Report sulle microimprese

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Report sulle microimprese

La maggioranza delle imprese italiane è una microimpresa, ovvero ha un massimo di 9 addetti. L’Istat ha divulgato i dati di un’indagine su di esse, che mostrano gli investimenti effettuati e le possibilità di lavoro offerte

Una microimpresa su quattro ha assunto e una su tre ha investito in formazione. Buone dunque le possibilità lavorative in queste imprese ma le strategie che applicano sono solo difensive e non utilizzano internet per la propria attività dimostrando così un’immaturità imprenditoriale.

La paura blocca la crescita dei piccoli imprenditori italiani che non seguono affatto la saggezza popolare che ha fatto nascere il detto “chi non risica non rosica”. Assumono, ma poi non investono nella crescita nemmeno il minimo indispensabile che oggigiorno è rappresentato dall’uso di internet. Il web fa aumentare infatti il numero dei clienti visto che oggigiorno chiunque cerca informazioni in rete prima di effettuare l’acquisto di un prodotto o di un servizio. Non avere un proprio sito internet oggi è un handicap, non approfittare delle possibilità di far conoscere la propria attività è un grosso limite allo sviluppo imprenditoriale e all’aumento del giro d’affari. L’uso di internet è necessario anche per operare le azioni necessarie a portare avanti la propria attività dal punto di vista fiscale, amministrativo, ad inviare le e-mail per effettuare le ordinazioni, a prendere informazioni, a inserire una pubblicità della propria merce o del proprio servizio, a spendere di meno in servizi bancari, per le modalità di finanziamento, per la conoscenza dei bandi pubblici, ecc. Nell’ottica della semplificazione amministrativa e della velocità negli adempimenti oggi la PA ha instaurato vari programmi per l’accesso tramite internet ai propri uffici per sbrigare le pratiche. Anzi, nella maggioranza dei casi è obbligatorio effettuarle esclusivamente tramite internet. Tutto ciò considerato, questa mancanza da parte delle microimprese può essere il principale fattore di rischio che incontrano nello svolgere la propria attività.

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Circa un terzo delle unità prese in esame dall’indagine Istat ha introdotto un’innovazione nel triennio 2009-2011, ma più che altro di tipo organizzativo. Ciononostante quasi la metà delle microimprese reputa l’utilizzo di Internet non necessario o inutile per l’attività svolta. Solo un terzo utilizza un sito web e appena un quarto ricorre al commercio elettronico (dunque vende i propri prodotti tramite internet o fa così gli acquisti dai propri fornitori).

È questo il quadro che emerge dal terzo report di approfondimento sulla rilevazione diretta sulle imprese svolta dall’Istat nell’ambito delle attività connesse al 9° Censimento Generale dell’Industria e dei Servizi. Le informazioni, rilevate sul totale delle imprese con almeno 20 addetti e su un ampio campione di imprese tra 3 e 19 addetti, si aggiungono a quelle dei registri statistici e consentono una mappatura completa delle imprese con almeno 3 addetti (circa 1 milione e 50 mila).

Ricordiamo che i risultati del 9° Censimento generale dell’industria e dei servizi confermano le caratteristiche del nostro sistema produttivo: struttura dimensionale fortemente frammentata e una dimensione media tra le più basse d’Europa.

Le microimprese italiane sono circa 837 mila, pari al 19% di tutte le imprese dell’industria dei servizi, e occupano oltre il 23% degli addetti (3,8 milioni).

L’approfondimento sulle micro imprese effettuato dall’Istat mostra come esse siano particolarmente presenti nel settore dei servizi (circa il 70%), ma anche nelle attività immobiliari e professionali, inoltre  si rivolgono soprattutto a un mercato più regionale (63,3% rispetto al 36% delle unità di maggiori dimensioni) e sono a gestione prevalentemente familiare (84,3% rispetto a circa il 70%).

Riportiamo di seguito una sintesi dell’analisi svolta dall’Istat, argomento per argomento:

Strategie e fattori di competitività

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Le strategie adottate sono principalmente di tipo difensivo (70%) ovvero volte al mantenimento della quota di mercato. Tuttavia, a questo orientamento, comune a tutti i macro settori, si affiancano o si sostituiscono strategie più complesse, come quelle orientate ad ampliare la gamma di prodotti e servizi offerti (38,4%), ad accedere a nuovi mercati (17,9%) o ad attivare/incrementare collaborazioni con altre imprese (10,4%).

