Jobs Act, il punto della Cgil

evento-cgilIl programma lavoro del governo Renzi amplia la discrezionalità delle imprese nella stipula dei contratti a tempo determinato. E il Sindacato ricorre alla Commissione europea

di Daniela Delli Noci

La Cgil mette in luce la sua posizione nei confronti del Jobs Act. Si assiste ad una cannibalizzazione del mercato del lavoro e questa tipologia di contratto è tra i maggiori indiziati. A metterlo in evidenza è Serena Sorrentino, segretaria confederale della Cgil: “Si viola il principio della non discriminazione e c’è una ricattabilità totale da parte delle imprese” afferma. Si tratta, di fatto, di una liberalizzazione piena dei contratti a termine, che grazie allo “stop and go” e alla possibilità di far ripartire il periodo di durata, possono diventare concorrenti di quelli a tempo indeterminato. Per questo la Cgil ha presentato ricorso alla Commissione europea contro il governo italiano, per l’apertura di una procedura d’infrazione.

Il sindacato richiama a un intervento di semplificazione e di razionalizzazione che punti a una riduzione drastica delle tipologie contrattuali. Non vanno in questa direzione la liberalizzazione dei contratti a termine, la mancanza di causale, la durata non regolata – ad eccezione del tetto massimo dei tre anni – nonché la previsione di svuotamento della componente formativa dell’apprendistato, operati dal decreto-legge Poletti su lavoro a termine e apprendistato.
Lo sfoltimento e la riduzione delle forme contrattuali trova d’accordo i maggiori sindacati – oltre alla Cgil, anche la Cisl e la Uil – che mirano a un efficace contrasto degli abusi, anche attraverso il rafforzamento del legame tra finalità, istituto contrattuale, modalità di svolgimento della prestazione, posizione di dipendenza o indipendenza economica dall’impresa. Tutto ciò risulta ben evidente nelle osservazioni dei tre sindacati al disegno di legge delega attualmente all’esame della Commissione Lavoro del Senato, relativo ad ammortizzatori sociali, servizi del lavoro e politiche attive, riordino dei rapporti di lavoro e sostegno alla maternità e alla conciliazione. Solo in parte c’è stata una risposta alle aspettative e alla speranza che fossero eliminate le molte contraddizioni della labirintica legge Fornero.
C’è bisogno, sottolinea ancora Sorrentino, di portare avanti una politica di piena occupazione: lo impone il crollo delle opportunità lavorative dei giovani e degli over 50. Occorrerebbe, secondo la Cgil, riprendere gli investimenti pubblici e privati e non andare verso la discontinuità accelerata. In pratica, bisognerebbe evitare lo spezzettamento dell’attività lavorativa. Il 40% dei rapporti attivati negli ultimi tempi ha avuto una durata inferiore a quattro giorni: un dato su cui riflettere. Sarebbe stato opportuno inserire nel disegno di legge delega ogni altro intervento in materia di lavoro, per evitare sovrapposizioni di metodo e di contenuto.

evento-cgilL’aggiunta di una nuova tipologia di contratto, quello a tutele crescenti – tipologia di ingresso a tempo indeterminato con garanzie progressive, rivolto ai giovani alle prime esperienze – secondo il sindacato è in aperta contraddizione, in quanto fino ai trentasei mesi, raggiungibili attraverso una reiterata riattivazione di contratti di brevissima durata, o con contratti più lunghi, ma ripetibili senza vincoli causali, il ‘nuovo’ contratto a termine assicura alle aziende la massima libertà in assenza di una qualsiasi regolazione.
Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, ulteriore limite della Delega Lavoro è l’esclusione dei precari dalla cassa integrazione, cui non potranno mai accedere coloro che firmeranno i contratti con durata inferiore ai dodici mesi. L’introduzione dell’Aspi – l’Assicurazione sociale per l’impiego, prevista dalla Riforma Fornero in sostituzione dell’indennità di disoccupazione – ha attribuito al lavoro subordinato le tutele relative alla disoccupazione involontaria, ma al tempo stesso ha messo in evidenza alcuni limiti, che il nuovo provvedimento potrebbe invece superare. Il requisito del biennio assicurativo e delle 52 settimane di versamenti contributivi, previsti per poter usufruire dell’Aspi, riduce di molto le possibilità di accesso dei lavoratori più deboli all’assicurazione.

Anche il trattamento ridotto, la cosiddetta mini-Aspi, penalizza il lavoro discontinuo, perché richiede tredici settimane di contribuzione. Altro limite della mini-Aspi è la necessità di computare il periodo in settimane, anziché in giorni; ad esempio, chi lavora esclusivamente il sabato e la domenica ne rimane escluso, in quanto quelle giornate non vengono considerate come settimane lavorative. L’Aspi, tra l’altro, viene estesa ai co.co.co e non alle altre forme di collaborazione, come il lavoro a progetto.
La Cgil considera invece positivo il riordino delle misure per la genitorialità. Il disegno di legge prevede la delega all’esecutivo per garantire azioni volte a tutelare la maternità e a favorire la conciliazione famiglia-lavoro. I principi e i criteri direttivi inseriti nel provvedimento riguardano, tra l’altro, l’estensione dell’indennità di maternità a tutte le lavoratrici; la garanzia, per le madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro; introduzione del tax credit, incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito familiare, nonché l’armonizzazione con il regime attuale della detrazione per il coniuge a carico; l’incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività, al fine di favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali e dell’assistenza alle persone non autosufficienti, con l’attività lavorativa, anche attraverso il ricorso al telelavoro.