Un manifesto per le pensioni in Europa

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Da Pensions Europe il monito: sviluppate i piani pensionistici complementari. Ormai i piani di pensionamento “standard” non sono più sufficienti a mantenere ai lavoratori che si ritirano un adeguato livello di qualità di vita

Andare in pensione non può significare iniziare a fare una vita da povero, con poche centinaia di euro mensili di rendita; devono esserci delle garanzie per il lavoratore che raggiunge lo stato di quiescenza. L’idea, presentata già da qualche anno ma di cui ancora in pochi approfittano, è quella di sottoscrivere un fondo pensionistico complementare, che copra cioè il “dislivello” tra la pensione statale ufficiale e il reale fabbisogno quotidiano.

Ma perché non è più sufficiente la pensione “normale”? Perché lo Stato non ce la fa più ad erogare le pensioni? Una delle cause è l’allungamento della vita, ovvero l’invecchiamento della popolazione che fa sì che si continui a percepire la pensione per troppo tempo. Sembra cinico, ma dal punto di vista economico, pensando ai numeri e basta, la situazione è tale: dalle casse dello Stato escono troppi soldi a causa dell’eccessivamente lungo periodo di tempo in cui vengono erogati gli assegni. Certo, ci sarebbe da chiedersi: e per chi muore prima del tempo? La pensione di reversibilità si dà sempre ed è sempre sufficiente a pareggiare i conti? Ma non vogliamo accendere polemiche e dunque pensiamo a come uscire da una situazione che sta diventando sempre più critica.
Usufruendo di un fondo pensionistico complementare, una parte dei nostri risparmi andrebbe ad alimentare non le casse dello Stato ma quelle di un ente privato (naturalmente un ente o una società accreditata e legalmente riconosciuta) che li investe e assicurandoci una rendita vitalizia che possiamo sommare alla pensione di Stato. Ora il punto è che non tutti possono permettersi di versare le quote per un’assicurazione pensionistica privata ed è per questo che esistono delle modalità specifiche in cui è il datore di lavoro a farlo per noi.
Le aziende si dovrebbero rivolgere agli enti privati di cui sopra i quali si occuperebbero di capitalizzare, ovvero di mettere a frutto, i contributi versati in passato dai lavoratori e/o dai datori di lavoro. I gestori dei fondi pensionistici farebbero insomma fruttare direttamente il capitale versato e non farebbero come fa lo Stato, che prende i contributi versati da chi lavora al momento attuale per pagare chi è in pensione.

Pensions Europe è la federazione europea che rappresenta le Associazioni nazionali dei fondi pensione ed ha predisposto un Manifesto per le pensioni in Europa che ha dato alla costituenda nuova Commissione Europea, che verrà presieduta da Jean Claude Juncker. Scopo del manifesto (che alleghiamo all’articolo) è quello di invitare la CE ad occuparsi di questo settore allo scopo di proteggere i fondi stessi dai tagli dei Governi dei singoli Stati membri. La Commissione dovrebbe chiedere ai governi di attuare un quadro normativo che favorisca lo sviluppo di piani pensionistici complementari istituiti direttamente dalle aziende a favore dei propri lavoratori.

Nel Manifesto, si leggono le proposte e le richieste dei gestori dei fondi pensionistici complementari, come ad esempio:

  • riconoscere il valore sociale dei fondi pensione,
  • aiutare milioni di lavoratori ad accedere a forme di pensione non finanziate dai datori di lavoro,
  • incentivare lo sviluppo di questo tipo di pensioni anche nei Paesi dell’Europa dell’Est,
  • proteggere i fondi pensione dai tagli dei governi nazionali,
  • elaborare una nuova direttiva UE pensioni che riconosca la grande varietà dei modelli pensionistici europei e non imponga standard inefficaci,
  • bloccare gli alti requisiti di capitale propri delle compagnie assicurative,
  • considerare accuratamente gli impatti della nuova legislazione in merito ai mercati finanziari sui fondi pensione,
  • eliminare le barriere per chi vuole investire i propri fondi pensione nell’economia reale.

Pensions Europe evidenzia il fatto che diversi Paesi europei hanno cercato di ridurre i propri disavanzi pubblici a scapito dei fondi pensione esistenti (vedi le tasse introdotte da Portogallo, Gran Bretagna e Irlanda e la nazionalizzazione dei fondi pensioni in Portogallo).
Per scongiurare il pericolo di trasformare le attuali possibilità reali di avvantaggiare i lavoratori che desiderano una rendita pensionistica adeguata, la Presidente di Pensions Europe, Joanne Segars, afferma che c’è “bisogno di una voce forte. Le decisioni di alcuni governi in Europa, prese per soddisfare esigenze finanziarie immediate, hanno creato danni a lungo termine ai fondi pensione che hanno un orizzonte di 30, 40 o anche 50 anni” afferma. “Sono stati così penalizzati non solo i fondi, ma anche la fiducia delle imprese e delle persone che hanno optato per forme pensionistiche complementari”.
Secondo la presidente Segars, bisognerebbe seguire l’iniziativa della Gran Bretagna, che a ottobre 2012 ha varato una normativa che rende obbligatoria progressivamente per tutti i datori di lavoro l’iscrizione automatica dei propri dipendenti ai fondi di previdenza complementare.

Ricordiamo che in Italia chi si occupa di questo settore è la Mefop – Società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione. Una società fondata nel 1999 al cui interno troviamo un ampio panorama di fondi pensione (circa 80 soci) e la partecipazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ed è proprio il Ministero a detenere la maggioranza assoluta delle azioni della Mefop, che è stata creata “con l’obiettivo di studiare, interpretare e comunicare la previdenza complementare per favorirne lo sviluppo” perché nel nostro Paese i Fondi pensione si stanno affermando con difficoltà.
Proprio la Mefop SpA ha realizzato ultimamente (luglio 2014) un bollettino che illustra la situazione della previdenza complementare in Italia e che alleghiamo all’articolo. Tale bollettino viene diramato periodicamente.

pdf Scarica il documento relativo alle pensioni complementari in Italia

pdf Manifesto Pensions Europe