54%), seguita dall’Abruzzo (dove sono aumentate del 45%) e dall’Umbria (dove l’aumento è stato del 42%).

Attualmente vi sono 2,1 milioni di persone di età superiore ai 44 anni che vivono da sole. In questo caso, l’aumento è stato – tra il 2006 e il 2011 – dell’82% in Toscana, dell’80% in Abruzzo,  del 64% in Lombardia e del 58% in Veneto.
Naturalmente gli individui che vivono da soli hanno il desiderio di avviare relazioni, di conoscere altre persone e spesso il cibo può rappresentare un veicolo per soddisfare tale desiderio.

La comunità comunque riesce a creare tante opportunità per realizzare questi desideri: oltre alla frequentazione di negozi, medici, parrocchie e palestre, scuole, eccetera, ci sono le attività parallele alle quali accennavamo in precedenza delle quali si viene a conoscenza proprio in questi centri di socialità. Mangiare insieme, come dicevamo, crea relazioni e valore economico e per questo in Italia c’è stato un boom di sagre e grigliate all’aperto, e ci si è lasciati contagiare dalla moda dell’aperitivo in compagnia. Perché le relazioni conviviali nascono dalla moltiplicazione delle attività che hanno al centro il cibo e il vino.

In base alla ricerca realizzata da Censis e Coldiretti, dal titolo “Vivere insieme, vivere meglio. Utili, affettive e conviviali: gli italiani e le relazioni nelle comunità”, presentata negli scorsi giorni a Roma da Francesco Maietta e Giuseppe De Rita rispettivamente responsabile del settore Politiche sociali e Presidente del Censis, e discussa da Carlo Borgomeo, Presidente della Fondazione con il Sud, Sergio Marini, Presidente della Coldiretti, e Mario Catania, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, alle sagre partecipano 23,6 milioni di italiani, di cui 5,3 milioni in modo assiduo. Si tratta di un fenomeno culturale ed economico, che coinvolge trasversalmente la popolazione: non contano infatti le classi di età, i ceti sociali, le aree geografiche di appartenenza.

Ci sono poi abitudini che, diventando di massa, si trasformano in occasioni di socialità, come quella dell’aperitivo in bar e locali, che coinvolge 16,5 milioni di italiani, di cui 2,5 milioni in modo assiduo. In questo caso però sono i giovani sotto ai 30 anni di età ad amare la pratica dell’aperitivo in compagnia (precisamente 5,2 milioni).

Alle grigliate all’aperto partecipano 27,5 milioni di persone, di cui 6,4 milioni regolarmente. Questa sembra essere la pratica più gettonata dagli italiani. In ogni caso i numeri sono tali da descrivere, per tutte e tre le situazioni, fenomeni di massa ad alto impatto relazionale per i territori che ne sono coinvolti e con rilevanti implicazioni socio-economiche.

turismo enogastronomicoIl turismo enogastronomico, per fare un esempio, coinvolge 12,2 milioni di italiani, di cui 2,3 milioni in modo regolare. E serve anche a cementare le comunità locali.
Infatti, la crescente omogeneità dei consumi globali non ha scalfito la tipicità dei territori italiani, “intesa come l’insieme di caratteri che distinguono un’area, connotandola agli occhi dei residenti e del mondo intero”. La ricerca ha dimostrato che il 94% degli italiani ritiene che il territorio della regione in cui vive abbia una sua tipicità che lo distingue dagli altri. Ne è maggiormente convinto chi ha un livello di istruzione più elevato (96,9%) e chi risiede nei comuni più piccoli (95,1%).

Secondo l’inchiesta, la caratteristica distintiva del territorio regionale consiste per il 60% degli intervistati nel patrimonio culturale, storico e artistico; per il 57% nel cibo e nel vino; per il 53% nel paesaggio; per il 42% nel dialetto locale. Da notare che il dialetto locale ha una rilevanza inferiore rispetto all’enogastronomia.

Nell’era digitale, esiste anche un nuovo modo per fare comunità e per veicolare il messaggio enogastronomico: sono 1,8 milioni gli italiani che partecipano a community online incentrate sul cibo, di cui 415mila con regolarità quotidiana.
Un fenomeno che segue l’alto livello di attenzione per il cibo espresso dal successo di trasmissioni televisive, libri e magazine.
Come affermano i relatori della ricerca, “la potenza aggregatrice del cibo si dispiega sul web”. Infatti, per il 50% degli italiani coinvolti nei social network, dalle relazioni create nei network online si generano iniziative nel territorio in cui vivono.
E non sono le sole attività online che nascono da questa relazione tra cibo, web e media: 14,8 milioni di italiani (di cui 5,7 milioni regolarmente) fanno ricerche in Internet per confrontare prezzi e qualità dei cibi; 25,2 milioni di italiani (9,7 milioni regolarmente) recuperano ricette su libri, web, televisione.
Si tratta soprattutto di donne (16,5 milioni), ma sono molti anche gli uomini che lo fanno (8,7 milioni).
Emerge così una nuova funzione sociale del cibo, perno di nuova relazionalità sia materiale (nei territori) che virtuale (nelle piattaforme telematiche e mediatiche). A onore di chi lavora in questo gradevole settore.

 

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