Il benessere equo sostenibile

BES

Il benessere equo sostenibile

Valutazioni a tutto tondo sul sistema Italia. Presentati i risultati del rapporto BES, sintesi del lavoro del Cnel e dell’Istat in un’ottica anche di genere

Il primo rapporto sul benessere equo e sostenibile (BES) è stato oggetto dell’incontro organizzato lo scorso lunedì dal Cnel (Consiglio nazionale economia e lavoro) e dall’Istat presso l’aula del palazzo dei gruppi parlamentari di Roma. Con tale iniziativa, di grande rilevanza scientifica, si  è posto l’accento sulla misurazione del benessere del sistema Italia, condizione che si è soliti evidenziare attraverso il PIL.

La ricerca approntata dalle due istituzioni scardina le comuni convinzioni economiche, con la teoria del superamento del PIL (Prodotto Interno Lordo), partendo dal presupposto che i  progressi di una società non debbano essere valutati solo dal punto di vista finanziario ma anche osservando la prospettiva sociale ed ambientale.

Per monitorare lo stato di salute dell’Italia sono stati reclutati i maggiori esperti nel contesto della salute, dell’ambiente, del lavoro e dell’economia. Il neo progetto non è altro che la prosecuzione di attività passate, già avviate dalle due istituzioni promotrici. Grazie alla ricerca condotta si è proceduto al miglioramento degli indicatori utilizzati, volti a favorire una conoscenza dettagliata della sostenibilità economica, sociale ed ambientale dell’attuale percorso di sviluppo del Paese.
I dati elaborati forniscono agli esperti svariati spunti di riflessione: è legittimo chiedersi di cosa si parli quando si fa riferimento al concetto di benessere di una società, concezione che è  estremamente mutevole e varia secondo i tempi, i luoghi e le culture. Ogni studioso  interpellato ha valutato la società odierna secondo parametri lontani dalla staticità ed ha considerato più indicatori per eseguire un’analisi dettagliata di ciò che ci circonda.  
 
Fulcro della ricerca un comitato di indirizzo che ha identificato dodici dimensioni del benessere considerate rilevanti per la crescita comune:

  • salute,
  • istruzione e formazione,
  • lavoro e conciliazione dei tempi di vita,
  • benessere economico,
  • relazioni sociali,
  • politica ed istituzioni,
  • sicurezza,
  • benessere soggettivo,
  • paesaggio e patrimonio culturale,
  • ambiente,
  • ricerca ed innovazione,
  • qualità dei servizi.

Hanno completato l’indagine le opinioni espresse da cittadini italiani, nel periodo compreso tra ottobre 2011 e febbraio 2012, che in modo del tutto spontaneo hanno risposto ai quesiti loro proposti sul portale dell’Istat. Agli intervistati chiamati ad esprimersi sulle dodici dimensioni del benessere è stata offerta la possibilità di implementare il questionario con l’aggiunta di argomenti considerati per loro fondamentali.
La partecipazione al questionario, contrariamente a quello redatto per il Censimento, non aveva carattere di obbligatorietà e, proprio per tale ragione, conferisce all’analisi una fotografia sommaria del Paese, perché il campione chiamato in causa non è stato rappresentativo della popolazione totale.

Da una prima analisi risulta che gli italiani attenti alle  tematiche proposte fossero di età compresa tra i  25 ed i 64 anni (quasi il 90%), caratterizzati da un livello di istruzione più elevato rispetto alla media (i due terzi hanno conseguito una laurea o un titolo superiore), residenti per quasi la metà dei casi in una regione settentrionale (48%), per un terzo in una del Centro (32%) e per il 19% dei casi in una regione meridionale.

I risultati

La vita media continua ad aumentare, collocando l’Italia tra i Paesi più longevi d’Europa. Contrariamente a quanto si pensi, le donne sono più svantaggiate in termini di sopravvivenza: pur avendo più ampi  scenari di vita, un terzo della loro esistenza è contraddistinta da condizioni di salute non certo buone.
Diversi gli esiti a seconda delle collocazione geografica: le donne che risiedono nel Mezzogiorno, a 65 anni possono contare di vivere in media ancora 7,3 anni, senza incappare in limitazioni dettate dall’avanzare degli anni, mentre le loro coetanee del Nord hanno prospettive più incoraggianti, con 10, 4 anni da vivere in più.

Cala la mortalità infantile, se calcolata nel lungo periodo; in tale ricerca si escludono però tutti quegli incidenti mortali causati da mezzi di trasporto o da tumori, catalogati nella mortalità evitabile.

La popolazione continua a riprodurre comportamenti dannosi per la salute: l’obesità è in crescita ed attanaglia circa il 45% della popolazione maggiorenne; l’abitudine al fumo – dopo 10 anni dalle passate indagini – mostra una lieve flessione, che però non riguarda i più giovani, purtroppo  inclini a fare uso di bevande alcoliche con una certa regolarità.
L’alimentazione è a rischio: uno stile di vita sedentario accomuna il 40% degli adulti; inoltre, più dell’80% della popolazione consuma sempre meno frutta e verdura di quanto sia necessario.
Gli elementi descritti evidenziano un altro aspetto: i residenti del Mezzogiorno e le persone di bassa estrazione sociale sono le categorie più penalizzate in tutte le dimensioni valutate.         

Elementi negativi emergono dalla valutazione dell’istruzione e della formazione: rispetto agli altri Paesi europei c’è un ritardo sostanziale, anche se nell’ultimo decennio si registra un lento miglioramento. La quota di persone di 30 -34 anni che ha conseguito un titolo universitario è del 20,3% in Italia, a fronte del 34,6% della media europea.
Le differenze culturali si accentuano poi a livello territoriale: nel 2011 la quota di persone di 25-64 anni con almeno il diploma superiore era del 59% al Nord e del 48,7% al Sud.

