Giornalisti: migliaia i precari

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Giornalisti: migliaia i precari

In tutta Italia domenica 19 e lunedì 20 maggio si vota per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti. Fra tante polemiche le due facce di una realtà lavorativa su cui tutti tacciono

Oggi il pubblico è convinto che quella dei giornalisti sia una casta, che essi abbiano dei privilegi particolari. In realtà, soprattutto se andiamo a vedere il vasto mondo dei giornalisti pubblicisti, troviamo lavoratori precari, sottopagati, troppo spesso disoccupati.

Ma chi sono questi pubblicisti? Possiamo tranquillamente affermare che oggigiorno i pubblicisti sono tutti coloro che non hanno avuto la fortuna di essere assunti da una testata giornalistica nazionale ma che, nella maggior parte dei casi, svolgono un lavoro di qualità e altamente professionale pur restando nell’ombra non potendo vantare un contratto di lavoro. Si tratta di migliaia di lavoratori che non possono dichiararsi professionisti pur essendolo. E ciò a causa di una vecchia legge.
La Legge italiana sulla stampa stabilì, 50 anni or sono, quando istituì l’Ordine dei Giornalisti, che dovevano esistere due tipi di giornalisti: quello professionista, che veniva assunto in un grande quotidiano nazionale, e quello che si trovava a scrivere degli articoli – magari in qualità di esperto di una materia – pur svolgendo un altro lavoro: il pubblicista.

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Una delle liste presentate nel Lazio

Come sempre, le promulgazioni delle leggi rispettano un’esigenza della società in un preciso momento storico ed è per questo che con il trascorrere del tempo esse vengono modificate, in alcuni casi abrogate e sostituite. Così però non è stato per quanto concerne la legge sulla stampa istitutiva dell’Ordine dei Giornalisti. Nata nel 1963 – epoca in cui esistevano pochi grandi giornali e pochi giornalisti professionisti, mentre il fatto di pubblicare articoli poteva accadere saltuariamente anche a chi non esercitava la professione – essa non rispetta più la situazione odierna, radicalmente cambiata. Centinaia di giornali di ogni dimensione, tv e radio private, giornali online, giornali di quartiere, free press, tutto un insieme di pubblicazioni che utilizzano giornalisti pubblicisti, chi con partita IVA, chi con ritenuta d’acconto per prestazione occasionale, senza assumerli o senza avere la possibilità di assumerli.
In ogni altro lavoro ciò non significherebbe che non si è un professionista, anzi. Un professionista solitamente è un lavoratore autonomo che offre i propri servigi a pagamento, come un avvocato o un commercialista (i quali peraltro hanno anch’essi un proprio Ordine). Invece se si svolge attività giornalistica no: non si può nemmeno accedere all’esame di Stato per entrare a far parte della categoria dei giornalisti professionisti senza un contratto di lavoro subordinato o di Cocopro che sia (può darla anche una scuola di giornalismo, l’opportunità di accedere all’esame di Stato, per carità: ma solo se si tratta di un master biennale a pagamento presso una delle 12 – dodici! – scuole riconosciute in tutta Italia con corsi a numero chiuso).

Per poter diventare giornalisti non resta che l’accesso più semplice alla categoria dei pubblicisti, più semplice non perché non si faccia esattamente lo stesso tipo di lavoro, non perché non si pubblichino articoli, non perché non si sia disposti a superare l’esame di Stato, ma solo perché non si riesce ad essere assunti da un giornale con determinate caratteristiche.
In crisi da anni, la stampa non solo non è più in grado di assumere ma da tempo ormai sta licenziando i propri giornalisti dipendenti. Figuriamoci se assume un giovane che vuol diventare giornalista professionista.
Ciò non significa che nella società non ci sia bisogno di giornalisti: esperti nel campo dell’informazione che siano qualificati, che seguano dei rigidi codici deontologici e svolgano seriamente la loro attività professionale. Anzi: oggi più che mai, nell’era dell’informazione in cui chiunque può avere accesso alle tecnologie digitali per dire la propria, è più che mai necessaria una figura professionale che sia il giusto discrimine tra chi esprime i propri pensieri spacciandoli per informazione e chi verifica i fatti. E i pubblicisti, essendo iscritti all’Ordine, lo fanno, lo sono.

