Ricordiamo Rita Levi Montalcini

Primo piano - Rita Levi Montalcini

Ricordiamo Rita Levi Montalcini

La sua scomparsa proprio in questi giorni è stata accompagnata dagli affettuosi ricordi di tante persone che l’hanno conosciuta e stimata. Da parte nostra, per ricordarla rilanciamo il nostro articolo pubblicato in occasione del suo 102mo compleanno

“Il corpo faccia quel che vuole, io sono la mente”. Una donna colta e innamorata della vita, un simbolo di successo e di determinazione al femminile, un modello per tutti: quando la passione supera ogni barriera

 

È nata in primavera, quando si rinnova la vita e la natura è nel pieno del suo fulgore: lei che a 102 anni continua ad essere piena di entusiasmo per le novità, ancora attiva in diversi campi, capace di animare interi gruppi di ricerca che a lei fanno capo oggi come nel passato.

È diventata un simbolo di determinazione e di successo, un modello di impegno convinto e continuo: è Rita Levi Montalcini, una italiana di cui andare fieri e una donna consapevole e orgogliosa di esserlo, premio Nobel per la medicina nel 1986 e vincitrice l’anno successivo della National Medal of Science, attribuitagli dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan.

 

Una esistenza segnata dalla determinazione e dal coraggio

Rita, ovvero quando i condizionamenti non contano: è stata sempre sicura di sé stessa e decisa nelle sue aspirazioni e nelle sue scelte fin dalla prima adolescenza, e poi nella maturità e nella fecondissima terza età.

Nata da famiglia ebraica a Torino il 22 aprile del 1909, era stata destinata dal padre – come del resto le altre sue sorelle – ad una vita tradizionale: la attendevano il matrimonio e la maternità, e non furono previsti per lei gli studi superiori nè quelli universitari. Ma a diciotto anni vinse la prima battaglia: chiese al papà il permesso di studiare, recuperò in poco tempo gli studi non svolti e ottenne il diploma di maturità, che le consentì di iscriversi, nel 1930, alla facoltà di Medicina di Torino, dove si laureò nel ’36 e iniziò la specializzazione in neurologia e psichiatria in un ambiente quasi esclusivamente maschile.

Nel ’38 però arrivarono le leggi razziali, e fu contro di esse la seconda grande battaglia della sua vita: costretta a emigrare, continuò a studiare il sistema nervoso presso l’Università di Bruxelles fino all’invasione del Belgio, nel ’40; tornò allora a Torino e, dopo il bombardamento della città, si rifugiò prima nelle campagne dell’astigiano e poi a Firenze, proseguendo le sue ricerche in casa propria, dentro la sua camera da letto, mentre in tutta la penisola impazzavano le persecuzioni antisemite. Scampata alle deportazioni, nel ’44 divenne medico del quartier generale anglo-americano, e lì capì di essere fatta più per la ricerca che per la professione. Tornata a Torino, proseguì le sue ricerche sul ruolo dei fattori genetici e dei fattori ambientali nella differenziazione dei centri nervosi e si dedicò poi allo studio del tessuto cerebrale dell’embrione.

Nel ’47 fu chiamata come Docente di Neurobiologia alla Washington University: contro ogni sua previsione, restò in America ad insegnare e a ricercare fino al 1977, anno in cui andò in pensione, sperimentando anche lei la fatica del rientro in patria comune a molti scienziati italiani.
Solo nel ’61 infatti ottenne un incarico dal nostro CNR, incarico che portò avanti di pari passo con le sue ricerche in America, dove aveva realizzato, già dieci anni prima, la scoperta che la rese famosa e che le valse il Nobel nel 1986: l’identificazione e l’isolamento del cosiddetto NGF (Nerve Growth Factor – fattore di crescita nervoso), una proteina che influenza la crescita e la differenziazione delle cellule sensoriali e simpatiche, fondamentale tra l’altro per lo studio dei tumori e di alcune malattie degenerative cellula nervosadel sistema nervoso, come i morbi di Parkinson e di Alzheimer.
Dedicò ancora alla ricerca gli anni successivi al pensionamento, operando in molteplici enti pubblici e privati: in particolare approfondì lo studio della Sclerosi Multipla, e nel 2001 fondò l’EBRI (European Brian Research Institute), presso il quale prosegue ancora oggi, all’età di 102 anni, la sua attività di ricerca.

Sempre impegnata in ambito politico e sociale, individua come “segreto della giovinezza” – e addita ai giovani quale via per rimanere attivi e vivaci – l’attenzione a quello che ci circonda, e non soltanto ai propri interessi. Esattamente come ha fatto lei, che continua a capire benissimo il mondo, anche se quasi non vede più da circa 12 anni a causa di una grave maculopatia degenerata.
Nel 1992, proprio per mantenere viva l’attenzione alle esigenze della società ha istituito, con la sorella gemella Paola, la Fondazione Levi Montalcini, che mira a sostenere la formazione dei giovani e a stimolare la leadership politica e scientifica femminile nei paesi africani, attraverso borse di studio universitarie destinate a ragazze meritevoli provenienti dal continente nero.

Essere donna e svolgere ruoli da uomini: la lezione di Rita alle donne del nostro tempo

Medico tra i soldati, nubile in una società che assegnava alla donna esclusivamente il ruolo di moglie e di madre, studiosa quando alle donne era totalmente negata la possibilità di una formazione superiore, attiva sempre nell’università e nella ricerca, tra colleghi uomini e in un campo scientifico tradizionalmente maschile – nel quale però si è sentita sempre accolta, apprezzata e rispettata, al punto da essere ammessa, prima donna della storia, quale membro della Pontificia Accademia delle Scienze – Rita Levi Montalcini ha combattuto con la sua vita gli stereotipi e le difficoltà del suo tempo per rivendicare nei fatti, e non solo con le battaglie ideali, la parità tra uomo e donna e le loro identiche possibilità. “L’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi”, ha sempre affermato. “Le nostre capacità mentali sono le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio”.

E proprio su questo diverso approccio lei ha sempre puntato, sicura che fosse la propria risorsa migliore: lei, che ha scelto di portare i cognomi di entrambi i suoi genitori per conservare la memoria e l’eredità della mente scientifica di suo padre Adamo, matematico ed ingegnere elettrotecnico, e di quella creativa di sua madre Adele, brava pittrice e artista. Lei che, pur non credendo in Dio e definendosi atea, ha deciso di devolvere metà della somma vinta con il Nobel alla comunità ebraica italiana per la costruzione di una nuova sinagoga a Roma.
Una donna, insomma, che ha saputo mantenere la continuità con la propria tradizione e difendere la propria identità, al di là e insieme attraverso l’autonomia del pensiero: un simbolo di equilibrio e di intelligenza; un modello per tutti, ribadito dai numerosissimi riconoscimenti accademici e internazionali, non ultime le molteplici lauree honoris causa ricevute da università italiane e straniere.

A lei, che è ritenuta una donna come poche, è stata dedicata, nella notte che ha preceduto il suo 102esimo compleanno, la manifestazione web Rita101+, che ha voluto festeggiarla e insieme dare voce alle tante ricercatrici italiane sparse per la penisola e per il mondo che, come lei, nonostante le difficoltà, continuano a credere in sé stesse e nelle loro capacità, e a portare alto il nome dell’Italia, delle sue intelligenze e della sua straordinaria parte femminile.

Laura Carmen Paladino

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