Imprenditoria femminile: pubblicato rapporto Confartigianato

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Imprenditoria femminile: pubblicato il rapporto di Confartigianato

 L’Italia è il primo Paese in Europa per numero di imprese femminili nonostante la nostra nazione non investa in aiuti alle mamme che lavorano, il cui lavoro è penalizzato. Una donna su due è infatti costretta a restare a casa per prendersi cura della famiglia

Per aiutare le donne a far nascere e crescere i figli lo Stato italiano spende poco e pure male: solo 20,3 miliardi di euro, circa il 40% in meno di ciò che spendono gli altri Stati dell’Unione Europea. A farne le spese sono le lavoratrici che non riescono a conciliare i tempi da dedicare alle due attività e le tantissime donne che non riescono proprio a entrare (o rientrare dopo aver cresciuto i propri figli) nel mondo del lavoro.

Secondo l’Osservatorio sull’imprenditoria femminile curato dall’Ufficio studi di Confartigianto, l’Italia non è un Paese per mamme che lavorano, siano esse dipendenti o autonome: a tenere distanti le donne dal mondo del lavoro è anche il basso investimento nei servizi di welfare che dovrebbero favorire la conciliazione tra attività professionali e cura della famiglia. La spesa pubblica per aiutare le donne a far nascere e crescere i figli è pari a 20,3 miliardi, equivalente all’1,3% del PIL e inferiore del 39,3% rispetto alla media dei 27 Paesi UE.

Malgrado la situazione, sono ben 1.524.600 le imprese condotte da donne, più che nel resto d’Europa:

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Ciò rivela una grande forza d’animo da parte delle donne italiane, dal momento che di certo lo Stato non le aiuta come nel resto d’Europa a lavorare e prendersi cura della famiglia, dal momento che in Italia si investe ben poco nel welfare di supporto alle famiglie. Più volte dalle pagine di questo giornale abbiamo denunciato la carenza di servizi per l’infanzia e asili nido e alla loro scarsa qualità. Se poi aggiungiamo alla scarsa qualità dei servizi pubblici il fattore crisi economica ecco spiegato – come rivela lo stesso rapporto Confartigianato – il calo delle nascite, che tra il 2001 e il 2007 ad esempio sono diminuite del 7,3%. Secondo i dati a disposizione infatti, c’è una stretta attinenza fra le due situazioni, che mostrano come le carenze economiche e di servizi pubblici influenzino le nascite.
Anche nei servizi di assistenza alla nascita il welfare italiano è carente e investe ben poco rispetto agli altri Paesi europei. L’analisi rivela, in particolare, che in Italia la spesa pubblica per le prestazioni a favore delle nascite è pari a 3,1 miliardi, inferiore del 26,6% rispetto alla media europea, quella a sostegno della crescita dei bambini è di 2,8 miliardi, più bassa del 51,2% rispetto alla media Ue, e quella a favore dei giovani under 18 è di 6,6 miliardi, inferiore del 51,5% rispetto all’UE.

In diminuzione tutti gli strumenti a sostegno della maternità e della conciliazione lavoro-famiglia, come il congedo obbligatorio retribuito di maternità, il congedo parentale, l’assegno di maternità dello Stato e dei Comuni, l’assegno al nucleo familiare.
In particolare il congedo obbligatorio retribuito di maternità che spetta alla lavoratrice madre, dipendente o autonoma, nel 2012 ha visto un calo del 6,8% degli utilizzatori rispetto al 2011. Nel dettaglio, la diminuzione è stata del 5,6% per le dipendenti, mentre è crollata del 17,6% per le lavoratrici autonome e del 18,6% per le artigiane. Stessa sorte per il congedo parentale, i cui utilizzatori sono diminuiti sono diminuiti del 4,9% tra il 2011 e il 2012. Per quanto riguarda poi l’assegno di maternità dello Stato e dei Comuni, il calo dei beneficiari è stato del 4%. Segno negativo anche per  l’assegno al nucleo familiare i cui beneficiari sono diminuiti dello 0,9% tra il 2011 e il 2012.

Riguardo ai servizi comunali per l’infanzia (asili nido, micronidi o servizi integrativi e innovativi), essi riescono a essere utilizzati soltanto dal 14% dei bambini sotto i 3 anni. Non va meglio per la quota di posti letto nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari che sono, in media nazionale, pari a 7 ogni 1.000 abitanti.

Tutto ciò non può non influenzare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, tanto è vero che in Italia quasi 1 donna su 2 (46,5%) è inattiva.
Le differenze tra Nord e Sud sono molto marcate: se a Bolzano il tasso di inattività femminile è pari al 31,9%, in Campania tocca il record negativo del 64,4%.

Con tutti questi ostacoli e problemi da affrontare è una vera sorpresa dunque scoprire che l’Italia riesce a mantenere la leadership in Europa per il maggior numero di imprenditrici e lavoratrici autonome: 1.524.600, pari al 16,3% delle donne occupate nel nostro Paese, rispetto alla media europea del 10,3%. In particolare le imprenditrici artigiane sono 364.895.
Non è certo merito dello Stato: è merito delle donne.