Festa della Donna… dalla parte del Lavoro

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Festa della Donna… dalla parte del Lavoro

Un punto di vista diverso, quello che riportiamo quest’anno in relazione alla Giornata internazionale della donna: quello del lavoro femminile. Dai dati di Unioncamere sull’imprenditoria femminile a quelli dei diversi sindacati dei lavoratori

Quasi 20mila donne sono costrette a dimettersi, ogni anno, a causa della maternità; le pari opportunità di carriera sono ancora un miraggio; continuano i fenomeni discriminatori anche per quanto riguarda i salari e gli stipendi; e per assicurarsi il lavoro le donne ricorrono all’autoimpiego aprendo un’impresa, e lo fa una donna su quattro, ma non c’è abbastanza denaro e anche nei finanziamenti sono svantaggiate.

 

Non è rosea la situazione per chi nasce… sotto il fiocco rosa. Non lo è sotto molti aspetti ma in occasione della Giornata della Donna quest’anno abbiamo voluto esporre quello del lavoro. Certo, il nostro giornale denuncia da tempo la disparità esistente tra uomini e donne in ambito lavorativo e mostra i passi che si tentano di fare per combattere tale disparità, ma quest’anno ha anche un “testimonial” di eccellenza, visto che lo stesso Presidente della Repubblica italiana lo ha detto nel suo discorso pubblico: “pari opportunità ormai raggiunte? Non è vero!” e lo ha detto con forza, sottolineando particolarmente il “non è vero!”.

Partiamo proprio da ciò che distingue in natura l’uomo dalla donna: il parto. Fatto che, socialmente, ha portato alla differenziazione dal punto di vista lavorativo: uomini al lavoro fuori casa, donne al lavoro dentro casa, per crescere i figli. Le difficoltà economiche e le giuste aspirazioni ad una vita più piena hanno portato a un cambiamento della società e oggi le donne hanno il doppio lavoro: dentro e fuori casa, ma di certo non doppie gratificazioni visto che devono combattere giorno dopo giorno le discriminazioni sul luogo di lavoro. Per il fatto stesso di essere donne, per il fatto stesso di portare avanti il proprio ruolo di madre. Diciamolo con le parole di Susanna Camusso, leader della CGIL: “nella crescente precarietà e incertezza sul lavoro, l’autonomia economica per avere un figlio oggi in Italia è una sfida”. Secondo i dati forniti dal Ministero del Lavoro, nel 2012 quasi 20mila persone sono state costrette a lasciare il lavoro: si tratta di 18.454 lavoratrici che si sono dimesse ‘volontariamente’ nel primo anno di vita del bambino, a cui si aggiungono 733 padri lavoratori per un totale di 19.187 dimissioni.

Il dato relativo alle dimissioni date dalle mamme lavoratrici non è una novità: il numero è sostanzialmente lo stesso degli ultimi cinque anni. Ma, come spiega la CGIL, bisogna aggiungere “il numero, difficile da quantificare, delle mamme lavoratrici non tenute alla convalida delle dimissioni alla Dpl, per non parlare delle tante lavoratrici precarie per le quali la maternità significa spesso la perdita di ogni speranza di rinnovo del contratto”.

A questo punto è chiaro che molte donne sono costrette a operare una scelta: o il lavoro o la maternità. Con tutte le conseguenza che questa scelta comporta a tutti i livelli, per se stessa, per la propria famiglia, per l’economia nazionale e per la società tutta.

Anche Liliana Ocmin, segretario confederale della Cisl, in occasione della ricorrenza dell’8 marzo, ha richiamato l’attenzione sui temi delle pari opportunità e della piena occupazione delle donne ribadendo che la Giornata Internazionale della Donna non può essere solo una ricorrenza: “bisogna uscire dalla retorica della mera celebrazione per riempire l’8 marzo di contenuti concreti sulle questioni di genere: servono investimenti sulle donne per un futuro di crescita e sviluppo”.

A conclusione dell’assemblea con le lavoratrici in Veneto, Liliana Ocmin ha affermato: “Il valore della donna deve trovare piena cittadinanza in tutti gli ambiti della vita lavorativa, sociale ma anche politico-istituzionale, perché investire strategicamente sulle risorse femminili, significa gettare le basi per un futuro di crescita e sviluppo per l’Italia”.

La Cisl ha chiesto apertamente al nuovo Governo di dare risposte concrete ai bisogni delle lavoratrici: “la Cisl è pronta a fare la sua parte e non abbiamo bisogno di ricorrenze ma di investire sulla contrattazione, in particolare di secondo livello, per contribuire fattivamente alla ripresa del Paese che passa anche attraverso una maggiore presenza e partecipazione delle donne nei luoghi lavorativi ed in quelli decisionali quale leva per sollevare il Paese dalla recessione”.