In merito agli indicatori di qualità dell’occupazione emerge un peggioramento dato che la crisi attuale ha ridotto la possibilità di procedere con la stabilizzazione dei contratti temporanei. Nella classe 20-64 anni il tasso di occupazione è sceso dal 63% del 2008 al 61,2% del 2011, mentre il tasso di mancata partecipazione è aumentato dal 15,6% al 17,9%.
Il benessere economico dato il contesto lavorativo descritto ne ha risentito: ciò ha portato ad una diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie, che risparmiano meno ed in alcuni casi si indebitano. La quota di persone che hanno richiesto e ricevuto aiuto in denaro da parenti o istituzioni è passata dal 15,3% del 2010 al 18,8% del 2011.

La crisi incide anche sui rapporti sociali: la famiglia, ad ogni modo, rappresenta un luogo di sicurezza e di stabilità. Le giovani mamme, ad esempio, data la scarsità di servizi socio assistenziali per bimbi ed anziani, rimangono uno dei punti di riferimento della società ed i dati lo confermano. Nel 2009 quasi il 76% della popolazione ha dichiarato di avere parenti ed amici su cui fare affidamento che hanno fornito sostegno a titolo gratuito.

L’associazionismo ed il volontariato rappresentano per il Paese una ricchezza, che però non è distribuita in modo omogeneo su tutto lo stivale: è una realtà meno presente nelle regioni del Sud, dove i bisogni sono più gravi. In particolare, dichiara di svolgere attività di volontariato il 13,1% della popolazione residente al nord, contro il 6% che si colloca nel Mezzogiorno.

L’Italia è purtroppo uno dei Paesi Ocse con i più bassi livelli di fiducia verso il prossimo.
Lo stesso scetticismo non risparmia neppure il mondo della politica ed i suoi rappresentanti. Emerge una sfiducia diffusa verso i partiti, i consigli regionali, provinciali, comunali e nel sistema giudiziario, sentimento che accomuna tutti i segmenti della popolazione, senza fare un distinguo territoriale o per titoli di studio. Il dato peggiore riguarda i partiti politici: la fiducia media dei cittadini verso le forze politiche su una scala da zero a dieci è pari ad appena 2,3. Le donne poi, riportando un dato di genere, considerano la politica come una componente astratta e lontana dai propri interessi, dato significativo che vede una scarsa rappresentanza femminile nei palazzi della politica.

Poche certezze per gli italiani anche per quanto concerne la sicurezza. Nonostante dal 1990 i reati contro il patrimonio e gli omicidi orditi dalla criminalità siano diminuiti, dal 2002 al 2009 il senso d’insicurezza è aumentato per tutte le classi di età e in modo più vistoso per le donne rispetto agli uomini (52,1%), timore che si ricollega al rischio di essere vittime di violenza sessuale .
Da questi risultati sarebbe più logico desumere che per i cittadini italiani il contesto in cui si vive non è dei migliori; stranamente, però, gli italiani esternano una dose di ottimismo stupefacente e tracciano un bilancio prevalentemente positivo della propria esistenza, senza considerare tutte quelle incertezze derivanti dall’attuale situazione economica
(nel 2012 chi non è entusiasta del proprio portafoglio passa dal 13,4% al 16,8%).

Riguardo l’immenso patrimonio culturale e paesaggistico italiano, il patrimonio storico ed artistico risente delle risicate risorse economiche destinate al settore (la spesa pubblica che l’Italia destina alle attività culturali è pari allo 0,4% del PIL).

Vivere in ambienti non a rischio ed esteticamente competitivi è l’ambizione espressa dagli intervistati: pur aumentando la disponibilità di verde pubblico, c’è il dissesto idrogeologico che è avvertito come un grave rischio, distribuito su tutto il territorio nazionale. Anche l’acqua e l’aria sono aspetti non trascurabili, anzi fondamentali. I consumi di acqua potabile risultano in linea con quelli europei e rimangono costanti dal 1999. C’è maggiore attenzione verso il consumo di energie derivanti da fonti rinnovabili, la cui quota sul totale dei consumi è aumentata dal 15,5% del 2004 al 22,2% del 2010.

Circa l’impegno delle aziende italiane per promuovere sistemi innovativi vi sono dati contrastanti: l’Italia si distanzia notevolmente dai Paesi europei più avanzati in termini di ricerca e registrazione dei brevetti, mentre si posiziona meglio in termini di propensione all’innovazione delle imprese. Il rapporto tra spesa per ricerca e sviluppo e PIL è stabile all’1,3%, a fronte di una media europea del 2% e di un obiettivo del 3%.

Ritardi, ma con significativi progressi, inglobano la qualità dei servizi erogati. La lunghezza della liste d’attesa rimane un ostacolo imponente per il servizio sanitario nazionale. Migliora, invece, l’erogazione dei servizi di pubblica utilità, quali gas ed elettricità, così come quella dell’acqua.
Si sono fatti passi avanti nella differenziazione dei rifiuti, la cui quota è giunta al 35,3%, anche se il nostro Paese è ancora lontano dagli standard di altre nazioni europee, qualitativamente più elevate.

L’auspicio comune? Che questi dati possano trasformarsi in utili elementi di riflessione per la collettività e per le forze politiche, pronte a confrontarsi con un sistema in continua evoluzione.  

Paola Paolicelli                        

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