Malattie cardiovascolari: il killer d’Italia inizia a cedere

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congresso-escSono state e continuano ad essere tuttora la prima causa di morte in Italia, con 250.000 decessi l’anno (2 morti ogni 5) ma negli ultimi anni infarti e malattie ischemiche coronariche sono diminuiti grazie alla prevenzione, eppure cibi grassi e fumo sono ancora un nemico da debellare per le donne

Nell’arco degli ultimi 10 anni la mortalità causata dalle malattie di cuore e circolazione sanguigna è calata di un terzo. Un grande passo avanti ma ancora insufficiente, dal momento che le malattie cardiovascolari continuano a essere la prima causa di morte in Italia, dunque più del famigerato cancro.

Se ne è parlato in questi giorni a Barcellona, durante il Congresso dell’ESC (Società europea di cardiologia). “Grazie alla prevenzione, al progresso medico e alla capillarità della rete di assistenza sul territorio, negli ultimi decenni la mortalità per infarto e malattie ischemiche coronariche nel nostro Paese è crollata” afferma il Presidente della SIC (Società Italiana di Cardiologia), Matteo Di Biase. Dal 1971 ad oggi – ha ricordato De Biase – la mortalità per infarto in tutta Europa è scesa dal 14% al 3,8% grazie all’introduzione delle unità coronariche. Per quanto concerne l’Italia, nel 2010 si contavano 196 morti di sesso maschile e 131 morti di sesso femminile per malattie cardiovascolari ogni 100.000 abitanti.
Il cuore italiano insomma si fa più forte, con il numero dei decessi ridotto del 33%, ma per quanto riguarda le donne la riduzione è inferiore perché – come per molti altri Paesi – sono gli uomini a stare meglio; solo in Danimarca sono diminuiti i decessi per questa causa a un livello tale per uomini e donne che la prima causa di morte è per entrambi il cancro; mentre per Belgio, Francia, Israele, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Spagna e Repubblica di San Marino solo per gli uomini la prima causa di morte è il cancro (sono cioè diminuite moltissimo per gli uomini le morti a causa di infarto e malattie cardiovascolari tanto da essere state “superate” dalle morti causate dai tumori maligni).
I dati sono quelli rilevati da uno studio internazionale pubblicato sull’European Heart Journal, la rivista ufficiale dell’ESC (studio coordinato da Melanie Nichols, dell’Università di Oxford) che ha riguardato 52 Paesi.
Bisogna però rilevare che i Paesi studiati sono molto diversi tra loro per tipo di servizio sanitario, per stili di vita e per farmaci assunti, tuttavia mette in luce – ha commentato Di Biase – che in generale la mortalità cardiovascolare si è ridotta negli anni, anzi da questo punto di vista l’Italia è una delle nazioni “messe meglio: siamo fra i big, ai primi posti in assoluto”.

Ma quali sono le cause del miglioramento? Lo spiegano gli stessi autori dello studio: è stata la prevenzione, che ha portato a una riduzione dei fattori di rischio, ovvero la riduzione del fumo e il maggior uso di statine anti-colesterolo.
Però gli esperti avvertono: ci sono altri fattori di rischio che invece stanno aumentando, in particolare i livelli di obesità, che potrebbero rischiare di invertire questo trend positivo.
In Italia i ricoveri dovuti a problemi cardiovascolari, coronarici o per ictus, sono passati dai 2.572 ogni 100.000 abitanti del 2001 ai 2.120 (sempre ogni 100.000 abitanti) del 2009. Ricordiamo che in Italia ci sono 60.000.000 di abitanti.

Le donne le più soggette a rischi

Purtroppo in tutto il mondo – e anche in Italia – sono le donne ad avere il cuore più debole: “muoiono più degli uomini” fa notare Di Biase, “contrariamente a quanto si riteneva in passato”.
E le malattie cardiovascolari femminili sono anche le più “cattive”. Il presidente spiega che sopravvengono soprattutto quando arriva la menopausa, perché si perde lo scudo degli estrogeni (ormoni femminili fondamentali per la salute, come abbiamo visto in altri nostri articoli, se non prodotti in quantità abnorme).
I numeri la dicono lunga al riguardo: in Europa ci sono oltre 4 milioni di decessi dovuti a problemi cardiovascolari ogni anno; di questi, 1,8 milioni per patologie coronariche, 1 milione per ictus e 1,2 milioni per altre malattie cardiovascolari. A morire sono 1,9 milioni di uomini e 2,2 milioni di donne, ovvero il 51% contro il 42%.

