Write for Rights: firma per i diritti umani

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Write for Rights: firma per i diritti umani

Amnesty International, l’organizzazione globale per i diritti umani, ha lanciato la campagna sui diritti umani anche in Rete. Si tratta di una raccolta di firme che si terrà fino al 22 dicembre

La campagna si intitola firma per un amico (firmaperunamico.it) e servirà a sensibilizzare gli italiani su questo tema e a raccogliere le firme degli appelli legati ai casi di cinque attivisti che esprimevano le loro idee, tra cui una donna torturata e violentata da soldati messicani e un uomo che aveva solo pubblicato un post su Facebook

 

Una “maratona” mondiale di raccolta firme basata sul messaggio che Amnesty vuole portare anche nelle case degli italiani,ovvero: “immagina che un tuo amico venga imprigionato, che subisca violenza per aver fatto qualcosa di assolutamente comune, solo per aver preteso i suoi diritti. Cosa faresti per salvarlo?”.

Non si può tacere quando il diritto di qualcuno viene calpestato, la sua voce va fatta sentire, il suo caso va portato all’attenzione dell’opinione pubblica. Così fa da anni Amnesty International e, in questo caso specifico, con la divulgazione della campagna informativa online sui diritti umani. Un’iniziativa che riesce ad avere successo, perché se la gente si mobilita qualcosa ottiene.

prigionia-per-facebookA testimonianza del successo e del valore dell’iniziativa, basta pensare ai risultati raggiunti nelle precedenti edizioni: nel 2012, ad esempio, grazie al milione e mezzo di lettere raccolte e inviate da ogni parte del mondo a sostegno di prigionieri di coscienza e di attivisti per i diritti umani, il Governo della Repubblica popolare cinese ha concesso alla famiglia di Ghao Zhisheng di fargli visita in carcere; Zhisheng, avvocato per i diritti umani, era stato condannato a tre anni di reclusione per “incitamento alla sovversione”. Nel 2011, invece, “Write for Rights” aveva ottenuto la scarcerazione di Jabbar Savalan, attivista politico dell’Azerbaigian.

Gli attivisti per i diritti umani, gli attivisti politici, chiunque si batta per un ideale viene ostacolato dal Potere, che in costui vede una minaccia. Quest’anno Amnesty International ha deciso di occuparsi di cinque casi per i quali ha lanciato la campagna “Firma per un Amico”. Vediamoli uno ad uno, a partire da quelli femminili e concludendo con quello di un giornalista.

Miriam López – Messico

“Mi hanno torturata: mi hanno ripetutamente messo panni bagnati sul viso e versato acqua perché non respirassi.”

Un giorno di febbraio del 2011, Miriam López aveva appena lasciato i figli a scuola quando due militari in passamontagna l’hanno fermata, bendata e portata in caserma. Qui l’hanno torturata e stuprata fino a quando non ha firmato una dichiarazione in cui si accusava di reati di droga. Ma Miriam non ha mai commesso quei reati e, dopo sette mesi di carcere, è stata rilasciata senza accuse.

Nonostante abbia denunciato la tortura e lo stupro, identificato responsabili e complici, nessuno è stato portato davanti alla giustizia.

Yorm Bopha – Cambogia

“Non smetto di pensare alla mia mamma.”

Lyhour ha 10 anni e ha vissuto senza la mamma per oltre un anno. Yorm Bopha era in carcere. A dicembre 2012, un tribunale l’aveva condannata a tre anni di carcere per aver aggredito un uomo. Ma era un’accusa falsa: è stata privata della libertà perché difendeva la sua famiglia e la sua comunità, sgomberata con la forza dai terreni dell’area del lago Boeung Kak. Il 22 novembre 2013, è stata posta in libertà provvisoria ed è in attesa di una nuova udienza.

Ihar Tsikhanyuk – Bielorussia

“Non voglio nascondermi. Non è facile in Bielorussia, ma voglio mostrare che sono una persona come le altre, che è possibile vivere apertamente”.

Ihar Tsikhanyuk è gay dichiarato e attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate; ha cercato di registrare un’organizzazione per difendere questi diritti. Quest’anno a febbraio era in ospedale quando due poliziotti in borghese lo hanno prelevato e portato in una stazione di polizia. Qui lo hanno insultato, minacciato e picchiato solo perché gay.

Jabeur Mejri – Tunisia

“L’ultima volta che abbiamo visto Jabeur  le sue parole ci hanno veramente turbato. Sta perdendo la speranza ed è molto stanco e preoccupato.” (Ines, sorella di Jabeur)

Jabeur Mejri è un blogger che non ha paura di esprimere pubblicamente le sue opinioni sulla religione. Ha postato articoli e una vignetta riguardanti il Profeta Maometto sulla sua pagina Facebook. Questi contenuti sono stati considerati “offensivi per l’Islam e i musulmani” e Jabeur è stato condannato a sette anni e mezzo di carcere: una pena pesante inflittagli solo per aver espresso le sue opinioni, una condanna inaccettabile.

Skinder Nega – Etiopia

“Eskinder è una delle persone più virtuose che conosco. Crede veramente nella parte buona di ognuno di noi. L’amore che ha per il suo paese e la sua determinazione a far sì che ciascuno abbia una vita dignitosa sono davvero enormi.” (Birtukan, attivista etiope)

In Etiopia esprimere un’opinione può essere molto pericoloso. Il giornalista Eskinder Nega sta pagando a caro prezzo le sue critiche al governo. Già in passato era stato arrestato e processato insieme alla moglie; suo figlio Nafkot è nato in prigione. Dal luglio 2012, Eskinder sta scontando una condanna a 18 anni di carcere con l’accusa di “terrorismo”, quando invece ha solo detto e scritto critiche verso il governo e chiesto la libertà di espressione in Etiopia.

Se vi sembra che tutto ciò sia ingiusto, potete firmare per una sola o per tutte e cinque le persone i cui diritti sono stati schiacciati da chi aveva il potere di farlo, non il diritto.