Uscire dalla crisi con l’innovazione: la bioeconomia

Uscire dalla crisi con l’innovazione: la bioeconomia

 

Workshop a Firenze per capire cosa s’intende con il terminte “bioeconomia” e come coniugare ricerca, innovazione e mondo imprenditoriale

La Commissione Europea ha adottato da alcuni mesi una strategia per indirizzare l’economia dell’Unione verso un uso più ampio e sostenibile delle risorse. Un piano che prevede azioni mirate per esempio verso la riduzione delle emissioni, verso un’agricoltura sempre più sostenibile, ma anche verso l’ideazione di nuovi processi produttivi rispettosi dell’ambiente, dell’uomo, della biodiversità.

Un’economia post-petrolio, si potrebbe dire, che l’Europa sostiene grazie a diversi programmi di finanziamenti alle imprese nei settori della ricerca e dell’innovazione.
Questa è, in estrema sintesi, la bioeconomia, tema al centro di un workshop ristretto che si è di recente svolto nella sede fiorentina del CNR, al polo universitario scientifico di Sesto Fiorentino. Di fatto si è trattato di un momento per avviare la discussione tra istituzioni, mondo della ricerca e dell’impresa sui temi della bioeconomia e dello sviluppo rurale, in un momento di passaggio tra la programmazione europea 2007-2013 e il futuro piano di finanziamenti 2014-2020.

Al workshop hanno partecipato rappresentanti del mondo imprenditoriale, di Università e Consiglio nazionale delle ricerche, della Commissione Europea e del Ministeri alle Politiche Agricole e alla Sanità. Insieme per sottolineare quali siano gli aspetti più interessanti della programmazione europea nell’ambito dell’innovazione e della ricerca, applicati al mondo dell’agroalimentare.

Scienza ed economia, gemelle diverse. Per sfatare lo stereotipo che le materie scientifiche non possano avere una ricaduta economica, nel corso del workshop sono stati presentati alcuni progetti in via di realizzazione o già in parte conclusi che coniugano la ricerca con il mondo imprenditoriale rurale. Tra questi, il progetto “Forma nova”: studio che ha portato a definire una via per produrre un formaggio pecorino con un basso livello di colesterolo e, al contrario, con alti indici di acidi buoni per il corpo. L’innovazione, che in questo caso è di processo e di prodotto, nasce grazie all’introduzione di semi di lino dell’alimentazione degli animali. O ancora, il progetto “Garantes”, che unisce aziende del vivaismo della zona di Pistoia ed enti di ricerca (CRA – CNR Istituto di biometeorologia Ibimet di Firenze) per apportare modifiche di processo capaci di abbattere le emissioni di carburanti, pesticidi e fertilizzanti nello scenario del vivaismo.
Insomma, scienza e mondo imprenditoriale non sono pianeti così lontani, questo sembra emergere dal workshop fiorentino. Al contrario, sono in grado di attivare circuiti economici virtuosi: basti pensare, per esempio, che molto spesso, quando un’azienda o una rete d’imprese partecipa ad un bando europeo per la ricerca e l’innovazione, attiva anche l’assunzione di giovani ricercatori legati alle Università.

La bioeconomia è quindi un settore da tenere sotto osservazione: secondo dati della Commissione Europea, il comparto vanta già un fatturato di circa 2.000 miliardi di euro a livello europeo e impiega 22 milioni di persone, pari al 9% dell’occupazione complessiva dell’EU. Comprende i settori dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca, della produzione alimentare, della produzione di pasta di carta e carta, nonché comparti dell’industria chimica, biotecnologica ed energetica. Ogni euro investito oggi in ricerca e innovazione nella bioeconomia sarà pari a dieci euro entro il 2025.

Agnese Fedeli