Una nuova molecola contro lo scompenso cardiaco

Lo scompenso cardiaco è una patologia debilitante e potenzialmente fatale che consiste nell’avere un cuore che non riesce a pompare sufficiente sangue nell’organismo.
I sintomi sono affaticamento, ritenzione idrica e dispnea e possono peggiorare nel tempo abbassando la qualità della vita.
Lo scompenso cardiaco ha anche un costo economico, pari a 108 miliardi di dollari a livello globale (i ricoveri in ospedale a causa di questo male rappresentano quasi il 70% dei costi totali di trattamento).
Il più vasto studio mai condotto su questa malattia ha coinvolto soprattutto gli italiani. Lo studio Paradigm-HF è stato realizzato su ben oltre 8.000 pazienti ed ha permesso di scoprire che una molecola (LCZ696) dava loro maggiori probabilità di rimanere in vita e di non subire ricoveri ospedalieri rispetto ad altri, che assumevano prodotti diversi.
La ricerca in questo campo dunque avanza ma c’è ancora diversa strada da fare.


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Attente al fumo

In particolare, però, bisogna ricordare che – a parte malattie innate come lo scompenso cardiaco – le cause di morte principali sono proprio i comportamenti a rischio, come il fumare e il mangiare cibi ricchi di colesterolo “cattivo”. L’obesità e il fumo sono proprio i fattori contro i quali bisognerebbe lottare per evitare di incorrere in malattie così gravi da portare alla morte.
I cardiologi spiegano ad esempio che anche le sigarette elettroniche, le cosiddette e-cig fanno male, anche se meno di quelle tradizionali.
La posizione espressa dall’Istituto superiore di sanità viene così commentata dal Presidente Di Biase: “con l’E-Cig si assume comunque nicotina, e il rischio è quasi uguale a quelle tradizionali, almeno dal punto di vista cardiovascolare. Inoltre, a differenza delle sigarette, la quantità di sostanza contenuta non è definita, e si rischia di assumerne anche di più del normale. A questo si aggiunge il fatto che è proprio la nicotina a creare dipendenza, per cui se al fumatore si dà quella elettronica, non si riuscirà a farlo smettere.
L’allarme è giunto pochi giorni fa dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), che ha chiesto di vietare il fumo elettronico alle donne in gravidanza, poiché danneggia gravemente il feto. Il divieto dovrebbe essere anche fatto valere nei confronti dei minorenni, dice l’OMS, e dunque si dovrebbero eliminare i distributori pubblici di e-cig e il fumo elettronico in tutti i luoghi pubblici. Inoltre, il problema si potrebbe estendere a tutte le donne in età fertile, poiché l’inalazione di nicotina ha conseguenze a lungo termine sullo sviluppo del cervello nel feto.
L’Italia si è detta contraria a questi divieti ma ha fatto notare che comunque da noi il fumo è già vietato ai minori.
Il Presidente della SIC ha però spiegato che, riguardo al fumo elettronico, “i paletti vanno messi, anche perché non ci sono ancora studi scientifici che ne abbiano valutato gli effetti: bisogna aspettare almeno che si concludano quelli in corso”.

Tè e caffè: i loro ruoli sulla nostra salute

Cuore e arterie protette? Un rimedio tutto naturale esiste: è il tè.
Molto meglio del caffè, il tè stimola l’attività sportiva (il caffè invece blocca la propensione ad esercitare attività fisica) e contrasta proprio gli effetti dannosi del fumo.
Durante il Congresso dell’ESC sono stati riportati i dati dello studio realizzato in Francia, e coordinato dal Professor Nicolas Danchin, su oltre 131.000 persone tra i 18 e i 90 anni ricoverate per problemi cardiovascolari a Parigi tra il 2001 e il 2008. Lo studio era sugli effetti del tè e del caffè a livello cardiovascolare e sulla mortalità a seguito di tali problemi.
I ricercatori hanno rilevato che i bevitori di caffè – soprattutto se anche fumatori – sono più a rischio letale. Inoltre, sono meno attivi. Il fumo però ha avuto un peso non indifferente, dal momento che quasi tutti i grandi bevitori di caffè si sono dimostrati anche grandi fumatori.
Per quanto riguarda la pressione sanguigna non sono state riscontrate differenze tra i bevitori di caffè e i non bevitori, se non piccolissime. Sembra che l’uso del caffè non incida sulla pressione sanguigna.
I bevitori di tè invece avevano un profilo inverso rispetto a quelli di caffè. Il tè ha un effetto molto più forte sulla pressione sanguigna e la fa calare di molto.
Il tè contiene degli antiossidanti molto potenti, che possono fornire vantaggi per la sopravvivenza. Ma – ha detto il professore – è anche vero che di solito chi beveva tè aveva anche stili di vita più sani. In ogni caso il prof. Danchin ha raccomandato di bere tè invece del caffè o di non bere proprio nulla.