Giardini pubblici e bambini in gruppo

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mariangela-giustidi Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Anche se non si è insegnanti e anche se non ci si occupa professionalmente di educazione e formazione, è sempre interessante sedersi in un giardino pubblico e osservare i gruppi di bambini intorno, soprattutto quando si è da soli e si ha una mezzora di tempo da impiegare nell’attesa di un appuntamento con un’amica o di una visita medica. Una prima cosa che si nota è che verso i quattro anni (l’età della scuola dell’infanzia) i bambini sviluppano la capacità di relazionarsi, comunicare, immaginare, pensare; mostrano una grande curiosità verso la vita, una profonda sensazione di stupore per il mondo; imparano a esprimere, capire e regolare le emozioni nelle interazioni coi coetanei e gli adulti. Sono gli anni in cui il mondo è tutto da scoprire, e proprio per questo possono anche rappresentare un periodo di grandi paure. Se si osservano gruppetti di bambini ai giardini pubblici intorno al gioco del castello o nella zona delle altalene, si potrà osservare che ciascuno di loro (anche nel breve spazio di mezzora/un’ora) sperimenta tante emozioni: la dipendenza da un coetaneo, la rivalità, la rabbia, la gioia, la soddisfazione, la paura… Stupisce sempre che in molti casi i bambini si sanno autogovernare anche senza i familiari (che li sorvegliano naturalmente, ma un po’ da lontano), imparano come funziona il mondo, riconoscono quali azioni determinano la risposta desiderata, riconoscono gli schemi e li utilizzano nella soluzioni di problemi. 

I gruppi osservabili en plain air nei parchi urbani mostrano una grande varietà di mondi sociali (lingue diverse, colori diversi della pelle) e (già fin da questa età) le diverse potenzialità individuali. Si osserva che alcuni bambini e bambine imparano presto a dominare le emozioni proprie e degli altri; si nota anche che alcuni bambini e bambine hanno scarse abilità relazionali: piangono con facilità, non condividono i giochi, hanno risposte isteriche, si isolano dal gruppo. Chissà chi di loro (crescendo) avrà più successo nel mondo sociale? Tanti fattori intervengono nell’educazione.

ragazza-sorride-parco-autunnoCrescendo, un po’ per volta i bambini dovrebbero imparare a prevedere le reazioni che il loro comportamento suscita negli altri; dovrebbero essere in grado di orientare e contenere le proprie reazioni. Per esempio, impareranno a contenere l’ira, prevedendo che la sua esternazione causa rimproveri. Sembra facile…eppure non sempre e non tutti i bambini ci riescono. Accade frequentemente di osservare ragazzi di 9 o 10 anni con atteggiamenti infantili, non congrui con l’età. Quindi la capacità del bambino di orientare il proprio comportamento verso forme socialmente accettate, dipende non tanto dalla “buona volontà” o dalla “buona educazione” in astratto, quanto piuttosto dall’imparare a percepire se stesso e dalla capacità rappresentativa che man mano acquisisce rispetto alle emozioni proprie e altrui. Dalle esperienze emotive di problem solving nascono diverse capacità cognitive. Aiutare a capire le emozioni è un compito importante che compete agli insegnanti e ai genitori: entrambi (con ruoli diversi) si trovano spesso ad affrontare situazioni relazionali complesse, a gestire conflitti tra i bambini. Risulta fondamentale la loro capacità di insegnare ai bambini a esprimere le emozioni, saperle riconoscere, gestirle.