Dal canto proprio la Cgil, in occasione dell’8 marzo, ha organizzato numerose iniziative accomunate dallo slogan scelto quest’anno: “Libertà, condizione di genere femminile”. Un messaggio scelto per rimettere al centro il diritto della donna all’autodeterminazione: “In Italia, infatti, ma anche negli altri Paesi Europei” spiega il sindacato, “si sta assistendo ad una pesante regressione della condizione femminile. Nel nostro paese, il diritto all’autodeterminazione è messo fortemente in discussione su due versanti: l’interruzione volontaria di gravidanza, a causa della mancata applicazione della 194, e il diritto di scegliere la maternità, limitato quest’ultimo dalle condizioni economiche e sociali, dalla precarietà diffusa, dalla forte crisi occupazionale e dall’erosione del welfare, che riduce sempre di più i servizi all’infanzia”. Per questo “è urgente tornare a investire sul welfare e rendere più uguali e universali i diritti. Non solo per una giustizia sociale, ma perché in gioco c’è la libertà, la libertà per le donne di decidere della propria vita, del proprio corpo, della propria salute e del proprio futuro”. 
Per combattere questa deriva, c’è bisogno – spiega Susanna Camusso – di un “welfare universalistico, ripensato in un’ottica inclusiva che estenda le tutele sociali a chi oggi ne è privo. Si può partire dalla maternità ridandole valore sociale. Non basta dunque creare un sostegno all’occupazione femminile. È necessario un ripensamento generale della nostra società, delle politiche economiche e sociali da un punto di vista di genere, nel quadro del forte cambiamento della società e del lavoro. Bisogna creare le condizioni per cui le donne possano avere accesso al lavoro, superando i fenomeni discriminatori, dilatati con la crisi economica, che le hanno fortemente penalizzate. Il lavoro delle donne, produttivo e riproduttivo crea valore per tutti”.

L’imprenditoria femminile

Intanto le donne si organizzano: hanno compreso che sul mercato del lavoro ci sono poche possibilità di far valere la propria autodeterminazione, che le pari opportunità sono ancora una meta lontana e che per mantenere il proprio posto di lavoro ed avere uno stipendio e un’opportunità di carriera pari a quella degli uomini bisogna fare da sole. Così ecco la decisione: mi auto assumo, apro una mia attività. Una decisione comune a migliaia di donne, negli ultimi tre anni sono 11mila le donne che hanno aperto una propria impresa, di cui 3.415 nel 2013. Un numero che porta al 25% il peso dell’imprenditoria femminile sul complesso dell’imprenditoria nazionale. Ciò significa che in Italia una impresa su quattro è guidata da una donna.

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Il dato è stato reso pubblico da Unioncamere proprio in occasione della Giornata Internazionale della Donna, che ha elaborato i dati del Sistema informativo Excelsior proprio e del Ministero del Lavoro.

In base ai dati dell’Osservatorio Unioncamere sull’imprenditoria femminile, ci sono settori in cui il numero delle imprese femminili raggiunge quota 50% (sanità e servizi alla persona) e province o regioni in cui raggiunge il 30% (Avellino e Benevento nel primo caso, il Molise nel secondo).

In totale, al 31 dicembre 2013, si contavano 1.429.897 imprese a guida femminile, pari al 23,6% del totale del tessuto produttivo nazionale. 3.415 unità in più rispetto allo stesso periodo del precedente anno, una crescita inferiore al passato ma comunque superiore a quella delle imprese maschili: rispetto al totale delle imprese +0,24% contro +0,20%. Tra dicembre 2011 e dicembre 2013, invece, le imprese in rosa segnano un aumento dello 0,75% (pari a +10.713 unità), a fronte di una media dell’intero tessuto imprenditoriale italiano che, nello stesso periodo, è avanzato dello 0,56%.

UnioncamereMa attenzione: come sottolinea il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello: “per far nascere una impresa occorrono risorse economiche. E questo è un grande problema soprattutto per le molte donne che potrebbero dar corpo alle proprie aspirazioni mettendosi in proprio. Sulla loro strada, tuttavia, esse incontreranno i Comitati per l’imprenditoria femminile, terminale dedicato alle donne delle Camere di commercio, fortemente impegnati in questi mesi nella sensibilizzazione del tessuto produttivo circa le opportunità previste dalla Sezione Speciale Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Pari opportunità del Fondo di Garanzia per le PMI  espressamente dedicato alle donne, operativa dallo scorso 14 gennaio. Il Governo ha scelto infatti i Comitati, con le Camere di commercio, quali presidi territoriali e le nostre strutture hanno messo in campo tutte le energie per attivare punti informativi ad hoc”.

