Il lavoro minorile

Il lavoro minorile

Non solo all’estero ma anche in Italia esistono le forme peggiori di lavoro minorile. Scendiamo all’inferno per farvi aprire gli occhi e scoprire quanti sono i bambini sfruttati dalle aziende che tutto sono fuorché etiche

Divulghiamo le informazioni relative alle inchieste realizzate dalle organizzazioni ufficiali internazionali ed italiane che si occupano di lavoro e minori cominciando dalla notizia più recente, ovvero dal fatto che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha appena redatto una guida formativa per la lotta alle forme peggiori di lavoro minorile.

In tutto il mondo si cerca di contrastare questo abominevole fenomeno, tanto per fare un esempio dall’8 al 10 ottobre si terrà a Brasilia la terza “Global conference on child labour” in occasione della quale l’ILO ha deciso di predisporre la guida, che alleghiamo all’articolo. Essa riporta una serie di raccomandazioni dirette ai governi delle varie nazioni per portarli a definire (o revisionare) le proprie leggi in materia, magari stabilendo dei piani di intervento nazionali.
I dati diffusi dalla stessa Organizzazione internazionale parlano di ben 200milioni di minori in tutto il mondo che lavorano invece di studiare o magari giocare, godendo di una buona salute e vedendosi rispettare. In tutto il mondo i bambini sono oltre un miliardo e mezzo e su questi circa 126 milioni (ovvero uno ogni 12) sono esposti a forme di lavoro particolarmente rischiose. Altri 8 milioni di bambini invece sono sottoposti alle forme peggiori di lavoro minorile, che sono: la schiavitù, il lavoro forzato, lo sfruttamento nel commercio sessuale, nel traffico di stupefacenti e l’arruolamento come bambini-soldato nelle milizie.
Anche se, come dichiara la ILO, il fenomeno sta diminuendo da quando il mondo ha preso consapevolezza che il lavoro minorile “è un pressante problema economico, sociale e umano”, bisogna lottare affinché queste ultime forme – le peggiori – di sfruttamento dei minori siano cancellate completamente nell’arco di dieci anni.
Si può fare se ogni Stato si impegna a rispettare la Convenzione n. 182 dell’Ilo contro tali forme di lavoro minorile, una convenzione adottata nel 1999 e nata grazie agli sforzi assidui di un grande movimento internazionale che si è impegnato contro il lavoro minorile.
Ancor prima, nel 1973, la Convenzione n. 138 dell’ILO era stata ratificata dall’80% degli Stati membri. Essa sanciva l’adozione dell’età minima per entrare nel mondo del lavoro.
Ricordiamo altresì che l’ILO è stata uno dei principali promotori dell’IPEC, il Programma per l’eliminazione del lavoro minorile, lanciato nel 1992.
Ora la guida formativa dedicata ai governanti e alla società civile (partendo dalle organizzazioni sindacali e datoriali) spiega quali siano le forme peggiori di lavoro minorile e presenta le strategie principali da attuare per eliminarle. Porta anche degli esempi di interventi adottabili non solo dai governi ma anche dai sindacati e dai datori di lavoro; illustra alcuni casi di studio e offre una serie di esercizi per far capire le cause e le caratteristiche del fenomeno. Infine, spiega come il monitoraggio e la valutazione delle azioni intraprese sia essenziale per rendere un piano d’azione in tal senso sempre dinamico e perfezionabile.
Della guida, che alleghiamo all’articolo, in rappresentanza dell’ILO ha parlato Constance Thomas, che dirige il programma internazionale per l’eliminazione del lavoro dei bambini: “la guida è allo stesso tempo uno strumento di formazione e un trampolino verso la definizione o la revisione dei piani di azione nazionali per l’eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile, che rappresenterà un nuovo stimolo per le iniziative promosse dai vari Stati per il raggiungimento di questo ambizioso obiettivo”.
 
Oltre alle forme peggiori di lavoro minorile, ci sono poi i lavori pericolosi fatti fare ai bambini: si tratta di quelli in miniera, di quelli a contatto con sostanze chimiche nocive, di quelli a con macchinari pericolosi e così via.
Solitamente il fenomeno si concentra nelle aree più povere del pianeta e – come denuncia l’UNICEF – in quanto sottoprodotto della povertà contribuisce anche a riprodurla. Però non mancano casi di bambini lavoratori anche nelle aree marginali del Nord del mondo, in Paesi che non possiamo definire poveri, tra cui l’Italia.
 
