Sicurezza e lavoro centri di salute mentale

Sicurezza e lavoro nei centri di salute mentale

Lavorare nei centri di salute mentale oggi: le donne chiedono più sicurezza

Femminicidio al centro di igiene mentale. Un titolo apparso alcune settimane fa su tutti i giornali, che ha annunciato l’agghiacciante notizia della morte di una psichiatra, Paola Labriola, provocata da uno dei suoi pazienti, che si era recato nel centro di salute mentale armato di coltello.

 

Un episodio di violenza straziante ed orrendo che ha riaperto la discussione sulla sicurezza dei professionisti dell’aiuto, medici psichiatri e assistenti sociali, che operano nei centri di salute mentale e nelle unità di pronto soccorso psichiatrico, mettendo quotidianamente a rischio la propria incolumità. Il 90% degli assistenti sociali sono donne, e lo sono quasi il 60% degli psichiatri. Persone che hanno scelto di dedicarsi alla cura degli altri, consapevoli dei pericoli a cui vanno incontro, ma non per questo pronte ad arrendersi considerando i casi di violenza come semplici effetti collaterali della loro professione.

“I recenti fatti di cronaca non possono demotivare le donne perché sia nelle scuole di specialità che nel  lavoro la spinta alla professione d’aiuto continua ad avere un grande appeal” dichiara il prof. Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del dipartimento di salute mentale del Fatebenefratelli di Milano.

Nei centri di salute mentale fra personale medico, psicologi, educatori, infermieri, prevale il genere femminile. Molte donne sono ai vertici della piramide, ma molte di più sono quelle che lavorano ogni giorno in trincea, con passione e solerzia, malgrado la mancanza di sicurezza.
Sembra che i momenti di maggiore pericolo si verifichino nelle emergenze notturne e durante il trasferimento del paziente al luogo di degenza e cura, e che le aree più rischiose per il personale sanitario siano accettazione, pronto soccorso e settore di trattamento acuto. Nonostante ciò, la dottoressa Paola Labriola ha trovato la morte in un centro di salute mentale in pieno giorno, e dalle indagini risulterebbe che l’omicida avrebbe agito spinto dall’ira, dal momento che la psichiatra si sarebbe rifiutata di prescrivere alcuni farmaci da lui richiesti e di firmare un piano terapeutico finalizzato all’ottenimento della pensione di invalidità.

“Dobbiamo differenziare fra violenti e salute mentale” afferma il Prof. Mencacci. “Spesso soggetti violenti – ma non per questo mentalmente disturbati – si avvicinano alla psichiatria senza averne reale bisogno, soltanto per usufruire di servizi e sussidii. Sto caldeggiando che nei casi di femminicidio la perizia psichiatrica sia eccezionale, per marcare che non si tratta di malati di mente ma di persone violente, affinché la condanna sia totale, senza riduzioni. L’infermità mentale non deve diventare un escamotage per non pagare il proprio delitto”. Quindi, un provvedimento importante sarebbe proprio quello di impedire l’accesso ai centri di igiene mentale alle persone violente, ma non affette da disturbo psichico, attraverso una selezione accurata.

Quella della sicurezza degli psichiatri è una vera emergenza, che richiede la rivisitazione immediata dei modelli organizzativi dei centri di igiene mentale.
“Nel settore della sicurezza sul lavoro c’è un vuoto legislativo per quanto concerne la professione psichiatrica. Ogni giorno si registrano casi di aggressione fisica” prosegue il prof. Mencacci. “Chiediamo quindi siano messe in atto misure quali il collocamento di segnalazioni acustiche e luminose in caso di pericolo, e la creazione di ambienti dove l’uscita sia più facilitata. Anche l’utilizzo di personale di guardia, ma non come misura prioritaria”.

Sul versante dell’assistenza sociale, secondo Edda Samory, Presidente Ordine Assistenti Sociali, “la percentuale di episodi di violenza contro le donne professioniste Assistenti Sociali è, a voler ben vedere, così bassa da far capire quanta attenzione l’operatrice mette nell’ascolto dell’utente e della sua problematica sociale. La delicatezza del nostro lavoro ci impone di saper cogliere, nella comunicazione dell’altro, ciò che determina l’aumento o la diminuzione di aggressività. E in questo, senza voler fare del femminismo ad ogni costo, la donna spesso è più brava”.
 
Tuttavia anche questa professione comporta ogni giorno rischi di violenza per le donne.
“Tutte le aree in cui si lavora con soggetti che soffrono di problemi sociali, e con disagi psichici in particolare, sono a rischio” afferma  Edda Samory, “perciò i centri di salute mentale dovrebbero essere strutture più protette, visto che chi ci lavora – nel nostro caso l’Assistente Sociale – sa già di avere davanti una persona le cui reazioni sono più difficilmente prevedibili. Per strutture più protette, si può intendere sia la preparazione delle persone che vi operano, sia le condizioni oggettive che costituiscono il luogo di comunicazione. Ci possono essere anche strategie e tecniche di contenimento dell’aggressività che ci sembrano ovvie, ma che vanno tenute presenti quando si opera in aree di forte disagio (per esempio, nascondere nei cassetti forbici, tagliacarte e altri oggetti contundenti)”.

“La nostra professione, costretta ad operare sempre più in trincea per l’aggravarsi delle problematiche economiche e sociali del nostro Paese” continua Edda Samory, “ci impone di richiamare l’attenzione del Ministero dell’Interno e delle altre Istituzioni responsabili, ai gravi pericoli che quotidianamente corrono i professionisti che operano nei territori e, contestualmente, a chiedere di accelerare i processi atti a garantirne la sicurezza. Riteniamo anche di doverci muovere nei confronti dei sindacati per richiedere una maggiore attenzione nei contratti di lavoro di loro competenza. Fino ad ora solo alcune Regioni, principalmente quelle che hanno un’organizzazione più capillare di tutela del lavoro, con medici del lavoro o medici legali, hanno preso in considerazione il problema e si stanno organizzando per formare i professionisti in questa materia.
Si è a conoscenza anche di alcune amministrazioni che, a seguito di un’esplicita richiesta di tutela, sono intervenute per garantire maggiore sicurezza del professionista (introducendo personale per accoglienza/sicurezza, o spostando un ufficio in una posizione tale che ad un allarme possa corrispondere immediato soccorso)”.

Si profila nel frattempo un’aggravante circa la sicurezza di psichiatri e assistenti sociali: l’imminente chiusura degli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari. Ci si interroga circa la destinazione dei malati di mente: saranno trasferiti nei dipartimenti di salute mentale degli ospedali? Secondo il prof. Claudio Mencacci “il superamento degli OPG deve essere graduale, deve tenere conto della sicurezza di operatori e cittadini. Gli internati più gravi devono essere seguiti e curati nelle carceri, con modalità e misure di sicurezza specifiche, che tuttora mancano”.

Amelia Vescovi