Valorizzare le donne per evitare la violenza

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Lo sfruttamento dell’immagine dei bei corpi delle donne può rappresentare una forma di stimolo alla violenza; valorizzare l’immagine delle doti intellettuali delle donne potrebbe invece essere una forma di lotta alla stessa violenza, ma in tutto il mondo il braccio di ferro tra queste due idee contrastanti è forte

In Italia nasce l’idea, da parte di alcuni giornali, di fare una classifica delle “Miss Governo”, un escamotage come un altro per fare aumentare la tiratura e che usano ormai in tanti. Non sono solo le miss della politica infatti ad attrarre il maggior numero di lettori maschili ma ogni donna in abiti succinti ritratta sulle riviste e sulle pagine dei giornali online. In alcuni casi, ci sono giornali online che riescono a far aumentare il numero dei visitatori proprio grazie a queste foto più che alle notizie. E questo dovrebbe dirla lunga sugli usi e costumi del nostro popolo e sulla sua cultura (intesa in senso lato).

A denunciare lo sfruttamento della figura femminile come ostacolo allo sviluppo di una mentalità finalmente nuova allo scopo di poter finalmente parlare di reali pari opportunità sono in tanti; in questi ultimi giorni si è trattato Coordinamento donne della CGIL Toscana alla cui guida c’è Annamaria Romano, che ha sollevato il problema dell’accostamento delle vittime della violenza maschile – e in particolare del femminicidio – con quello delle pari opportunità come problema sociale, che il Governo non può pensare di reprimere penalmente senza attuare le politiche necessarie a creare un clima di rispetto inter-genere, a partire dalla lotta all’abuso del corpo delle donne per fini commerciali.

Secondo Annamaria Romano “ci sarebbe servito l’esempio della ribellione delle ministre, in formazione numericamente paritaria nel Governo in carica, all’uso del loro corpo esposto nelle pagine dei giornali nella classifica di Miss Governo”. Ribellione che a quanto sembra non c’è stata – almeno finora. Ma non è solo da parte delle donne della politica che questa ribellione non c’è, bisogna ammetterlo. Non è solo quella degli uomini di mentalità infatti a dover cambiare ma anche quella delle tante donne che prendono la cosa come un gioco e si divertono a mostrarsi ed eccitare gli animi. Così, se per la rappresentante della CGIL una risposta adeguata per contrastare il fenomeno della violenza e del femminicidio potrebbe essere quella di “organizzare una formazione mirata per i docenti, gli operatori sanitari e sociali, le forze dell’ordine, i magistrati, i giornalisti” a cui aggiungere “anche grida di rabbia”, anche la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) interviene al riguardo, commentando positivamente ed appoggiando pubblicamente l’iniziativa promossa dalla FCEI (Federazione delle chiese evangeliche in Italia) che propone la stesura di un appello per combattere la violenza contro le donne. “Un appello che dovrebbe vedere unite le voci di tutti i cristiani d’Italia” ha affermato Monsignor Mansueto Bianchi, Presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della CEI.

“Come cristiani siamo debitori alla nostra generazione di una Parola che sia evangelica e perciò unitaria, fraterna tra le nostre chiese” ha detto Mons. Bianchi parlando di alcuni temi di drammatica attualità tra i quali la violenza contro le donne, soprattutto in considerazione degli ultimi accadimenti anche in terre non poi così lontane, dove l’intolleranza religiosa nega la libertà di coscienza e di religione usando violenza contro i soggetti più deboli, soprattutto contro le donne.

Le donne sono soggetti deboli in molte parti del mondo perché le culture di molti popoli le hanno oppresse e non solo perché sono ovviamente soggetti più deboli dal punto di vista fisico. La cultura dello sfruttamento del corpo femminile per fini di piacere e commercio esiste fin dall’alba dei tempi ed è ora di cambiarla. L’avvocata siciliana Giulia Bongiorno ad esempio denuncia in un suo tweet che l’indifferenza su questo tema è trasversale: “Quale Governo ha messo tra le sue priorità la lotta alla violenza sulle donne? Nessuno. Indifferenza trasversale”.
Il cambiamento di mentalità è necessario non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa, che troppo spesso vediamo come una sorta di “essere superiore”. Non lo è, è solo la composizione di tante culture con matrice comune. E dunque potrebbe – e dovrebbe – essere comune anche la consapevolezza di un cambio di mentalità per un miglioramento culturale. Non sempre infatti è positivo conservare le “tradizioni”.
In Francia ad esempio una giovane studentessa liceale ha raccolto più di 15mila firme di persone che denunciano l’assenza di modelli femminili nei manuali scolastici. L’appello è stato presentato al Governo parigino dalla diciassettenne Ariane Baillon che spiega: “una sola donna ha l’onore di figurare nella lista ufficiale dei filosofi da studiare per la maturità: Hanna Arendt. È la sola fisolofa esistente? O è la sola che valga la pena di studiare?”
Nella circolare del Ministero dell’Educazione francese dei 57 autori che meritano un approfondimento di studio c’è solo lei come donna. E le donne sono praticamente assenti non solo per quanto riguarda la filosofia ma anche per quanto riguarda i programmi di letteratura francese e completamente assenti in storia dell’arte, cinema e fotografia. E, per quanto concerne i programmi di storia, le donne vengono studiate solo come gruppi, ad esempio “si studia il ruolo delle donne durante la guerra come se fossero tutte uguali” aggiunge Ariane Baillon. “Mi piacerebbe invece sentire parlare delle grandi figure femminili della resistenza”.

Il Governo francese però ha preso atto del problema, tanto più che in uno studio pubblicato nello scorso giugno è stato appurato che solo il 3% delle note bibliografiche riguarda una donna. Il Ministero ha pensato dunque di preparare per il prossimo anno nuovi programmi scolastici che tengano conto della parità di genere. Ora la domanda sorge spontanea: e il Governo italiano cosa pensa di fare al riguardo? Perché è evidente che anche nei testi scolastici italiani di donne se ne parla ben poco – quasi nulla in effetti. Se anche le nostre studentesse presentassero una simile petizione forse vorrebbe dire che finalmente si sono rese conto di essere discriminate ma purtroppo le ricerche pubblicate in Italia dimostrano il contrario, come abbiamo visto nei nostri precedenti articoli: per le giovanissime italiane va tutto benissimo e non si rendono conto di alcuna discriminazione nei loro confronti, soprattutto nei luoghi di lavoro: beata gioventù…