Sostenibilità ed ecologia: se la Green Economy ingaggiasse le donne

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La sfida per un’uscita green delle crisi economica, sociale e ambientale è stata lanciata: le eccellenze delle “imprese green al femminile”, guidate da donne che hanno puntato su un futuro sostenibile e realizzato storie di successo, best practice mondiali, registrano un trend positivo

di Noemi Roccatani

Un andamento progressivamente in crescita sebbene il Global Gender Gap Report 2012 del World Economic Forum, che analizza il divario di genere a livello internazionale, assegni all’Italia un 80esimo posto e, per il primo Environment and Gender Index dell’Iucn pubblicato nel 2013, l’Italia è ultima tra i 16 Paesi dell’Ocse per livello di coinvolgimento e responsabilità delle donne e per l’uguaglianza di genere nel settore ambientale.

Eppure, un buon motivo per puntare sulle donne arriva da una ricerca dell’Università di Berkley, che ha studiato per 20 anni 1.500 aziende in base al parametro Esg (environment, social, governance) analizzando la presenza di donne nei ruoli apicali e manageriali. Il risultato? Nelle imprese in cui le donne ricoprono ruoli apicali si registrano migliori performance, maggiori scelte e politiche di sostenibilità e non solo: alla maggiore presenza di donne manager corrisponde, secondo l’ateneo californiano, una drastica riduzione di corruzione e tangenti.

Nel nostro piccolo, secondo il rapporto 2012 del Censis sulla situazione economica italiana, le donne sono responsabili del 66,5% del totale delle scelte di acquisto della famiglia, contro il 33,5% degli uomini. L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro porterebbe dei benefici economici notevoli. La Banca d’Italia ha calcolato che se la percentuale di donne occupate raggiungesse gli obiettivi di Lisbona, cioè il 60%, il Pil crescerebbe del 7%. L’Ocse sostiene che se il tasso di occupazione delle donne eguagliasse quello degli uomini, il Pil aumenterebbe fino al 13% nell’eurozona e oltre il 20% in Italia. Per avvicinarci a questi obiettivi, dovremmo attrezzarci in tempo e promuovere una prospettiva di genere verso una green economy, con tutti i vantaggi derivanti dalla presenza femminile, a maggior ragione in posizioni apicali e di responsabilità: non a caso si dice che quello femminile non è un problema delle donne ma dell’economia. La green economy potrebbe forse essere la risposta?

Dalla riqualificazione edilizia alle aziende che realizzano prodotti innovativi ed ecocompatibili, dalla bioarchitettura alle fonti rinnovabili, dalla ricerca alla moda etica, in Italia la green economy è anche rosa e sono tante le donne che proprio nell’economia verde occupano posizioni apicali e manageriali. Secondo i dati della Fondazione Symbola e Unioncamere, analizzando ad esempio il comparto delle riqualificazioni, sola voce in attivo nell’edilizia, le donne hanno un ruolo da apripista: le start-up (nuove imprese iscritte nel primo semestre 2013) nelle costruzioni e nell’immobiliare tra quelle a guida femminile è green il 37,4%, tra quelle maschili il 28,2%. Ma gli esempi di green economy in rosa sono davvero tanti e abbracciano i campi più diversi, tutti improntati all’innovazione e alla sostenibilità: dal 2010 a oggi sono nate 35mila nuove imprese femminili in agricoltura, di cui il 12% under 30; successo “rosa” anche nelle fattorie didattiche (33,6%); agriturismi (32,3%); attività ludiche e sociali (31,1%) e produzione di energia verde (16,3%).

Della necessità e possibilità di un cambiamento radicale, epocale, di un green New Deal capace di affrontare le diverse crisi (economica, sociale e ambientale), forse si rende necessaria una riflessione attenta anche sulla questione di genere, non solo a vantaggio delle donne ma proprio per dare concretezza e maggiori chance a questa visione.