Competitività e rilancio dell’industria: l’impegno (quasi!) congiunto dei ministri europei

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Competitività e rilancio dell’industria: l’impegno (quasi!) congiunto dei ministri europei

A Villa Madama la seconda Conferenza Ministeriale Europea degli Amici dell’Industria: un incontro per discutere di imprese e competitività, e fissare l’agenda dei prossimi mesi. Presenti i ministri UE con delega all’economia

Si sono riuniti a Roma, nella splendida cornice di Villa Madama, i ministri europei che si occupano di imprenditoria, economia e lavoro. “Amici dell’Industria”, amano definirsi: e l’obiettivo dichiarato della loro convention è stato quello di delineare una road map da proporre al prossimo Consiglio Europeo di marzo, e di consolidare le proposte di strategie e di intervento sul tema dell’industria e dell’imprenditoria già messe sul tappeto e discusse in parte durante la loro prima conferenza ministeriale, svoltasi a Parigi lo scorso ottobre.

 

Al termine dei lavori della giornata, 17 dei 24 rappresentanti dei Paesi intervenuti hanno firmato un documento congiunto che sarà inviato ai Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri, affinché il tema possa essere affrontato al massimo livello per favorire azioni concrete in vista del prossimo Consiglio Europeo. Vi si auspica la realizzazione di un Industrial Compact, da affiancare e portare avanti insieme al Fiscal Compact: l’obiettivo di rilancio industriale è priorità assoluta per l’Europa, e va inserito rapidamente e in modo sistematico in tutte le politiche dell’Unione. Se ne riconosce, infatti, la centralità a la valenza strategica per la sostenibilità della futura crescita economica dell’Europa tutta, e per il raggiungimento di livelli occupazionali più alti, adeguati alla congiuntura che stiamo attraversando.  

Nel documento, assai interessante, la crisi in corso viene letta come “un incentivo forte” per l’attuazione di politiche capaci di invertire la tendenza al declino, e per la preparazione alla ripresa economica e alla rinascita industriale del continente.

“L’Europa deve sfruttare la sua base industriale, che rimane una parte fondamentale della sua economia, e adattarla alle nuove sfide che la società si trova ad affrontare, per trasformarla in un vero e proprio motore di crescita e di creazione di posti di lavoro nel lungo periodo”, dicono i ministri. Vanno in tale direzione gli obiettivi politici imposti all’industria per il 2020, e le decisioni che si prenderanno, a tutti i livelli, dovranno assumere tali obiettivi come prioritari.  

Per tale ragione, insistono i firmatari del documento, è necessario rafforzare la governance comunitaria in materia di industria e di economia, puntare sulla competitività, impegnarsi per sostenere l’economia reale e i settori industriali che hanno sofferto maggiormente della crisi. Tra i temi caldi analizzati nel testo, figurano una significativa politica energetica e climatica, da realizzare entro il 2030, in particolare con l’obiettivo di prevenire le fughe di carbonio e di ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Altra questione cruciale è quella di una politica industriale di ampio respiro che tenga conto della crescente interdipendenza tra le aziende europee, per garantire la competitività a lungo termine della base industriale dell’UE e per assicurare la coerenza dei quadri normativi e politici.

 

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Rilevante, nel documento, è il riconoscimento dell’“importante contributo del settore manifatturiero, compreso il settore ad alta intensità energetica, per la creazione di valore aggiunto e di reindustrializzazione”. La centralità dell’industria manifatturiera deve essere riconosciuta, secondo i firmatari, come una fucina di posti di lavoro qualificati, di innovazione, di esportazione e di crescita del business internazionale. Insieme al manifatturiero, si propone al Consiglio Europeo di concentrarsi sui settori in transizione e sul supporto tecnologico, oltre che sullo sviluppo delle infrastrutture nel settore dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni, “che sono di fondamentale importanza per lo sviluppo industriale”. 

Altra sfida da vincere è quella del sostegno al mercato unico, perché sia pienamente operativo e capace di far lavorare le aziende nel quadro di regole prevedibili, chiare e coerenti, che stimolino il commercio e l’innovazione. In tale ottica, continuano i ministri, le norme europee in materia di concorrenza e aiuti di Stato dovrebbero essere riviste alla luce dei cambiamenti imposti dalla competizione globale, e va realizzato un efficace monitoraggio delle sovvenzioni concesse al di fuori dell’UE, in modo che le imprese europee non siano svantaggiate rispetto ai loro concorrenti internazionali, e si mantengano in vigore per tutti le regole di concorrenza leale, che già sono rispettate tra le imprese europee.

Quanto ai finanziamenti e agli incentivi economici, i firmatari auspicano che questi siano diversificati, finalizzati alla creazione di nuove imprese, all’accesso al credito e allo sviluppo dei finanziamenti non bancari, come ad esempio il capitale di rischio, definito “di fondamentale importanza per le PMI innovative”. 

 

All’appuntamento hanno partecipato, insieme al vicepresidente della Commissione Europea Antonio Tajani, i rappresentanti di Italia, Francia, Germania, Spagna, Grecia, Bulgaria, Lussemburgo, Belgio, Lituania, Romania, Portogallo, Lettonia, Repubblica Slovacca, Polonia, Malta, Slovenia, Irlanda, Croazia, Ungheria, Regno Unito, Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Cipro. Ha coordinato la conferenza il nostro ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, e ha concluso i lavori il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, il quale ha salutato con favore le riflessioni svolte dal gruppo di lavoro, in particolare sul tema del manifatturiero.  

 

Accordo resta la parola chiave: la fiducia dei firmatari è riposta esplicitamente, a conclusione del documento, nella capacità delle istituzioni di “accordarsi su un pacchetto industriale ambizioso e su un’agenda per una crescita economica solida e sostenibile in una prospettiva a lungo termine”, attraverso chiari obiettivi immediati e misure concrete e incisive finalizzate alla diversificazione dei settori produttivi, all’eliminazione di elementi di criticità che frenano la produzione, come la bolletta energetica e il differente costo del lavoro, e a favorire maggiori investimenti in ricerca e sviluppo. 

Se guardiamo però alle 17 firme che figurano nel documento finale, ci accorgiamo che, dei 24 Paesi intervenuti alla conferenza, mancano all’appello Germania, Polonia, Irlanda, Ungheria, Regno Unito, Austria ed Estonia. Si tratta, in più di un caso, di Paesi il cui contributo è fondamentale, se si vuole imprimere un passo comune all’Europa, soprattutto nel campo dell’economia e dello sviluppo. E allora ci viene da chiederci quali siano i temi inconciliabili, su cui proprio non è stato possibile, almeno fino ad oggi, trovare una posizione comune. Perché ci sembra che, senza questa, il percorso resti difficile. 

Laura Carmen Paladino