Qualche idea sull’educazione da un vecchio film

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di Mariangela Giusti 
Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Nei giorni piovosi intorno a Ferragosto su un canale tv ho rivisto un film ritenuto un classico della comicità italiana: Un povero ricco, diretto da Pasquale Festa Campanile nel 1983, con la sceneggiatura di Renato Pozzetto, che è anche l’attore protagonista. Il film è molto divertente, con la comicità amara tipica di diversi cabarettisti milanesi di quegli anni (fra cui lo stesso Pozzetto). Al di là della comicità, pur col passare degli anni, il film ha ancora tanto da dire sul piano della rappresentazione sociale dell’Italia di quegli anni. Per esempio vediamo varie inquadrature di strade e piazze del centro di Milano con tanti negozi e insegne (nella zona del Castello Sforzesco, alle Colonne di San Lorenzo, ecc). In questa sede prendiamo il film come spunto per fare qualche riflessione sul tema dell’apprendimento in età adulta. 

La vicenda è ambientata all’inizio degli anni Ottanta a Milano, in un periodo nel quale l’economia italiana era florida, ma lasciava intravedere avvisaglie di crisi. Il protagonista è Eugenio, ingegnere quarantenne ricchissimo, creatore e titolare di varie aziende, assillato da una fobia: perdere tutte le sue ricchezze. Per superare la fobia, su consiglio dello psicologo, dovrà per un mese lasciare tutto ciò che possiede, vivere da povero, ripartire da zero lavorando come fattorino in una delle sue ditte. Così accade. In una serie di scene divertentissime, che non hanno perso la loro comicità, Eugenio (sotto falso nome e con aspetto cambiato) è assunto, ma dopo pochi giorni è licenziato. Entra così a contatto con tante realtà di vita della sua città che prima non conosceva. Lo psicologo con la sua indicazione terapeutica evidentemente non immaginava tutti gli avvenimenti che gli sarebbero accaduti. Stà di fatto che Eugenio sperimenta davvero cosa significa essere povero, patire la fame, essere alla mercé degli altri, essere sfruttato, non avere diritti.

Ci sono altre due figure-chiave nella vicenda: Stanislao (detto Fosforo), il capo dei barboni di piazza Duomo, e Marta, una ragazza (interpretata da una giovanissima Ornella Muti) che cerca di tirare avanti fra bollette e conti da pagare facendo i più diversi lavori. Dunque il film, nella seconda parte, crea vari intrecci fra queste tre figure: tutte e tre sono persone che vivono situazioni di apprendimento e mostrano tre modalità diverse di apprendere in età adulta. E’ interessante fare una riflessione su questi tre modelli.

Eugenio (l’ingegnere ricco) impara a sperimentare un’altra visione di se stesso, della sua identità, della sua vita perché qualcuno gli ha consigliato di fare così: lo psicologo, il coach. Dunque la sua modalità è quella di seguire le indicazioni, stare alle regole, avere fiducia nel suo guru, salvo poi scontarsi con l’imprevisto in quanto la sua identità di manager è così forte che non riesce a tenerla nascosta.

Stanislao/Fosforo è la persona adulta intuitiva e creativa, che sa imparare dalla vita, sa cogliere le opportunità (grandi o piccole che siano) che la vita gli fa incontrare e (soprattutto) le sa mettere a frutto. E’ talmente abile in questa capacità di apprendere dalle difficoltà e da ciò che gli accade intorno che non solo impara, ma si sente in grado di insegnare queste stesse abilità ad altri, in particolare a Eugenio, che diventerà “suo allievo”.

Anche Marta è una giovane adulta in apprendimento: ha deciso che vuole imparare dai suoi errori, si lascia guidare dall’emotività, dal sentimento, con la consapevolezza però di voler fare tesoro degli sbagli fatti per non ripeterli.
Sono tre modalità di apprendere: imparare guidati da un’altra persona di cui ci si fida e che ne sa più di noi; imparare dalle difficoltà e farne tesoro per diventare più forti e sviluppare la nostra intuizione e la nostra creatività; imparare tenendo presenti le ragioni della mente e quelle del cuore, cercando di non ripetere errori già fatti. Ecco che la vicenda del Povero ricco ci può far riflettere su qual è di solito la nostra personale maniera di imparare da adulti e da adulte.