Dunque perché esistono queste due realtà, queste due facce della stessa medaglia? O si è giornalisti o non lo si è. O si svolge questa professione oppure no. Perché oggi non ha più senso questa divisione di categoria tra pubblicisti e professionisti, tanto più che chiunque voglia, se il direttore del giornale lo permette, può esprimere il proprio parere e pubblicare un proprio articolo su una testata. Libertà di espressione, si chiama. Non si è giornalisti solo perché – ad esempio – si è medici e si tiene una rubrica di medicina su una rivista. Lo si può fare anche senza essere giornalisti, semplicemente perché non si sta facendo giornalismo. I pubblicisti che svolgono invece un’attività giornalistica professionale devono essere messi in grado di affrontare l’esame di Stato, deve essere permesso loro di accedere alla professione.

In poche parole, si ha bisogno di un Albo unico, di una riforma dell’Ordine dei Giornalisti, di una politica che regolamenti le modalità di pagamento dei giornalisti. Se si è pubblicisti oggi come oggi si viene considerati giornalisti di serie B, quando addirittura non veri giornalisti. E si viene pagati pochissimo, spesso addirittura niente. Per cercare di ottenere un reddito che permetta loro di sopravvivere, i pubblicisti sono costretti ad accettare anche altri lavori, oppure lavorano come free lance, contemporaneamente per decine di testate, giorno e notte. Quanto ricavano? La media è 2,50 euro (avete letto bene: due euro e cinquanta centesimi) ad articolo. E scrivere un articolo significa documentarsi, intervistare, registrare, fotografare, ricercare, comparare, controllare, verificare da più fonti. E poi: mettere tutto insieme, valutare, selezionare, scrivere, correggere, corredare, approfondire, contestualizzare. Ore, giorni, a volte settimane di lavoro per guadagnare pochi soldi ed essere considerati i paria dell’informazione da chi è iscritto come giornalista professionista (perché lavora per un ricco giornale che lo ha assunto) ed un privilegiato dalla gente comune che non sa cosa si cela dietro l’apparenza.

Chi può mettere fine a tutto questo? Solo un organo istituzionale: quello dell’Ordine dei Giornalisti, poiché i giornalisti si autoregolamentano. E perché finora non è stato fatto? Cinquanta anni sono lunghi, sono stati inventati i cellulari, i PC, i tablet, la TV digitale terrestre e satellitare, ma ancora non si contemplano i nuovi mezzi di comunicazione con tutte le loro potenzialità e soprattutto con le loro possibilità di dar lavoro a migliaia di giornalisti. Per non parlare degli uffici stampa, che dovrebbero essere tenuti esclusivamente da giornalisti. In poche parole: lavoro ce ne sarebbe per tutti se fosse permesso di accedere a questa professione anche ai pubblicisti che di fatto la esercitano già. Tornando dunque alla notizia iniziale, delle elezioni del nuovo consiglio dell’Ordine dei Giornalisti, e collegandola alla domanda: perché finora non è stato fatto nulla per creare un albo unico che elimini la differenziazione tra pubblicisti e professionisti, la risposta è da ricercarsi nella particolarità delle elezioni, che si svolgono presso un solo seggio di una sola città per ogni singola regione e non magari per via telematica, nel fatto che i professionisti eletti devono essere di più dei pubblicisti e dunque non sono interessati alle loro rivendicazioni, nel fatto che i pubblicisti eletti finora forse non hanno portato avanti con sufficiente determinazione la causa di tanti giovani dal momento che ad essere eletti per decenni sono stati spesso sempre gli stessi, chiusi nel loro ovattato mondo antico e soddisfatti della propria posizione.
Così avviene un po’ come per la politica, ci sono i “professionisti della poltrona” votati sempre dai propri amici, mentre tutti gli altri, disgustati, non vanno nemmeno più a votare “perché tanto non serve a niente, non cambia mai niente”. Ad ogni elezione del Consiglio dell’Ordine invece ci sono candidati nuovi e giovani, di età o di mentalità, che si mettono in gioco personalmente offrendo i propri servigi alla categoria e devono scontrarsi con questi pregiudizi, con le lotte intestine, con le difficoltà oggettive di alcuni di recarsi al seggio, e via di seguito.
Se si vuol cambiare veramente la situazione dei pubblicisti, è necessario che essi si rechino alle urne e votino per il cambiamento, poiché dipende esclusivamente da loro. I candidati con programmi forti, che affrontano tutti i nodi cruciali di chi svolge l’attività giornalistica, ci sono. Le opportunità ci sono. Sta ai giornalisti pubblicisti coglierle e fare il piccolo/grande sforzo di andare alle urne.

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