Ci sono novità – purtroppo negative – infatti rispetto all’anno precedente e si è sentito per questo il bisogno di agire in tal senso. In un anno le cose sono cambiate per le imprese femminili: dopo aver messo a segno ritmi di crescita consistenti c’è stato un rallentamento, visto che la crescita si è ridotta alla metà del 2012.

Lombardia, Lazio e Toscana hanno registrato nel 2013 i saldi e le variazioni più elevate, andando a compensare le riduzioni soprattutto di Liguria, Piemonte e Friuli Venezia Giulia in termini di saldo, e di Valle d’Aosta e Basilicata in termini di variazione percentuale. 

A livello provinciale, Roma e Milano risultano ancora di più terra d’attrazione per le donne d’impresa, segnando saldi positivi rispettivamente di 1.501 e 1.410 unità.  La maglia rosa in termini di variazione percentuale spetta però a Prato, Novara, Milano e Siracusa, in cui le imprese femminili crescono del 2%.

Se nel 2013 il settore che registra il saldo più consistente (+3.727 imprese) è quello turistico, si irrobustisce la presenza di imprese “rosa” anche in ambiti tradizionalmente maschili: le Attività finanziarie ed assicurative, ad esempio, contano 1.806 imprese femminili in più; quelle di Noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese 1.515 in più; le Costruzioni, in controtendenza rispetto al totale delle imprese, mettono a segno un incremento di 991 imprese a guida femminile. Sul fronte opposto, l’Agricoltura che (in linea con l’assestamento strutturale del settore in corso da oltre un decennio) registra una perdita di 10.669 imprese femminili, e le Attività manifatturiere (-527).

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L’impresa femminile, strutturalmente ancora piuttosto debole (quasi 853mila le ditte individuali oggi registrate alle Camere di commercio), sembra però proiettata verso un’organizzazione più moderna e in linea con i tempi: nel 2013 sono ben 9.548 le società di capitali in più rispetto all’anno precedente, con un incremento del 4,37%. Consistente anche il saldo attivo delle Cooperative (+823 pari al +2,77%). La crisi colpisce invece soprattutto le ditte individuali, che cedono quest’anno 6.246 posizioni, e le Società di persone (ridottesi di 1.066 unità).

Il lavoro dipendente, si assumono meno donne

studentiQuanto al lavoro dipendente, i programmi di assunzione provenienti dalle imprese dell’industria e dei servizi lo scorso anno hanno riguardato 104mila donne. Le previsioni monitorate dal Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, mostrano infatti che, delle circa 563.400 entrate non stagionali e stagionali programmate dal settore privato, quasi 104.400 erano riservate alle donne, oltre 162.400 agli uomini, mentre per quasi 300mila assunzioni (quasi il 53%) le imprese non hanno fornito preferenze di genere.

La componente femminile si concentra ancora principalmente in quattro settori di attività economica (tutti tra i servizi), che assorbono oltre il 70% della domanda complessiva di donne: servizi turistici, di alloggio e ristorazione, con quasi 29.000 assunzioni previste nel 2013 (il 28% del totale delle assunzioni in rosa); commercio (oltre 18.000 e 17%); servizi alle persone (quasi 17.000 e 16%); un ulteriore 10% delle donne programmate in assunzione nel 2013 era previsto in entrata nel settore dei servizi operativi di supporto alle imprese e alle persone. L’industria nel suo complesso assorbe meno del 30% della componente femminile della domanda di lavoro da parte delle imprese, che si concentra prevalentemente nelle industrie alimentari, in quelle del sistema moda (circa 4.500 assunzioni, pari a oltre il 4% del totale delle assunzioni femminili in entrambi i casi), nelle industrie metalmeccaniche ed elettroniche (quasi 3.000 assunzioni e 3%) e nelle costruzioni (2.600 assunzioni e 3%).

Tra le professioni “più femminili” nel 2013 spiccano quelle appartenenti al gruppo delle figure qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (45.000 assunzioni “rosa” programmate, pari al 43% del totale assunzioni femminili). Basso invece il grado di assorbimento da parte di gruppi professionali quali gli artigiani e operai specializzati (5.600 assunzioni, pari al 5% del totale femminile; la corrispondente quota, nei maschi, raggiunge il 35%) e i conduttori di impianti e operai di macchinari fissi e mobili (4.800 assunzioni, 4%; 19% nel caso degli uomini).