L’ampliamento della gamma di prodotti e servizi offerti caratterizza innanzitutto le attività commerciali (44,7%) e dell’industria in senso stretto (42,4%). Risulta invece minimo nelle costruzioni (28,7%). L’accesso a nuovi mercati interessa un terzo delle imprese industriali e quote sensibilmente inferiori di quelle degli altri comparti (con un minimo dell’11,5% negli altri servizi). L’attivazione o intensificazione di relazioni con altre imprese è invece la strategia utilizzata relativamente di più dal settore delle costruzioni (14,2%) e dell’industria (13,4%).

Il settore del terziario che mostra un profilo strategico più complesso è senz’altro quello dei servizi di informazione e comunicazione, che si distingue per una quota relativamente bassa di imprese impegnate in strategie difensive (62,7%) e incidenze superiori a quelle medie per gli altri orientamenti.

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Nell’attuare strategie generali, le microimprese fanno leva principalmente sul miglioramento della qualità del prodotto o del servizio offerto (75,6%). Seguono a distanza la competizione basata sul prezzo (35,1%), sulla diversificazione dell’offerta di prodotti e servizi (circa il 21%) e sulla flessibilità produttiva al variare della domanda (19,3%). La qualità del prodotto e servizio offerto caratterizza prevalentemente le imprese industriali (mediamente l’82%) con picchi molto elevati nelle industrie alimentari e delle bevande (intorno al 90% delle imprese).

Risorse umane

Nel 2011, nonostante l’inizio della recessione, il 22,7% delle microimprese ha acquisito nuove risorse umane. In particolare, il 18% ha assunto nuovo personale dipendente e il 7,7% ha fatto ricorso a nuovi lavoratori autonomi (lavoratori temporanei ex-interinali, collaboratori a progetto e altri lavoratori occasionali e a partita IVA).

A livello settoriale la situazione è fortemente differenziata: le assunzioni e il ricorso al lavoro autonomo sono più frequenti nei servizi, con punte massime nei servizi postali (41,6%), nelle telecomunicazioni (41,3%), nella ricerca e sviluppo (40,7%) e nel campo delle attività culturali, della consulenza e della pubblicità (37,4%). Tuttavia, il primato di assorbimento di nuove risorse umane spetta all’industria, in particolare al settore della farmaceutica (56,5%).

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La regione con la quota più elevata di assunzioni da parte di microimprese è il Trentino Alto Adige (30,9%) grazie, soprattutto, al contributo della Provincia di Trento (il 36,9%). In coda Basilicata (18,5%) e Sicilia (19,5%).

Si rileva un modesto investimento in figure professionali di elevato livello: nel 2011 solo il 5,9% delle microimprese ha acquisito nuove risorse ad alta qualifica professionale (dirigenti, professionisti di elevata specializzazione, tecnici specializzati). Sono i settori tradizionali del manifatturiero (industrie tessili, abbigliamento, metallurgia), nonché i servizi di ristorazione e le attività immobiliari ad assorbire meno lavoratori high skilled. I settori tradizionalmente più innovativi sono caratterizzati da un’importante presenza di microimprese che hanno investito in capitale umano qualificato. In particolare, nella ricerca e sviluppo oltre una microimpresa su quattro ha dichiarato di aver acquisito risorse di elevata qualifica professionale (28,6%), seguito dall’informatica (24,4%), dalle attività culturali (23,3%) e dalla farmaceutica (21,7%).

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Dal punto di vista territoriale non si rilevano grandi differenze.