L’UNICEF ha elencato alcuni casi di bambini sfruttati, come quelli dei piccoli usati nelle miniere in Cambogia, nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe, o che fabbricano bracciali di vetro in India.
Ci sono poi tutti quei bambini che vengono impiegati nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, nella raccolta dei rifiuti da riciclare o che cercano di sopravvivere vendendo cibo e bevande. Infine, nella sola città di Dakar, capitale del Senegal, i dati indicano che ci sono 8.000 bambini che vivono come mendicanti.
E, parlando di numeri da capogiro, ogni anno viene sfruttato sessualmente a fini commerciali più di un milione di bambini.

Questi i dati ufficiali, ai quali si aggiungono le forme di sfruttamento minorile che non possono essere quantificate perché chiuse tra le mura domestiche. Si tratta dello sfruttamento delle bambine per il lavoro domestico e familiare. Se è in casa di altri si parla di lavoro domestico, se è svolto in casa propria di lavoro familiare ma in entrambi i casi – come denuncia sempre l’UNICEF – per le bambine si tratta di “una vera e propria forma di schiavitù, che le costringe a vivere nell’incubo della violenza e dell’abuso”.

Per individuare soluzioni efficaci e di lungo periodo alla problematica del lavoro minorile, l’UNICEF, in collaborazione con l’ILO-IPEC e la Banca Mondiale, ha avviato lo UCW (Understanding Children’s Work): un progetto di ricerca che ha consentito di “fotografare” con precisione la realtà del lavoro minorile in diversi Paesi in via di sviluppo, orientando così le strategie finalizzate ad affrontare il problema.

Anche in Italia l’UNICEF è molto attiva: l’organizzazione aderisce alle iniziative promosse dal Coordinamento sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (PIDIDA) e ospita o promuove gli incontri periodici dei ragazzi lavoratori riuniti nel movimento NAT’s (niños y adolescentes trabajadores). Perché dare voce direttamente ai bambini vittime del lavoro “consente alle organizzazioni internazionali di capire meglio il fenomeno, e migliorare gli interventi a favore dei bambini”, tanto è vero che a partire dal 2002 si è verificata, sopratutto in America Latina e Caraibi, una diminuzione del 26% del numero di minori impiegati in lavori pericolosi. Purtroppo i progressi sono più lenti in Africa Subsahariana (dove sono ancora 69 milioni i bambini impiegati in varie forme di lavoro minorile) e in Asia, dove i bambini lavoratori sono 44 milioni.

E riguardo all’Italia? Ahinoi, non siamo certo esenti da questa forma di sfruttamento dei minori. Secondo i dati diffusi da Save the children, la Onlus da tanti anni impegnata nella lotta a tutela dei bambini, sono 260.000 i bambini coinvolti, più di uno su venti. Si tratta di minorenni sotto ai sedici anni di età e in particolare sono 30mila i quattordicenni a rischio di sfruttamento con gravi conseguenze per la salute, la sicurezza o l’integrità morale.

Questi dati sono stati presentati a Roma a giugno di quest’anno, alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Enrico Giovannini, del Sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, del Segretario Generale della CGIL Susanna Camusso. Si tratta dei dati dell’indagine realizzata da Associazione Bruno Trentin e Save the Children, unici sul fenomeno italiano, e assenti da 11 anni.

Un caso esemplare tra tutti? Un bimbo di 9 anni che a Napoli lavora in un cantiere, dove è costretto a spostare sacchi di cemento che pesano quasi quanto lui per 10 euro la settimana.
Non dobbiamo pensare solo ai Paesi del cosiddetto terzo mondo dunque per parlare di sfruttamento minorile, visto che lo abbiamo in casa nostra, sotto i nostri occhi.
Sono più di 1 su 20 nel nostro Paese infatti i minori sotto i 16 anni (il 5,2% del totale nella fascia di età 7-15 anni) coinvolti nel lavoro minorile. Questi sono i dati emersi dalla ricerca che alleghiamo all’articolo.
Tra i 260.000 pre-adolescenti costretti a lavorare a causa delle condizioni familiari, di un rapporto con la scuola che non funziona  o per far fronte da soli ai propri bisogni, ci sono i 30.000 14-15enni a rischio di sfruttamento che fanno un lavoro pericoloso per la loro salute, sicurezza o integrità morale, lavorando di notte o in modo continuativo, con il rischio reale di compromettere gli studi, non avere neanche un piccolo spazio per il divertimento o mancare del riposo necessario.

