Censis: aziende attive e riorganizzate

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Censis: aziende attive e riorganizzate

Le aziende sono vitali, a dispetto della crisi: hanno desiderio di riorganizzarsi e mostrano vitalità. Inoltre, il Sud e l’industria guidano il cambiamento

È quanto emerge dalla ricerca, realizzata dal Censis-Centro Studi Investimenti Sociali e commissionata dal Ministero del Lavoro, che è stata presentata a Roma il 27 febbraio presso la Camera dei Deputati: “Dal valore delle competenze, nuove opportunità per rimettere in moto il lavoro”.

 

Non devono ingannare le cifre negative che si riferiscono alla condizione delle imprese: è vero che il 31,5% è in fase di ridimensionamento e che oltre il 52% è in stallo, ma è altrettanto reale che il 16,4% delle imprese sia in crescita e che la maggior parte abbia già avviato la propria riorganizzazione, che è diretta soprattutto alla valorizzazione delle competenze dei lavoratori.

ricercatrice“Non solo tagli: avrei voluto chiamare in questo modo la ricerca” ha affermato il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma. “Il clima è cambiato, non è più di paura e di depressione, ma di un Paese che si è messo in moto.” 

Da questa indagine risulta come negli ultimi anni siano stati realizzati nuovi prodotti e servizi. Il 78% delle imprese ha scelto di innovare ed è l’industria a guidare il cambiamento, grazie alla sua capacità di dirigersi verso i mercati esteri. Il settore terziario non ha avuto la forza di agire in modo analogo ed ha quindi operato una ristrutturazione meno efficace. Occorre riflettere sull’opportunità di effettuare politiche di ‘tagli’, ha precisato il direttore del Censis, nonché sull’idoneità dello strumento dell’apprendistato che – sebbene giudicato favorevolmente in linea teorica – non viene quasi mai adottato dalle imprese.

“Le aziende che hanno avuto il coraggio di riorganizzare, affrontano il 2014 con più fiducia” ha affermato Ester Dini, responsabile del settore lavoro del Censis. “Non c’è solo crisi, ma anche desiderio di innovazione e le aziende chiedono un saper fare molto applicativo.” Il 37,3% delle imprese ha rafforzato il proprio ‘portafoglio saperi’ inserendo nuove competenze. I profili maggiormente richiesti sono quelli commerciali (36,4%), tecnici (32,4%) e amministrativi (31,4%). Gli ingegneri sono i professionisti più ricercati dalle aziende in crescita ed è abbastanza sostenuta la richiesta di esperti di comunicazione e nuovi media (12,2%) e di informatica (10,1%); buona la tenuta degli operai, richiesti dal 30,1% delle imprese. 

 

Molte ristrutturazioni sono tuttora in corso e i benefici non sono ancora visibili, anche se qualche vantaggio è già evidente, ad esempio la capacità di presidiare il mercato e di rafforzare il rapporto con la clientela. 

Le aziende più soddisfatte della propria riorganizzazione sono quelle industriali e quelle in sviluppo; chi si trova in ridimensionamento giudica invece non positivi i risultati del cambiamento.

ricercatoriL’inerzia è contenuta (21,4% delle aziende con più di 20 addetti), mentre la maggioranza delle imprese ha scelto di intervenire con iniziative di innovazione strutturale, creando nuovi prodotti o servizi (49,1%), introducendo nuove tecnologie funzionali al miglioramento dei processi di lavoro (45,1%), migliorando i canali di vendita e di comunicazione (38,9%), curando l’ingresso in nuovi mercati territoriali o migliorando la funzione finanziaria (rispettivamente 34,3% e 32,4%).

 

L’attenzione si concentra anche sulla formazione e sulla riqualificazione del personale: un quarto delle aziende (26,9%) ha operato interventi di riconversione del personale e il 66,4% ha promosso attività interne di aggiornamento e di formazione. Molte imprese sono comunque consapevoli di dover fare di più su questo fronte. Le resistenze interne del personale, tuttavia, hanno condizionato in molti casi (54%) l’avvio di nuovi processi di organizzazione.

 

Quanto alle modalità di ristrutturazione, solo l’8% delle imprese ha seguito una logica molto spinta e aggressiva, ottenendo risultati soddisfacenti di crescita dell’occupazione e presentando una forte innovazione nel rapporto con il mercato, nella definizione dei prodotti e dei processi, nell’applicazione delle tecnologie. L’internazionalizzazione risulta una carta vincente: le aziende che presentano i più alti livelli di innovazione sono quelle presenti all’estero con propri prodotti, stabilimenti e punti vendita. Molte altre, quelle in ridimensionamento, si sono tenute invece su una linea difensiva, effettuando tagli al personale e riduzione di orari, nonché riqualificando le figure professionali esistenti.

 

Le dimensioni delle imprese rappresentano una variabile determinante: quelle più grandi e strutturate hanno una maggiore capacità di presidio dei processi di innovazione e di presenza sui mercati globali, mentre tra quelle più piccole si registrano difficoltà su più fronti, in quanto non possono effettuare interventi più incisivi sul fronte dell’innovazione di processo e di prodotto e non riescono ad affrontare ristrutturazioni adeguate alle loro esigenze. 

 

Anche la dislocazione geografica gioca un ruolo importante – la criticità è maggiore al Sud piuttosto che al Centro-Nord – ma la tendenza al cambiamento riguarda l’Italia intera e si registra una maggiore spinta proprio nel meridione, dove l’impatto della crisi e il rischio di espulsione dai mercati rendono più obbligati e al tempo stesso più incisivi i percorsi di rinnovamento. Questa forte spinta induce le imprese meridionali ad avere una maggiore fiducia nel futuro: il 23,6% considera il 2014 un anno di ripresa, a fronte del 17,6% delle aziende delle regioni centro-settentrionali.

 

La precarietà dovrebbe essere spostata dal lavoratore all’impresa, in quanto il primo dovrebbe poter cambiare lavoro a piacimento e aspirare ad un compenso adeguato, mentre l’onere di dover ricercare la giusta figura professionale dovrebbe gravare sull’azienda, al contrario di quanto accade oggi.

“Il binomio lavoro-benessere dovrebbe essere ripristinato” ha auspicato Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati. “Inoltre, dichiarando ad ogni cambio di governo di voler modificare le regole del mercato del lavoro, si crea spavento sia nei lavoratori, sia negli imprenditori. L’occupazione si fa con lo sviluppo, non con le regole, e si produce diminuendo il costo del lavoro, l’Irap a carico delle aziende, l’Irpef dovuta dai lavoratori.” Non è questione di flessibilità, perché ce ne è fin troppa, secondo Damiano, al punto da ingenerare confusione negli imprenditori, che sono costretti a destreggiarsi tra numerose tipologie contrattuali. Anche la formazione sul campo è molto importante e andrebbe potenziata, per consentire ai giovani di toccare con mano il lavoro, di avere un’idea di quello che potrebbe essere il loro futuro.

Daniela Delli Noci