La battaglia dei 140mila precari della scuola

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La battaglia dei 140mila precari della scuola

Iniziata nel 2010 dai sindacati della scuola, la battaglia per far considerare illegittimo il diniego di immissione in ruolo dei precari pur con posti disponibili a fine anno scolastico è giunta alla Corte di Giustizia Europea che il 27 marzo 2014 emetterà la propria sentenza

Si tratta di un abuso di precariato: ogni anno questi insegnanti firmano un nuovo contratto a tempo determinato. Secondo l’Anief “i presupposti per una sentenza storica favorevole ai supplenti che hanno fatto ricorso ci sono tutti”.

Sarà la Corte di Giustizia europea dunque, il 27 marzo, a stabilire se questi precari vadano assunti in via definitiva dichiarando illegittima la loro “assunzione” reiterata anno per anno fino al 30 giugno o fino al 31 agosto. Si potrebbero così aprire le porte per l’assunzione definitiva nei ruoli dello Stato per tutti quei 140mila precari della scuola italiana che continuano a vivere di speranze e delusioni, visto che ogni fine anno sperano finalmente di passare di ruolo e invece si vedono (e si sentono pure fortunati) firmare un nuovo contratto a tempo determinato.

Bisogna dire che è illegale questa prassi, poiché l’abuso di precariato si attua in Italia nei confronti dei lavoratori che hanno svolto un impiego a tempo determinato – anche non continuativo – per almeno 36 mesi. Ciò è indicato nella Direttiva Europea 1999/70/CE del Consiglio Europeo del 28 giugno 1999, che segue l’accordo quadro CES, UNICE e CEEP (rispettivamente Sindacato europeo, Confindustria europea e associazione europea delle imprese partecipate dal pubblico e di interesse economico generale) sul lavoro a tempo determinato.

Tutto è iniziato nel 2010, quando per mezzo del sindacato ANIEF una insegnante precaria, dopo tre anni di supplenze e dunque di reiterati contratti a tempo determinato, si è rivolta al Giudice del Tribunale di Napoli Paolo Coppola il quale ha deciso di sottoporre la questione ai colleghi europei. La Commissione sovranazionale gli ha dato ragione ed ha coinvolto l’alto organismo europeo di Lussemburgo: per i giudici europei, infatti, l’art. 10 del D.lgs. n. 368/01, con cui in Italia si è cercato di aggirare la direttiva UE, determinerebbe un chiaro danno al lavoratore italiano “a vantaggio del datore di lavoro-Stato ed eliminando la possibilità conferita dall’Ordinamento interno di sanzionare l’abusiva reiterazione di contratti a termine”.

Dello stesso parere si è detta la stessa Commissione europea, quando alcune settimane fa è stata sollecitata dalle questioni pregiudiziali sollevate stavolta dalla Corte Costituzionale italiana. La Commissione si chiede se “per garantire una certa flessibilità negli organici della scuola per far fronte, senza oneri eccessivi per lo Stato, a variazioni imprevedibili della popolazione scolastica sia veramente necessario autorizzare l’amministrazione a ricorrere ad una successione di contratti a termine senza alcun limite quanto al numero dei rinnovi contrattuali e alla durata complessiva del rapporto”. Infatti, secondo la stessa Commissione “ben si potrebbe in effetti realizzare tale obiettivo anche prevedendo un numero massimo di rinnovi del contratto concluso con ciascuna unità di personale temporaneo o fissando un tetto massimo alla durata di detto contratto”.

La conclusione della Commissione europea è stata inequivocabile: “in tali circostanze, non sembra si possa ritenere che la legislazione italiana sul reclutamento del personale docente e ATA a termine contenga criteri obiettivi e trasparenti al fine di verificare, in concreto, se il rinnovo dei contratti in questione risponda effettivamente ad un’esigenza reale, sia atta a raggiungere lo scopo perseguito. Il ricorso a contratti a termine successivi per la copertura di vacanze in organico che tale legislazione consente non può pertanto considerarsi giustificato da ragioni obiettive come previsto dalla clausola 5, punto 1, lett. a), dell’accordo quadro”.

Inoltre, la Commissione UE ha spiegato che “non può ritenersi obiettivamente giustificata ai sensi della clausola 5, punto 1, lett. a) dell’accordo quadro una legislazione nazionale, quale quella italiana in causa, che nel settore scolastico non prevede alcuna misura diretta a reprimere il ricorso abusivo a contratti di lavoro a termine successivi”.