La condizione femminile nell’istruzione pubblica 

E tra i lavori tradizionalmente femminili troviamo invece quello dell’insegnamento. A partire dalla scuola materna, dove il 99,6% del personale è rappresentato da maestre.

Ma anche l’istruzione femminile è più elevata rispetto a quella maschile: i risultati scolastici sono migliori, abbandonano i banchi con meno frequenza, si diplomano con voti più alti e si laureano prima. Ma sul lavoro non hanno sconti: entrano di ruolo e vanno in pensione sempre più tardi. Insomma sono di più (solo il 19% degli insegnanti è di genere maschile) ma subiscono anche qui delle discriminazioni.

Ad avere analizzato la condizione femminile nell’istruzione pubblica è stato il sindacato della scuola Anief, che ha specificato in una nota come si tenda a definire questa “predilezione” delle donne per i ruoli dell’insegnamento venga giustificata con il fatto che “l’educazione è per definizione e tradizione un’attività tipicamente femminile. Mentre gli uomini se ne sono sempre preoccupati poco” ma anche e soprattutto – fattore da segnalare – “le buste paga degli insegnanti italiani sono incompatibili con le esigenze di un capofamiglia, per tradizione di sesso maschile. Per non parlare della mancanza di possibilità di fare carriera e del sempre più sbiadito prestigio sociale”. C’è poi chi si dice convinto che i tempi della scuola, con i pomeriggi liberi, si addicono particolarmente al sesso femminile, per tradizione dedito alla famiglia.

Si tratta di preconcetti o la realtà conferma queste affermazioni? Vediamo i numeri.

Oggi il corpo docente italiano è per l’81,1% composto da donne. Una percentuale altissima: in Europa solo un Paese, l’Ungheria, conta una presenza maggiore di sesso femminile dietro la cattedra (82,5%). A livello di scuola d’infanzia, poi, tocchiamo un record mondiale: solamente lo 0,4% di maestri sono uomini. Una presenza che alle superiori si riduce sensibilmente, ma sfiorando il 60% costituisce sempre la grande maggioranza. Anche in questo caso si tratta di una caratteristica tipicamente italiana: basti pensare che in Germania le donne di ruolo impegnate nella scuola secondaria di secondo grado sono il 46,2%. In Italia dunque il fatto che le donne siano destinate a “fare le maestre” è un fattore culturale.

Per molte donne la scuola comunque, dal momento che non vi sono differenze di stipendio in base al genere, ha sempre rappresentato un’isola felice. Perlomeno è stato così fino a qualche anno fa, perché negli ultimi anni le cose si stanno complicando: il loro reclutamento è diventato sempre più lento, tanto è vero che tra il 2009 e il 2011 il numero delle insegnanti si è ridotto del 9% passando, da 843mila a 766mila unità. Un decremento che ha riguardato maggiormente le docenti precarie (-25%) mentre quelle di ruolo sono scese del 6%. Così l’attesa prima dell’assunzione a tempo indeterminato si è sempre più allungata e oggigiorno le nostre docenti con meno di 30 anni sono appena lo 0,5%, mentre in
Germania la presenza di insegnanti under 30 si colloca al 3,6%, in
Austria e Islanda al 6%, in Spagna al 6,8. E nell’ultimo anno non sono mancati casi di donne ultrasessantenni convocate per essere – finalmente – immesse in ruolo, come abbiamo scritto in nostri precedenti articoli. Per dirla tutta: ormai complessivamente due insegnanti italiani su tre hanno almeno 50 anni.

La pensione delle insegnanti 

Per le donne che insegnano, accedere alla meritata pensione è diventato un problema: dal 1° gennaio del 2012 l’età minima per ricevere l’assegno di quiescenza è passato da 60 a 62 anni, mentre da quest’anno servono 63 anni e 9 mesi.

Per le insegnanti che non posseggono il requisito dell’età anagrafica, occorre un’anzianità contributiva di 41 anni e 6 mesi entro il 31 dicembre 2014. Come afferma l’Anief, “è quasi superfluo dire che si tratta di un’imposizione che fa arrivare le donne italiane alla pensione scontente e affaticate: sarebbe servita un’introduzione della legge più graduale, magari dando la possibilità alle docenti con oltre 20-25 di insegnamento alle spalle di diventare tutor dei nuovi colleghi, alleggerendole in questo modo dal peso dell’insegnamento tradizionale e fornendo un prezioso aiuto alle nuovi generazioni d’insegnanti. Sempre più rosa”.

