Ricordando Margherita Hack

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Ricordando Margherita Hack

Ho combattuto la buona battaglia. In margine a una giornata di commemorazione ai Lincei per la grande astrofisica scomparsa pochi mesi fa

“Mi hanno cresciuta nel modo più libero, senza ancorarmi ai ruoli femminili, inculcandomi due valori fondamentali: la libertà e la giustizia”: così raccontava la sua infanzia e i suoi primi passi nella vita Margherita Hack, la scienziata infaticabile che ha avvicinato il grande pubblico ai segreti delle stelle.

 

E così, libera dalle convenzioni, dedita a quanto più le piaceva, capace di rivendicare la bellezza e il privilegio di essere donna anche in ambienti tradizionalmente e decisamente maschili, è piaciuto ricordarla ai Lincei, qualche giorno fa, per bocca di Francesca Matteucci, una delle sue allieve, e alla presenza di esponenti importanti dell’Astrofisica Italiana, in un’Accademia che la aveva accolta quale socio nella Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali, e che la aveva insignita di diversi premi. Un ricordo accorato e tenero, a pochi mesi dalla scomparsa di Margherita, avvenuta al mattino del 29 giugno scorso.

 

Una esistenza vissuta “secondo libertà e giustizia” 

Era una giornata di festa, a Roma, la festa dei grandi patroni Pietro e Paolo. Ricordo l’alba sonnolenta che svegliò la città, il primo caldo d’estate, e la notizia improvvisa: Margherita non c’è più. Mi tornarono in mente, senza averle richiamate, le parole dell’apostolo, e mi sembrò che calzassero alla perfezione per descrivere lei, proprio lei che di fede non aveva mai voluto sentir parlare: “ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa”. Perchè sì, lei, Margherita, di battaglie grandi e piccole ne aveva combattute tante, nella sua lunga ed energica vita, battaglie di tutti i tipi, che investivano la scienza e la società, che miravano a meritare per tutti quella libertà e quella giustizia che lei sentiva quali valori guida del suo cammino e della sua esistenza. L’abbiamo vista tuonare contro le pseudo scienze e contro ogni tipo di superstizione, e militare a favore dell’intelligenza e della razionalità della persona umana, in tutte le sedi ufficiali e non ufficiali; l’abbiamo conosciuta nel suo generoso impegno politico, che le è valso anche l’elezione a ruoli parlamentari, rifiutati poi in nome della sua prima e unica passione, l’astronomia; l’abbiamo sentita esprimersi contro la corruzione e l’ingiustizia a tutti i livelli, nelle istituzioni e nelle persone, e schierarsi con forza sui temi caldi dei nostri anni, come l’immigrazione, l’eutanasia, i dibattiti su nucleare e diritti civili; abbiamo conosciuto il suo amore per gli animali, che ne ha fatto una vegetariana convinta, e abbiamo visto svolgersi le campagne a loro favore di cui è stata protagonista; abbiamo incontrato, insomma, una donna completa, di quelle che è sempre più raro incontrare, una donna dagli occhi vivaci e attenti, azzurri e profondi come il cielo che tanto amava, in grado di investigare il mondo e le sue leggi con stupore e lucidità.

