Un Mezzogiorno in piena crisi sociale

Crisi sociale Mezzogiorno

Un Mezzogiorno in piena crisi sociale

È quanto emerge dal rapporto presentato durante l’incontro organizzato dal CENSIS lo scorso 19 marzo durante l’iniziativa annuale “Un giorno per Martinoli”, dedicata ad uno dei fondatori del Censis

Non lascia dubbi interpretativi sulle disastrose condizioni del Sud Italia il rapporto intitolato “La crisi sociale del Mezzogiorno”, presentato dai due vertici del Censis: Giuseppe De Rita e Giuseppe Roma, rispettivamente presidente e direttore generale.

I dati che emergono consegnano un’Italia, purtroppo, spezzata in due tronconi: da un lato c’è il virtuoso Nord – esempio da seguire – e dall’altro il Meridione, vittima di scelte e politiche manageriali non certo ottimali.
Lo studio condotto fa affiorare le cifre di un PIL che si è ridotto, tra il 2007 e il 2012, del 10% perdendo, durante la crisi economica, ben 113 miliardi di euro, molto di più del PIL dell’intera Ungheria.
Una domanda prevale su tutte, e a porsela è Giuseppe Roma: “come si è giunti al declino del Sud Italia?” Lo stesso Giuseppe Roma prova a dare una risposta: “la mia analisi parte da situazioni lontane nel tempo, non certo ascrivibili solamente all’attuale recessione. Hanno contribuito a creare un territorio in difficoltà: piani di governo sbagliati, una burocrazia troppo lenta e poco competente a gestire le risorse pubbliche (un esempio su tutti è quello dei fondi europei), infrastrutture obsolete ed una limitata apertura verso scenari economici esteri”. In particolare, riguardo ai fondi europei Giuseppe Roma precisa che di quelli assegnati “risulta utilizzato appena il 53% per cento delle risorse disponibili e spesi 9,2 miliardi(appena il 21,2 %)”.

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Il mercato del lavoro non è esente da scossoni: dei 505 mila posti di lavoro persi in Italia dall’inizio della crisi, tra il 2008 e il 2012 il 60 % ha riguardato il Mezzogiorno (più di 300 mila). Purtroppo lo scotto maggiore è pagato da alcune categorie sociali, in primis giovani e donne. Spiega ancora Giuseppe Roma: “un terzo dei giovani tra i 15 e i 29 anni non riesce a trovare un lavoro (in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è al 25%). E la differenziazione di genere contribuisce a creare nuovi ostacoli. Infatti, se oltre ad essere giovani si è donne, la disoccupazione sale al 40%. Il tasso di disoccupazione femminile totale è del 19 % al Sud a fronte di un valore medio nazionale dell’11%. I disoccupati con laurea sono in Italia il 6,7 % a fronte del 10 % nel Mezzogiorno”.

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“Se il lavoro manca accade perché il comparto imprenditoriale, già storicamente fragile, è stato sottoposto ad un progressivo processo di smantellamento, così come sta accadendo, negli ultimi mesi, per lo stabilimento tarantino dell’Ilva e della Fiat di Termini Imerese”, ha proseguito Giuseppe Roma. E parlando di questo comparto, i dati mostrano che tra il 2007 e il 2011 gli occupati nell’industria meridionale si sono ridotti del 15,5% (con una perdita di oltre 147 mila unità) a fronte di una flessione del 5,5% nel Centro-Nord.
Oltre 7.600 imprese manifatturiere del Mezzogiorno (su un totale di 137 mila aziende) sono uscite dal mercato tra il 2009 e il 2012, con una flessione del 5,1% e punte superiori al 6% in Puglia e Campania.

In una situazione simile, la povertà tende ad allargare le sue vittime. “il Mezzogiorno resta un territorio in cui le forme di disparità si accentuano: regioni come Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, purtroppo, registrano indici di diseguaglianza più elevati della media nazionale.
Il 26% delle famiglie residenti nel Mezzogiorno è materialmente povero (cioè con difficoltà oggettive ad affrontare spese essenziali o impossibilitate a sostenere tali spese per mancanza di denaro) a fronte di una media nazionale del 15,7 %. E nel Sud sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media nazionale del 24,6%”.

Ma se il Sud è in ginocchio una causa è da ricercare nell’incapacità del mondo della Scuola di garantire una formazione di giovani donne ed uomini da destinare al mondo dell’imprenditoria e della pubblica amministrazione. Stranamente, si assiste ad un processo inversamente proporzionale: nonostante la spesa pubblica per l’istruzione e la formazione nel Mezzogiorno sia molto più alta di quella destinata al resto del Paese (il 6,7% del PIL contro il 3,1% del Centro-Nord, ovvero 1.170 euro pro-capite nel Mezzogiorno rispetto ai 937 del resto d’Italia pari al 24,9% in più), si registra un tasso di abbandono scolastico del 21,2% al Sud.
Il 31,9% dei giovani di 15-29 anni non studiano e non lavorano, con una situazione da emergenza sociale in Campania (35,2%) e in Sicilia (35,7%). E il 23,7% degli iscritti meridionali all’università si è spostato verso atenei del Centro-Nord, ritenuti più prestigiosi, contro una mobilità di solo il 2% dei loro colleghi del Centro e del Nord.

La crisi sociale del Mezzogiorno non risparmia neppure la sanità pubblica. I cittadini meridionali reputano il servizio sanitario offerto in progressivo deterioramento: lo afferma il 7,5 % al Nord-Ovest, l’8,7 % al Nord-Est, il 25,6 % al Centro e addirittura il 32,1 % al Sud.
Data la scarsa fiducia nei medici e nelle strutture ospedaliere locali, il 17,1% dei residenti meridionali si è spostato in un’altra regione per ottenere adeguata assistenza sanitaria.
Cure non appropriate e servizi scadenti non generano una morte prematura, al contrario è evidente la tendenza all’aumento della longevità. Si prevede al 2030 un incremento della popolazione anziana di oltre il 35% contro dinamiche di crescita meno marcate nelle altre aree geografiche. In parallelo crescerà molto anche il numero dei non autosufficienti, destinati a superare i 783 mila, con un balzo di oltre il 50%.

Le conclusioni sono state affidate a Giuseppe De Rita, che ha dichiarato: “il degrado del Sud Italia è creato dalla mancanza di civismo quotidiano. Se il senso civico fosse più sentito, forse le bellissime zone del Meridione potrebbero essere contornate da scenari più rosei. Altro step è quello di sensibilizzare le giovani generazioni ad avere maggiore rispetto del loro territorio. In ambito economico sono auspicabili investimenti da attuare nel medio periodo, ed investimenti di natura morale volti a generare una responsabilità condivisa di gruppo”.

Paola Paolicelli

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