Le donne: studiano di più e meglio ma sul lavoro restano svantaggiate

Se guardiamo ai dati sulla dispersione scolastica si scopre che nel 2012 l’Italia era ancora ferma al 17,6% di giovani usciti dal circuito formativo prima dei 16 anni; una quota decisamente lontana dal valore medio dell’indicatore nell’UE, che si attesta al 12,8%. Però se si guarda al genere di alunni italiani che lascia i banchi prima del tempo, il quadro cambia: tra i maschi sale infatti al 20,5%, mentre tra le femmine scende al 14,5% (non molto distante dalla media europea).

Il rapporto più stretto tra donna e istruzione si evince anche dalle ultime risultanze Ocse: scorrendo i dati OECD (Education at a Glance 2013), emerge che in Italia i maschi diplomati della secondaria sono il 70% tra i 25-34enni (+25%), invece le femmine diplomate raggiungono il 75% nella stessa fascia di età (+35%). A quindici anni le femmine hanno competenze in lettura significativamente più alte dei maschi, mentre questi ottengono risultati migliori in matematica, ma di misura statisticamente non significativa. Le ragazze coltivano, inoltre, aspettative di lavoro più elevate dei maschi e si iscrivono ai corsi di istruzione universitaria più dei ragazzi.

Anche nel campo dell’istruzione di alto livello le donne primeggiano sul totale della popolazione, con il 16% contro il 13% degli uomini, in sintonia con la media dei paesi Ocse (donne 33%, uomini 29%). Sempre dall’università giungono numeri eloquenti: le donne iscritte ad una Facoltà di studi italiana sono di più (56%), hanno ottenuto alla maturità un giudizio medio alto (87/100) e si laureano almeno un anno prima degli uomini. Tuttavia, il tasso di disoccupazione delle laureate rimane più alto, il 6,7%, contro il 4,1% dei maschi. Anche perché scegliendo in prevalenza corsi di studi umanistici, le donne hanno molte meno probabilità dei maschi di operare professionalmente in campi tecnologici o comunque economicamente più produttivi. In ogni caso, anche a parità di titolo di studio guadagnano meno degli uomini: in genere la differenza è de 10-20%, anche se non di rado raggiunge punte del 30-40%.

Nel lavoro privato: il valore delle eccellenze

Per quanto concerne il lavoro di dipendenti, bisogna anche dire che alcune realtà permettono alle donne di continuare ad essere se stesse, esprimendo la propria femminilità naturale, senza esserne danneggiate. Per esempio una delle eccellenze è rappresentata da TNP Post, il primo operatore postale privato italiano, dove un terzo dei manager è donna e dove si attuano servizi e progetti particolari a tutela della qualità della vita e del lavoro delle dipendenti. Per quanto concerne la maternità nel 2013 sono state trentuno le mamme che hanno usufruito del progetto Fiocco Rosa in azienda e decine le donne che hanno accumulato centinaia di ore da dedicare al proprio tempo libero e alla famiglia grazie al programma Banca Ore, mentre diverse dipendenti hanno sperimentato una giornata di lavoro agile grazie all’adesione a un’iniziativa ad hoc dell’azienda.

In particolare, su un totale di 1.461 dipendenti diretti, 438 – cioè il 29,8% del totale – sono donne. E la percentuale cresce fra i manager, considerato che in azienda le donne che ricoprono posizioni di responsabilità sono il 30% del totale dei quadri, oltre il doppio della media italiana, che si ferma, secondo le ultime statistiche, al 13,3% nelle imprese private.

“Nonostante l’alta presenza di donne all’interno di TNT Post preferiamo non parlare di quote rosa in azienda” ha dichiarato Cinzia Spaziani, direttore HR TNT Post. “Quello a cui puntiamo è un ambiente lavorativo equilibrato con una gestione delle pari opportunità che valorizzi le differenze di genere e crei valore per la società. Per tutti i dipendenti ci impegniamo a garantire opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, attraverso le iniziative e lo sviluppo di una ‘cultura interna’ che miri a porre l’attenzione sulla qualità del lavoro piuttosto che sulla quantità del tempo passato in ufficio”.

Concludiamo l’articolo dunque con questa nota positiva, perché speriamo che l’indicazione di un’impresa che in occasione della Giornata Internazionale della Donna può permettersi di festeggiare un anno ad alto tasso di attenzione per la qualità della vita delle proprie dipendenti possa essere motivo di soddisfazione ma anche di emulazione.

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Daniela Molina
Direttore di Donna in Affari.it