Alla ricerca dell’infinito, con l’Italia nel cuore 

E infatti la battaglia più grande Margherita la ha combattuta con il suo lavoro e con la sua attività di ricercatrice, fiduciosa della possibilità di salire sulle spalle dei giganti, e convinta di poter essere a sua volta parte dell’affascinante percorso, senza limiti imposti dall’esterno. Del resto, era nata in una famiglia profondamente libera, in cui vigeva la possibilità di difendere le proprie idee e di convivere nella diversità, e questa libertà l’aveva respirata fin dalla primissima infanzia: diversissimi tra loro erano i genitori, l’uno svizzero di religione protestante, e di formazione economica, l’altra fiorentina doc, cattolica e dalla grande vena artistica. La giovane Margherita potè così crescere tra il Liceo Classico e l’atletica leggera, che la vide campionessa in giovane età, e raggiungere la laurea in Fisica a soli 23 anni, pronta per cominciare una scalata che la avrebbe condotta a vette allora impensabili per chiunque, figurarsi per una donna: bruciò tutte le tappe della carriera accademica, e divenne professore ordinario di Astronomia all’Università di Trieste poco dopo aver compiuto quarant’anni. Lì sarebbe rimasta per il resto della sua vita: vi fondò un Istituto di Astronomia che poi divenne un dipartimento, ed oggi è uno dei più importanti di Italia; nel frattempo guardava le stelle e rendeva celebre con la sua presenza qualificata l’osservatorio astronomico della città giuliana, il primo ad aver avuto in lei una donna come direttore. Primato che le piacque, e che assunse con orgoglio nell’oltre ventennale suo incarico, questa fiorentina incallita che aveva scelto Trieste come sua città di elezione, guidandola a rinomanza di livello internazionale, e che da buona toscana amava la sua lingua più di ogni altra: volle battersi anche per difenderne la legittimità negli ambienti accademici, schierandosi contro l’inglese scientifico imperante, che limitava gli studiosi, a sua detta, nell’esprimere con compiutezza il proprio pensiero, il quale per ogni persona si spiega completo e chiaro solo nell’idioma materno. Così la pensava, e c’era da capirla: era nata a Firenze e Firenze la portava nel cuore. 

 

Una vita per la divulgazione scientifica e l’amore per Palle

Era convinta che la scienza potesse raggiungere tutti: per questo, mentre si dedicava alla autentica ricerca, che la vide membro di importanti gruppi di lavoro della NASA e dell’ESA, e aderente delle principali istituzioni astronomiche internazionali, tra cui l’International Astronomical Union e la Royal Astronomical Society, si dedicò profondamente all’alta divulgazione, quella che avvicina ai misteri della fisica le persone di ogni estrazione sociale: è stata lei a riportare in voga l’astronomia, e a darle spazio tra le passioni colte. Nel frattempo, ha attraversato con energia un secolo difficile, conoscendo le asprezze della storia recente, e vivendole fino in fondo, senza mai perdere il senso autentico dell’esistenza e insieme il gusto per le piccole cose, quelle che costituiscono l’essenziale: innamorata della campagna e della vita all’aria aperta, pazza per la bicicletta, vera e propria passione, rimase sempre legata all’unico amore della sua vita, Aldo De Rosa, che chiamava affettuosamente Palle, professore di Letteratura Italiana. “E’ la mia enciclopedia vivente, che consulto in continuazione”, diceva di lui, “imprevedibile, timido, sognatore, come un’extraterrestre, il mio opposto”. Conosciuto all’età di 11 anni e sposato in chiesa ancor prima della laurea, per compiacere i genitori di lui che erano credenti, le è rimasto accanto fino all’ultimo istante. Anche questa, una lezione non da poco: “il segreto della nostra unione è stata la diversità e il non tenerci dentro le cause di disaccordo; essere uno in due, e aver bisogno dell’altro”, amava ripetere, mentre raccontava piccoli e grandi curiosità sui loro 70 anni di coppia inseparabile. Lui la seguiva ovunque, soprattutto negli ultimi tempi, da affettuoso supporter di questa moglie celeberrima, e lei non volle operarsi al cuore, qualche tempo fa, anche per non lasciarlo solo a casa per un po’. Amavano gli animali e i libri, di cui era tappezzata la loro casa triestina. E non avevano avuto figli. Lei spiegava così il perché: “Noi i figlioli non si volevano. C’è chi è portato e chi non è portato: io non sono portata. Da ragazza poi mi dava molta noia tutta quella propaganda secondo cui le donne dovevano fare figlioli per forza, e anche tanti”.

E a me viene in mente Orazio, che mentre Augusto promuoveva e quasi imponeva il matrimonio non si sposò mai, e scrisse lo stesso liriche bellissime sull’uomo e sull’amore. O, se volete, Dante: “Libertà va cercando…”

… E ancora un ciao a Margherita! 

Laura Carmen Paladino