Per questa ragione il sindacato della scuola ANIEF ritiene che ci siano speranze che il 27 marzo si possa chiudere definitivamente questo periodo “di sfruttamento e lesione dei diritti del precariato italiano che va avanti da oltre 40 anni”. A ribadirlo è Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, che ricorda: “dal 1970 l’Italia assume e licenzia in modo sistematico i docenti della scuola pubblica. Per questo motivo, la sentenza di Lussemburgo potrebbe diventare storica. Perché diamo per scontato che, in caso di pronunciamento favorevole, si apriranno le porte al ruolo per 140 mila docenti precari. In caso contrario, infatti, ogni sentenza potrebbe costare allo Stato una multa davvero esosa, anche di 8 milioni di euro”.

È bene tuttavia chiarire che, per godere dei benefici di quanto dovesse essere disposto dal giudice europeo, occorre aderire al contenzioso prima delle sentenza definitiva di fine marzo. In questo modo, quando il legislatore italiano formulerà la conseguente azione di assunzione a tempo indeterminato, chi avrà già presentato ricorso avrà praticamente le porte del ruolo spalancate. Per ottenere le istruzioni per ricorrere è sufficiente inviare una mail a r.ruolo@anief.net.

Tra l’altro, anche di recente la Ragioneria Generale dello Stato ha dichiarato che il mantenimento di una mole così alta di precari nella scuola comporta un aggravio annuale all’erario di circa 350 milioni di euro (rispetto a cinque anni prima). Nel Rapporto annuale del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato è scritto che la “Spesa per il tempo determinato” del comparto Scuola è passata da 512,69 milioni di euro del 2007 agli 861,10 del 2012. Facendo quindi registrare – unico caso in controtendenza nella PA – un incremento del 68% (pari appunto a circa 350 milioni di euro), rispetto alla spesa per le supplenze sostenuta cinque anni prima. Bisogna comunque sottolineare che nel quinquennio 2007-2012 tutta la spesa totale del settore scolastico ha fatto registrare un sostanzioso incremento. Il turn-over – sempre più lento – ha infatti lasciato in servizio un sempre numero maggiore di docenti over 50 e oggi oltre il 60% degli insegnanti italiani è in questa fascia di età. Ciò aggrava ulteriormente le casse dello Stato, visto che chi ha un numero maggiore di anni di servizio percepisce uno stipendio maggiore rispetto ai colleghi neo-assunti. Dunque ciò comporta, oltre che un pericoloso ‘appesantimento’ anagrafico del corpo docente italiano per il sempre maggior gap rispetto agli alunni, un aggravio per i conti dello Stato.

La possibilità per prendere due piccioni (anzi tre) con una fava ci sarebbe, risparmiando soldi, svecchiando la categoria, evitando sanzioni europee: basterebbe assumere a tempo indeterminato i ben 140mila precari della scuola (tantissimi, quasi la metà di tutti quelli della PA). A dirlo è lo stesso Dipartimento della ragioneria generale: “quasi la metà dei lavoratori non a tempo indeterminato del pubblico impiego (circa il 46%) è costituito da personale legato al mondo dell’istruzione in cui una quota di personale non stabile è necessaria a coprire le fisiologiche oscillazioni nel numero di cattedre che si formano ogni anno o per coprire le cattedre che restano scoperte, come nel caso delle sostituzioni per maternità, evento tutt’altro che raro vista la composizione di genere del comparto”.

Se però il Dipartimento giustifica in questo modo un così alto numero di precari nella Scuola, non prende evidentemente in considerazione il fatto che un contratto a tempo determinato non può essere reiterato per più di 36 mesi (e di certo un periodo di maternità non dura tanto).

Tutti i segnali dunque sembrano essere propedeutici a una sentenza positiva per i lavoratori a tempo determinato aventi diritto all’assunzione definitiva. Anche l’avvocato Vincenzo Di Michele – legale dell’Anief – si dichiara ottimista sul buon esito dell’udienza del 27 marzo: “sarà una scampagnata primaverile quella dei difensori dei lavoratori precari scolastici (e non scolastici) a Lussemburgo, per ringraziare la Corte di giustizia, la Corte costituzionale, la Cassazione, il Tribunale di Napoli, la Commissione europea di aver (già) garantito la pienezza della tutela dei diritti fondamentali anche nei confronti dello Stato italiano”.

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Daniela Molina
Direttore di Donna in Affari.it