Agricoltura in Toscana. Due nuovi studi per le politiche future

Agricoltura in Toscana. Due nuovi studi per le politiche future

 

Presentati il 16 ottobre due nuovi studi commissionati dalla Regione Toscana alle Università di Firenze e di Pisa. Il primo riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra e il secondo l’etichettatura ambientale

Le aziende agricole toscane possono vantare di essersi adeguate sufficientemente alla normativa europea, dal momento che i gas serra emessi sono meno della metà della media nazionale e che gli stessi boschi della regione assorbono milioni di tonnellate di CO2.

Durante il convegno “Sostenibilità dei sistemi agricoli toscani e promozione delle produzioni a ridotta emissione di CO2” che si è svolto ieri a Firenze nell’aula magna della facoltà di Economia alla presenza di esperti, docenti universitari e operatori della filiera agroalimentare, sono stati presentati i dati degli studi: SATREGAS (Sistemi Agricoli Toscani per la Riduzione delle Emissioni di Gas Serra), finalizzato all’individuazione di strategie di coltivazione e prima trasformazione a bassa emissione di CO2  adatte ai sistemi agricoli toscani, e ARIA (Azioni Regionali per l’etIchettatura Ambientale), finalizzato alla valutazione delle emissioni di CO2 nelle fasi di conservazione,  confezionamento e trasporto dei prodotti agricoli e all’individuazione di modalità di comunicazione per la promozione di prodotti agricoli  a basso impatto ambientale.

I risultati degli studi hanno messo in evidenza che in Toscana le emissioni di gas serra derivanti dall’attività agricola sono meno di un milione di tonnellate, pari al 3% della quantità totale di CO2. Si tratta di un dato inferiore alla metà della media nazionale, dal momento che l’agricoltura italiana pesa sul totale delle emissioni per un 7%.
Un altro dato positivo per l’ambiente e la popolazione è che la superficie boschiva, che ricopre il 50% della regione, permette di assorbire 10 milioni di tonnellate di CO2 (emesse in totale dalla regione, non solo dall’agricoltura) a fronte di un livello di emissioni di gas serra della regione stimate nel 2007 pari a circa 33 milioni di tonnellate CO2.

Il motivo per cui si è ritenuto importante affidare questi studi lo ha spiegato l’assessore all’agricoltura e foreste Gianni Salvadori: “l’obiettivo che ha mosso la Regione Toscana è stato quello di  studiare  la possibilità di  ridurre le emissioni di gas serra nell’ambito dell’intera filiera agro-alimentare, sia migliorando o modificando le pratiche agricole correnti, che individuando modelli più virtuosi di trasformazione, distribuzione e consumo, soprattutto dei prodotti agricoli freschi, a partire dall’approfondimento di due casi studio: il pomodoro da mensa e il latte fresco. La ricerca ha messo chiaramente in evidenza come sia possibile contribuire a questo obiettivo con  la  gestione  dei terreni  e la diffusione di pratiche colturali sostenibili.”

In particolare, gli studi condotti hanno mostrato l’importanza per la sostenibilità ambientale e per la tutela della salute pubblica, l’utilizzo della filiera corta e della rotazione colturale. Spiega ancora l’assessore Salvadori: “lavorazioni ridotte  e più superficiali del terreno o il mantenimento il più a lungo possibile di una copertura vegetale sul terreno stesso – ad esempio attraverso l’inerbimento delle colture arboree o la realizzazione di colture da sovescio – consentono di conservare nel suolo significative quantità di carbonio. Ma anche pratiche tradizionali come la rotazione colturale, che  evita il ripetersi  sullo stesso terreno della medesima coltura, l’inserimento di specie foraggere, l’interramento dei residui colturali,  rappresentano  criteri di gestione del suolo che, aumentando il contenuto di   biomassa nel suolo, possono produrre sia la riduzione delle emissioni di gas serra che un aumento dei ‘sequestri’ di carbonio. In altre parole, è come se la CO2 venisse ‘catturata’ dal terreno invece che rilasciata in atmosfera”.

La ricerca ha inoltre dimostrato che la riduzione delle emissioni di gas serra si ottiene anche attraverso una gestione più razionale dei fertilizzanti – soprattutto di quelli azotati – sia nella scelta del tipo di concime da utilizzare che nella valutazione delle quantità da distribuire.

Anche per quanto riguarda l’attività di allevamento, si è verificato che una gestione corretta dell’alimentazione, dei reflui di allevamento e delle pratiche agronomiche per la produzione di alimenti destinati al bestiame possono ridurre in maniera considerevole le emissioni riconducibili al comparto zootecnico (principalmente metano e protossido di azoto).

In generale l’agricoltura biologica si è confermata come  uno dei sistemi di produzione che meglio può contenere le emissioni di gas serra, grazie alla sostanziale riduzione dell’impiego di mezzi tecnici. Inoltre, alla coltivazione in pieno campo – ad esempio del pomodoro da mensa –  corrisponde un livello di emissioni inferiore del 50%  rispetto alla coltivazione in serra.

Etichette parlanti

Lo studio ha preso in considerazione anche le altri fasi della filiera agro-alimentare: la trasformazione, la distribuzione e il consumo dei prodotti agricoli freschi o trasformati.
Sulla base delle opinioni raccolte presso i consumatori, attraverso una specifica indagine, sono state definite alcune linee guida per lo sviluppo di un  sistema di etichettatura che potrà essere utilizzato dai produttori  allo scopo di orientare scelte consapevoli verso prodotti che contribuiscono alla riduzione delle emissioni in atmosfera.

Gli studi effettuati danno utili indicazioni al Governo regionale per la prossima fase di programmazione del PSR 2014-2020 (Programma di Sviluppo Rurale). Esso dovrà prevedere politiche volte a favorire più  basse emissioni di CO2 e individuare interventi per fronteggiare i cambiamenti climatici “che oggi rappresentano una delle emergenze alle quali è obbligatorio fare fronte” spiega l’assessore affermando che, da questi studi, “ emerge la conferma di quello che abbiamo sempre sostenuto incentivando la filiera corta e i prodotti di stagione. Sistemi di approvvigionamento a lunga distanza o a bassa efficienza energetica implicano elevate emissioni non  soltanto per gli elevati consumi connessi al  trasporto, ma anche per il tipo  di confezionamento e per la modalità di conservazione. E da questo lavoro emerge anche quanto sia importante il ruolo dei consumatori e quanto sia necessario mettere a loro disposizione le informazioni che riguardano anche l’impatto ambientale connesso ai diversi sistemi produttivi”.