Si inizia anche molto presto, prima degli 11 anni (0,3%),  ma  è col crescere dell’età che aumenta l’incidenza del fenomeno (3% dei minori 11-13enni), per raggiungere il picco di quasi 2 su 10 (18,4%) tra i 14 e 15 anni, età di passaggio dalla scuola media a quella superiore, nella quale si materializza in Italia uno dei tassi di abbandono scolastico più elevati d’Europa (18,2% contro una media EU27 del 15%).

E il lavoro minorile non fa differenze di genere (il 46% dei minori 14-15enni che lavorano sono femmine).
Le esperienze di lavoro dei minori tra i 14 e 15 anni sono in buona parte occasionali (40%), ma 1 su 4 lavora per periodi fino ad un anno e c’è chi supera le 5 ore di lavoro quotidiano (24%).
La cerchia familiare è l’ambito nel quale si svolgono la maggior parte delle attività. Per il 41% dei minori si tratta infatti  di un lavoro nelle mini o micro imprese di famiglia, 1 su 3  si dedica ai lavori domestici continuativi per più ore al giorno, anche in conflitto con l’orario scolastico, più di 1 su 10 lavora presso attività condotte da parenti o amici, ma esiste un 14% di minori che presta la propria opera a persone estranee all’ambito familiare.

Tra i principali lavori svolti dai minori fuori dalle mura domestiche prevalgono quelli nel settore della  ristorazione (18,7%), come il barista o il cameriere, l’aiuto in cucina, in pasticceria o nei panifici, seguito dalla vendita stanziale o ambulante (14,7%), dove si fa il commesso o toccano le pulizie, insieme al lavoro agricolo o di allevamento e maneggio degli animali (13,6%), ma non manca il lavoro in cantiere (1,5%), spesso gravoso e pieno di rischi, o quello di babysitter (4%). In ogni caso, ciò che emerge dalla ricerca partecipata qualitativa che ha coinvolto 163 minori a Napoli e Palermo, è lo scarso valore delle attività  svolte da ragazze e ragazzi anche giovanissimi, che di fatto non insegnano nulla e non possono quindi essere messe a capitale per una futura professione.

Meno della metà dei minori che lavorano tra i 14 e 15 anni dichiara di ricevere un compenso (45%), di questi solo 1 su 4 lavora all’esterno della cerchia familiare.

Raffaela Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children, spiega: “al di là dei numeri che descrivono un fenomeno non marginale e in continuità da un punto di vista quantitativo con gli ultimi dati che risalgono ormai al 2002, l’indagine mette in evidenza come la crisi economica in atto rende ancora meno negoziabili le condizioni di lavoro dei minori, esponendoli ad ulteriori rischi,  emerge il forte legame tra lavoro minorile, disaffezione scolastica e reti familiari e sociali, che si trasforma in una  vera trappola  quando l’opportunità di soldi facili arriva a coinvolgere i minori in attività criminali. Nonostante orari in alcuni casi pesantissimi, paghe risibili e rischi per la salute, come nel caso di chi lavora dalle 4 e mezzo di mattina alle 3 di pomeriggio con le mani nel ghiaccio per un pescivendolo ricavandone a mala pena 60 euro a settimana, la maggioranza dei minori raggiunti con la ricerca partecipata non ha la consapevolezza di essere sfruttata, e non sa nemmeno che cos’è un contratto di lavoro”.

Raffaele Minelli, Responsabile Divisione Ricerca dell’Associazione Bruno Trentin, ha così tentato di spiegare il fenomeno: “nell’indagine è stata ricostruita una mappatura delle aree a maggior rischio di lavoro minorile in Italia: il rischio più elevato è concentrato nel Mezzogiorno, ma non sono escluse zone del Centro-nord. Il lavoro minorile è una misura del crescente disagio sociale che le politiche restrittive del welfare hanno prodotto, in concomitanza con l’ampliamento dell’area della povertà, delle attività irregolari e in nero e della scomparsa di migliaia di piccole aziende”.

Le prime proposte per il contrasto e la prevenzione del lavoro minorile sono state presentate proprio dalla rappresentanza dell’ILO, che, in relazione alla guida allegata, chiede al governo italiano di fare attenzione anche ai possibili effetti negativi della crisi: “è necessario procedere tempestivamente all’adozione di un Piano Nazionale sul Lavoro Minorile che preveda da un lato la creazione di un sistema di monitoraggio regolare del fenomeno e dall’altro le azioni da svolgere per intervenire efficacemente sulla prevenzione e sul contrasto del lavoro illegale, e in particolare delle peggiori forme di lavoro minorile”.