Formazione del personale

Nel 2011 il 32,6% delle microimprese ha svolto attività di formazione aziendale. La tipologia di formazione più diffusa è rappresentata dai corsi di formazione a gestione esterna, adottati dal 17,2% delle imprese. Seguono i corsi di formazione gestiti direttamente dall’impresa (15,2%), mentre il 10,9% delle imprese è impegnato in attività di formazione alternative, quali il training on the job, l’apprendimento mediante rotazione programmata nelle mansioni, la partecipazione a convegni, workshop, ecc. Le microimprese dei servizi sono quelle più interessate all’offerta di formazione: almeno un’impresa su due attiva processi formativi nelle assicurazioni, l’informatica, la ricerca scientifica, l’attività di ricerca, selezione e fornitura del personale, i servizi (sociali, sanitari e di altra natura) per la persona. Anche il settore delle costruzioni registra una quota importante di imprese formatrici (41,6%), mentre l’industria e il commercio si attestano su percentuali più basse e inferiori al valore medio nazionale (rispettivamente il 27,1% e il 27,8%). Le microimprese più impegnate in attività di formazione aziendale risiedono al Nord: sono la Valle D’Aosta, il Friuli-Venezia Giulia e le province autonome di Trento e Bolzano. Mentre il Sud è caratterizzato da un significativo ritardo e raggiunge le sue punte minime nel Molise (20,8%) e in Campania (21,9%).

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La propensione all’innovazione

Il 32,3% delle microimprese ha introdotto almeno un’innovazione nel triennio 2009-2011. I settori più innovativi sono quelli dell’industria (42,5%), del commercio (32,3%), dei servizi (30,9%) e delle costruzioni (25,6%). L’innovazione organizzativa è la forma prevalente di innovazione adottata dalle microimprese (16,7%). Seguono le innovazioni nelle strategie di marketing e le innovazioni di prodotto (15%). Meno frequenti risultano, infine, le innovazioni di processo (11,4%).

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A livello settoriale la forma di innovazione prevalente può variare anche sensibilmente. In particolare, ad esempio, ha investito in nuovi prodotti un’impresa su tre nelle assicurazioni, il 66,5% nell’industria informatica e la metà delle imprese attive nella ricerca scientifica e sviluppo nonché nell’elettronica, farmaceutica e chimica. Le innovazioni organizzative sono invece più diffuse nei servizi (assistenza sociale, attività culturali, consulenza aziendale), nella fornitura di acqua ed energia e nella gestione dei rifiuti. A livello regionale, innova oltre una microimpresa su tre del Nord (ad eccezione della Valle D’Aosta), con un primato della Provincia di Trento che registra un tasso del 40,7%. Tra le altre aree più attive nel campo dell’innovazione si segnalano il Veneto (37,8%), il Piemonte (36,2%) e il Friuli Venezia Giulia (36%). Delle regioni centro-meridionali, salvo la Toscana, le microimprese innovatrici sono presenti in quote inferiori al valore medio nazionale.

Web ed internet

Nel 2011 il 77% delle imprese tra i 3 e 9 addetti dispone di una connessione ad Internet.

In generale, il 42,2% delle microimprese reputa Internet non necessario o inutile per l’attività che svolge. Sembrerebbe che le potenzialità del web non siano riconosciute appieno da questa classe dimensionale. Le microimprese utilizzano internet soprattutto per accedere ai servizi bancari e finanziari (62,8%), ottenere informazioni (42,1%) o svolgere procedure amministrative interamente  per via elettronica (26,9%).

Un terzo delle microimprese utilizza un sito web o pagine internet. L’utilità principale del sito è offrire una vetrina virtuale per scopi pubblicitari e di marketing dei prodotti e servizi (24,6%). Poche imprese danno ai visitatori la possibilità di agire sul sito effettuando ordinazioni o prenotazioni (8,2%), pagamenti on line (5,1%) o personalizzazioni dei contenuti del sito (2,1%).

L’11,6% delle microimprese è presente sul web utilizzando almeno un social media tra i più diffusi (social network, blog aziendali, o wiki). Sono soprattutto le imprese attività nella ricerca, selezione e fornitura di personale ad utilizzare questi strumenti (47%), seguite da quelle che svolgono attività di programmazione e trasmissione (42,1%) e dalle agenzie di viaggio (41,8%). Le principali motivazioni per le quali le microimprese utilizzano social media sono relative al miglioramento dell’immagine aziendale (34,1%), alla collaborazione con altre imprese od organizzazioni (29,4%), all’interazione con la clientela (15,9%). La propensione all’utilizzo di strumenti “social” è maggiore tra le microimprese attive nei mercati internazionali (16%). Il commercio elettronico viene effettuato dal 25,1% delle imprese ma l’opportunità di vendere on line è sfruttata soltanto dal 5,1% delle microimprese, mentre il 23,4% acquista sul web.

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Daniela Molina
Direttore di Donna in Affari.it