Anche il mondo del commercio è una tappa per l’inclusione

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di Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

La presenza delle seconde generazioni a scuola e nei luoghi commerciali delle città rappresenta può rappresentare una possibilità d’incontro oppure (al contrario) un’occasione di conflitto con la società locale. 

Le seconde generazioni di immigrati non accettano ruoli marginali, non hanno il mito del rientro; apparentemente assumono i valori, ostentano gli oggetti, indossano gli abiti dominanti della società locale. Si mimetizzano. Ma spesso possono nascere conflitti relazionali coi coetanei (italiani e di altre nazionalità) con gli insegnanti, col sistema dell’istruzione, con una società più ricca e più opulenta rispetto a quella de paese dove hanno trascorso una parte della loro vita. Questo riguarda il mondo della formazione e il mondo del commercio.

Gli adulti in molti casi coltivano il mito del rientro, credono che grazie agli sforzi fatti in terra straniera sarà possibile tornare al paese d’origine, realizzando là un nuovo progetto di vita, fatto di tante aspettative: saldare i debiti, acquistare casa, avviare un lavoro autonomo e remunerativo, che permetta di dare un’istruzione ai figli. Queste aspettative spesso servono per mantenere un equilibrio personale, per dare un senso alla vita, per sopportare i sacrifici, per non spendere in cose superflue e risparmiare.
Alcuni testimoni stranieri (soprattutto donne), intervistati con la tecnica dell’intervista narrativa, affermano che per tanto tempo (per anni) non hanno avuto consapevolezza che la propria immigrazione da precaria era diventata definitiva. La consapevolezza è stata acquisita quasi senza rendersene conto: il rientro è stato rinviato di anno in anno; poi la nascita o la chiamata dei figli ha modificato il progetto migratorio.

La migrazione della famiglia comporta sacrifici agli adulti, ma anche ai ragazzi alle prese con l’inserimento in un sistema scolastico, di acquisti, di spese, di relazioni del tutto nuovo.
roma-via-condottiLe testimonianze raccolte convergono nel riferire che, all’arrivo in Italia, ragazzi e ragazze adolescenti hanno dovuto fare i conti con diverse difficoltà: l’inserimento nelle classi, l’incontro per strada e nei negozi con persone sconosciute che parlavano una lingua incomprensibile.

L’incontro con la scuola costituisce una tappa importante del processo di integrazione; il resto lo fanno la città, il paese, il quartiere, con strade e piazze, negozi di vicinato e grandi mall, parchi, giardini pubblici e periferie lasciate a se stesse.

Anche il mondo del commercio può avere un ruolo importante affinché l’integrazione sia graduale e reale. Le vetrine dei negozi sono come dei grandi specchi formativi: possono offrire occasioni di desiderio o di frustrazione; possono lanciare stimoli luccicanti a voler possedere tutto e subito (e esser disposti a fare qualunque cosa pur di riuscire ad averlo). Possono anche (al contrario) offrire visioni del mondo e della vita che non intendono schiacciare nessuno, che scelgono di voler includere tutti, anche chi arriva da lontano, nella nuova società di arrivo.

(per l’immagine: “Roma-viacondotii01” di scalleja – Flickr. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 tramite Wikimedia Commons)