Così Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia, ha ribadito che “quasi un bambino su tre sotto i 6 anni vive ai limiti della povertà e il 23,7% è in uno stato di deprivazione materiale, per questo riteniamo che tra le misure preventive del Piano si debba ad esempio includere l’estensione a tutte le famiglie di questi minori dei benefici della Carta Acquisti appena varata in via sperimentale, facendo sì che i percorsi di inclusione sociale abbinati alla Carta prevedano la frequenza scolastica e la prevenzione del lavoro minorile. Chiediamo anche che venga favorito il raccordo scuola-lavoro e si promuovano le esperienze più professionalizzanti. Per i ragazzi che vivono in aree ad alta densità criminale proponiamo di promuovere ‘aree ad alta densità educativa, basate sull’offerta attiva di opportunità e spazi qualificati per i più giovani, a scuola e sul territorio”.

Susanna Camusso, segretario generale CGIL, ha aggiunto: “la prima straordinaria riforma di cui ha bisogno il nostro Paese è quella dell’istruzione. In questi anni abbiamo avuto tagli e i risultati sono dinnanzi a tutti, ad esempio l’aumento della dispersione scolastica. Fino a generare in tanti giovanissimi l’dea che studiare è inutile, lasciando che entrino così in un circuito di marginalità. Come indicato nel Piano del lavoro della Cgil, sviluppo della scuola dell’infanzia, obbligo a 18 anni e diritto allo studio sono l’asse portante di una riforma che ha per fondamento l’istruzione come risorsa collettiva e dei singoli, tanta formazione, formazione permanente e di qualità, con trasparenza dell’accesso al lavoro e lotta all’evasione e al sommerso, cui appartiene il lavoro minorile. La legalità non è solo riscatto etico del Paese, mobilitazione sociale e civile, è una grande risorsa economica”.

Purtroppo – e questo è un nostro commento – non crediamo che il Governo e in particolare quello delle istituzioni locali – sia in grado di reperire certe proposte, in quanto ci hanno già dimostrato che le prime risorse economiche ad essere sempre tagliate sono quelle destinate all’istruzione e alla cultura. Nascosti dietro alla bandiera sventolante lo slogan “con la cultura non si mangia” si continua ad eliminare ogni possibilità di apprendimento per i giovani. La cultura infatti cosa è se non la sommatoria dell’istruzione, della conoscenza e dell’apertura mentale che consente, grazie alla creatività e all’ingegnosità personali, di metterle in pratica? Senza conoscenza, senza cultura, non ci sono possibilità di aprire le menti né di portare avanti un’attività lavorativa nel migliore dei modi e senza farsi sfruttare. Non per nulla mantenere il popolo nell’ignoranza è sempre stato il primo passo di ogni dittatura. In Italia ci stiamo sempre più impoverendo intellettualmente e di conseguenza i nostri giovani sono sempre più a rischio, mentre il dio denaro continua a essere venerato, portandoli a prendere strade che all’apparenza sembrano “facili” perché li portano a un guadagno istantaneo senza dover studiare o impegnarsi ma che poi si rivelano dei veri e propri tranelli che li intrappolano a vita.
Denunciamo dunque non solo chi sfrutta i minori ma anche chi facilita le cose per gli sfruttatori dei minorenni, facendo scivolare la società italiana in un baratro di ignoranza mettendo sempre al primo posto il lumino dell’economia allo scopo di mantenere il proprio posto di piccolo politico locale, trattenendo i soldi per i propri uffici, e togliendoli a chi, direttamente sul territorio, li potrebbe mettere a disposizione dell’acculturamento dei più giovani e del loro futuro lavorativo. Non importa dunque quanti bei discorsi possano fare e quante belle e buone direttive possano dare i governanti del Paese se poi nel piccolo, sul territorio locale, gli amministratori e i politici di quartiere non le mettono in pratica. E’ qui, sul posto, nel piccolo, che bisogna agire ed è qui che i governanti devono scendere a controllare.

pdf Guida ILO per eliminare lavoro minorile entro il 2016.pdf

pdf Dossier sul lavoro minorile in Italia – pubblicato a giugno 2013.pdf