Quando la diseguaglianza sociale blocca lo sviluppo dell-economia

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Quando la diseguaglianza sociale blocca lo sviluppo dell’economia

Il vero male che corrode l’Italia è un male antico: i 10 uomini più ricchi del Paese hanno un patrimonio di 75 miliardi di euro, pari a quello di 500mila famiglie operaie messe insieme. I 2mila ricchissimi italiani sparsi nel mondo ne hanno uno di oltre 169 miliardi (contanti, esclusi gli immobili)…

La forbice tra ricchi e poveri in Italia è sempre più ampia: lo 0,003% della popolazione ha il 4,5% della ricchezza totale nazionale. Oggi, in piena crisi, la classe dirigente del Paese – accusata di averlo portato al collasso – ha un’entrata economica pari a quasi 6 volte quella di un operaio. Questi i risultati della ricerca Censis.

Sono i dirigenti a stabilire quali siano gli stipendi di impiegati, operai e… dirigenti stessi: sarà per questo che negli ultimi anni le loro entrate si sono triplicate? Contrariamente a quello che dovrebbe essere l’andamento reddituale per risistemare la nostra economia in crisi, chi più aveva, più ha avuto. La differenza sta proprio nella diversità della categoria sociale: i redditi familiari della classe operaia sono calati quasi del 18% in termini reali, quelli degli impiegati sono calati del 12%, quelli degli imprenditori sono calati del 3,7% mentre quelli dei dirigenti sono aumentati dell’1,5%.

Gli alti dirigenti (414.000 persone) hanno dichiarato un reddito netto annuo nel 2012 di oltre 42 miliardi di euro. Quindi un dirigente in media non guadagna mai meno di 102 mila euro netti l’anno, mentre la media dei redditi dichiarati dai contribuenti italiani è inferiore ai 15mila euro l’anno. Crisi o non crisi, dunque, gli alti dirigenti guadagnano sempre, e molto bene.

Se c’è crisi, i guadagni calano e con essi calano i consumi. Così le famiglie italiane hanno ridotto le proprie spese a partire dall’inizio della crisi ad oggi. La riduzione è stata, per le famiglie degli operai, del 10,5%, per quelle degli imprenditori del 6%, per quelle degli impiegati del 4,5%. Anche le famiglie dei dirigenti però hanno deciso di contrarre le spese, e lo hanno fatto del 2,4%.

Il sogno della compattezza sociale, dell’uguaglianza, si sgretola: l’austerity non è – evidentemente – per tutti. E la corsa del ceto medio verso il ceto più alto, che si era registrata negli anni ’80 – ’90 si è decisamente fermata: anziché salire, si scende.

Il Censis avvisa: in una situazione simile c’è il rischio di un ritorno al conflitto sociale, esatto contrario di quello che ci si augurava per giungere a un maggior livello di benessere, ovvero la cultura dello sviluppo.

Il bonus Irpef di 80 euro al mese che andrà per i prossimi 8 mesi (fino a dicembre 2014) ai 10 milioni di italiani individuati, sarà pari a 6,7 miliardi di euro in totale, che verranno spesi – secondo le stime del Censis – soprattutto per saldare debiti e solo 1,5 miliardi per i consumi interni. Se invece il bonus di 80 euro non fosse una “una tantum”, la gente potrebbe utilizzarlo con più tranquillità per le spese di tutti i giorni, cioè per i beni di consumo, e questo farebbe bene all’economia nazionale.

Le differenze sociali non riguardano poi solo i redditi, poiché si ripercuotono nelle decisioni più diverse, alimentando sempre più l’allargamento della forbice sociale. La decisione principale è quella di avere o non avere figli e, in caso affermativo, quanti averne: se la nascita del primo figlio infatti fa aumentare di poco, rispetto alle coppie senza figli, il rischio di finire in povertà, non è così per i successivi. Come evidenzia la ricerca del Censis, “nel primo caso il rischio riguarda l’11,6%, nel secondo caso riguarda il 13,1%. Ma la nascita del secondo figlio fa quasi raddoppiare il rischio di finire in povertà (20,6%) e la nascita del terzo figlio triplica questo rischio (32,3%). Inoltre, avere figli raddoppia il rischio di finire indebitati per mutuo, affitti, bollette o altro rispetto alle coppie senza figli: il rischio riguarda il 15,7% nel primo caso, il 6,2% nel secondo caso. Anche ritrovarsi a fare da solo/a il genitore aumenta di un terzo, rispetto alle coppie con figli, il rischio di finire in povertà e/o indebitati: 26,2% nel primo caso, 19,3% nel secondo”.

Per quanto riguarda le differenze sociali dal punto di vista geografico, il rischio di finire in povertà sembra sia più alto per chi risiede nel Sud Italia, anzi è il triplo rispetto a chi risiede nel Nord (rispettivamente il 33,3% e il 10,7%), doppio rispetto a chi risiede nel Centro (15,5%).

Inoltre, chi risiede al Sud ha quasi il doppio del rischio di finire indebitato (18%) rispetto a chi vive al Nord (10,4%). Chi vive al Centro ha un rischio di finire indebitato pari al 13%.

L’Italia, insomma oggi non è un Paese per ricchi. Ma è un’isola felice per i dirigenti.

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Daniela Molina
Direttore di Donna in Affari.it