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La sfiducia che demolisce la scuola. Il rapporto censis ne evidenzia i dati

di Paola Paolicelli

‹‹Studere studere, post mortem quid valere?» Chissà se questa famosa locuzione latina avrà alimentato la disaffezione degli studenti italiani verso l’universo scolastico, disinteresse che nel nostro Paese è crescente. A fotografare la sfiducia nella scuola ci ha pensato il Censis, con il terzo dei quattro incontri del tradizionale appuntamento di riflessione di giugno “Un mese di sociale”, dedicato quest’anno a “I vuoti che crescono”.

Durante il convegno un dato emerge su tutti: aumenta la sfiducia nella scuola come strumento di mobilità sociale. Infatti, al primo impiego, solo il 16,4% dei ventenni è salito nella scala sociale rispetto alla famiglia di provenienza. Abbandonano gli studi i figli svantaggiati (27,7%) più dei figli dei laureati (2,9%). Ormai passa dalla scuola all’università solo il 47,3% degli studenti. E chi può va a studiare all’estero: +51% di iscrizioni in atenei stranieri in quattro anni.

Ma perché si studia oggi? In passato lo si faceva nella speranza di migliorare la propria posizione sociale. Purtroppo, nonostante gli intenti virtuosi di pochi, ci si rende conto, fin da subito, che l’attuale sistema educativo sta perdendo la tradizionale capacità di garantire opportunità occupazionali e di funzionare come strumento di ascensione sociale. Al primo ingresso nel mondo del lavoro, solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente rispetto alla famiglia di origine. E la scuola non riesce a svolgere la funzione di riequilibrio sociale per i ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate.

L’appartenenza a classi sociali di medio-alto profilo ha ancora la sua incidenza. I dati diffusi confermano, infatti, che l’abbandono scolastico tra i figli dei laureati è un fenomeno marginale (riguarda solo il 2,9%), sale al 7,8% tra i figli dei diplomati, ma interessa quasi uno studente su tre (il 27,7%) se i genitori hanno frequentato solo la scuola dell’obbligo.
L’uscita precoce dai circuiti scolastici riguarda il 31,2% degli studenti i cui genitori svolgono professioni non qualificate, contro appena il 3,9% di quelli con genitori che svolgono invece professioni qualificate.

Tra il 2008 e il 2013 la domanda di lavoro in Italia ha continuato a concentrarsi soprattutto sui livelli di studio bassi, gli unici a registrare un andamento positivo (+16,8%), a scapito sia dei titoli medi (-3,9%), sia di quelli più elevati (-9,9%). In questo periodo sono aumentati del 32,7% i diplomati e del 36,6% i laureati occupati in professioni che richiedono bassi skill.
Il fenomeno dell’«overeducation» nel mercato del lavoro riguarda sia le lauree considerate deboli, come quelle in scienze sociali e umanistiche (43,7%), sia le lauree ritenute più forti, come quelle in scienze economiche e statistiche (57,3%), e tocca anche un ingegnere su tre.

Di fatto, oggi in Europa due terzi dei giovani tra 18 e 29 anni si dichiarano ottimisti verso il futuro, in Italia la percentuale si ferma al 47,8%.
Il discorso della fiducia ha radici lontane e fin dalla scuola materna emergono gravi défaillance, così come ci conferma Claudia Donati, Responsabile settore formazione Censis. “Solo il 55% dei comuni italiani ha attivato servizi per l’infanzia (asili nido e servizi integrativi), arrivando a soddisfare appena il 13,5% dell’utenza potenziale. Nei comuni capoluogo di regione la domanda insoddisfatta è pari al 35,2%. I Comuni con i dati peggiori sono Palermo (71,9%) e Roma (67,3%), mentre sul versante opposto ci sono Torino (che riesce a soddisfare l’intera domanda effettiva) e Milano (solo il 4,9% di domanda insoddisfatta). Problemi organizzativi, carenza di posti disponibili, scarsità di risorse finanziarie, aumento dei costi da sostenere per rette e servizi di mensa, necessità di supplire ai bisogni quotidiani di materiali didattici e non finiscono per incrinare il rapporto fiduciario tra famiglie e sistema scolastico”.

La disistima prolunga i suoi effetti sugli abbandoni scolastici. Nell’anno scolastico 2013/2014 risulta «disperso» nell’arco di un quinquennio il 27,9% degli studenti, pari a circa 164mila giovani. Complessivamente, si può stimare che la scuola statale ha perso nel giro di 15 anni circa 2,8 milioni di giovani, di cui solo 700mila hanno poi proseguito gli studi nella scuola non statale o nella formazione professionale, oppure hanno trovato un lavoro. Durante la frequenza, l’11,4% degli studenti abbandona gli studi tra il primo e il secondo anno, e un altro 2,5% tra il secondo e il terzo anno. Non a caso nel 2013 il 77,9% dei giovani italiani di 20-24 anni risultava in possesso di un diploma, contro una media europea molto più alta, pari all’81,1%.

Non poteva mancare, come ciliegina sulla torta, il malcontento e l’ingerenza dei genitori degli alunni, che in più di una circostanza e con svariati canali, hanno fatto sentire la loro voce. Aumentano, di conseguenza, i ricorsi al Tar. Nel 2012 sono stati depositati 1.558 procedimenti amministrativi, con un incremento del 17,1% rispetto all’anno precedente. Solo il 10% dei genitori partecipa alle elezioni degli organi collegiali. Il 33,5% dei dirigenti scolastici lamenta che nel proprio istituto l’atteggiamento ormai prevalente tra il personale è la demotivazione e la sfiducia, mentre il 24,6% sottolinea che l’atteggiamento collaborativo da parte delle famiglie è diminuito in maniera significativa.

Altra nota dolente è quella dell’Università italiana, che continua a perdere iscritti. Tra i 30-34enni, gli italiani laureati sono il 20,3% contro una media europea del 34,6%. E l’andamento delle immatricolazioni mostra un significativo calo negli ultimi anni. Rispetto all’anno precedente, nell’anno accademico 2011/2012 si sono registrate circa 9.400 immatricolazioni in meno (-3,3%). Il tasso di passaggio dalla scuola all’università tra i 18-19enni è sceso dal 50,8% del 2009/2010 al 47,3% del 2011/2012. Anche tra chi si iscrive all’università emergono presto segni di stanchezza e disaffezione. Nel 2011/2012 ha abbandonato gli studi tra il primo e il secondo anno il 15,4% degli iscritti alle lauree triennali e il 10% degli iscritti alle lauree a ciclo unico. Solo uno studente su quattro arriva a conseguire il titolo alla fine dei tre anni canonici e il 43,6% si laurea in un corso diverso da quello di immatricolazione. La quota di immatricolati che arrivano a conseguire il titolo triennale è ancora molto bassa, intorno al 55%, mentre nei Paesi dell’Ocse si arriva in media al 70%.

La riduzione di immatricolazioni si amplifica quando gli studenti provenienti da famiglie agiate decidono di studiare in prestigiosi atenei esteri.
È, quindi, in forte crescita la mobilità verso l’estero da parte di chi è alla ricerca di un’offerta di qualità migliore e con maggiori opportunità occupazionali. Tra il 2007 e il 2011 il numero di studenti italiani iscritti in università straniere è aumentato del 51,2%, passando da 41.394 a 62.580.
Chi può si rivolge sempre più oltreconfine per trovare quelle opportunità di realizzazione sociale.
Ci preme sottolineare che il fenomeno descritto non è solo “Made in Italy” ma è un problema di portata internazionale che accomuna l’Italia con il resto dei Paesi più avanzati.