“Diritti” e “doveri” di Internet

americo-bazzoffia

americo-bazzoffiaA breve il documento sui “diritti” e “i doveri” di Internet: sarà un atto di riflessione, di regolamentazione o di coercizione?

di Americo Bazzoffia, Libero docente universitario e consulente in Comunicazione strategica integrata

Sarà pronto entro il 13 ottobre il “documento sui diritti e i doveri in internet” che sta elaborando la Commissione di studio per la redazione di principi e linee guida in tema di garanzie per l’uso di internet composta da 10 deputati e 13 esperti. “Abbiamo fatto un importante passo avanti” ha dichiarato Stefano Rodotà, l’ex garante della privacy e coordinatore della Commissione. “Entro il 29 settembre saranno presentati gli emendamenti alla bozza che stiamo esaminando, l’8 di ottobre avrà luogo la discussione sulla nuova bozza e il 13 e 14 sarà presentata durante la riunione di tutti i Paesi europei”. 

Stefano Rodotà ha spiegato che lo scopo della “carta” o – come l’ha definita – della “dichiarazione dei diritti” che la commissione sta elaborando è “quello di scrivere i diritti propri di internet, quelli fondamentali dei cittadini nella tutela della loro sfera privata in un ambiente pubblico; salvaguardare internet come luogo della democrazia partecipata e il suo rapporto con la liberta’ economica”.
Dunque le intenzioni sono le migliori, ma non possiamo non notare che esistono lati oscuri e difficoltà.

Iniziamo dalle difficoltà che coinvolgono la dislocazione geografica, la rispondenza giuridica e la natura delle informazioni degli operatori della rete. Se infatti gli utenti della rete sono in Italia, sono italiani e rispondono alla nostre norme ma come sarà possibile imbrigliare sotto una dichiarazione di intenti operatori ed aziende che operano con sedi legali in altri Paesi della comunità europea e addirittura extra continentali con una legge italiana? Di tutto ciò Rodotà non entra nel merito, ma è la questione delle questioni.

Inoltre, fino ad ora internet e i social media sono stati luoghi sostanzialmente liberi tanto che alcuni hanno amato definirli “anarchici”. Certamente le cronache non mancano di casi estremi, ma sostanzialmente nella rete, qualora accadano atti incresciosi o delinquenziali, ci si è sempre avvalsi della normativa ordinaria. Del resto già esistono leggi che agiscono nella vita reale e che ci tutelano dalla truffa, dalla diffamazione, dalle molestie e lo stalking, dalle ingiurie, dalla violazione della privacy e dal furto dei dati personali, ecc. e trovano ampia applicazione anche in rete e nei social networks.

C’è allora bisogno di chiedersi: a chi giova questa “dichiarazione” o “Carta dei diritti e dei doveri in Internet”? Perché internet necessità di un assestante quadro normativo? Sia chiaro: ho grande stima di Stefano Rodotà, e sono certo della sua onestà intellettuale, ma mi sembra che questa dichiarazione oscilli tra un inutile quanto farraginoso atto intellettuale di un convivio di sofisti e un pericoloso atto sovversivo che possa portare a coercizione e oppressione sociale da parte di una oligarchia.

panopticonLa stessa linea sottile che in filosofia interviene tra sicurezza e libertà si intravede anche in questa circostanza, dove dietro la legittima dichiarazione di un “diritto e dovere”, quindi un atto di “tutela”, si possa celare la necessità di un controllo sociale come in un “Panopticon” di Jeremy Benthan. Questo perché l’uso libero della rete se da un lato è politicamente “corretto” quando è finalizzato alla propaganda delle idee è altrettanto “insolente” e percepito come “scorretto” quando è utilizzato alla contro-propaganda delle idee.

Alla domanda dei cronisti sui destinatari del documento, Rodotà ha in realtà risposto che non necessariamente il testo servirà a produrre una legge del Parlamento, anche se potrà servire per il lavoro parlamentare: “La mia ipotesi” ha dichiarato “è che questo documento possa contribuire a un dibattito internazionale”.
Aspettiamo trepidanti il 13 ottobre, sperando che ciò resti solo un utile contributo alla riflessione…

Per la foto: immagine del carcere di Stateville, Tratta dal film “Call Northside 777” (1948)