La pubblicità con animali fa male ai pubblicitari

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americo-bazzoffiaAlcuni animalisti si scagliano in difesa di “Rosita”, la gallina bianca della pubblicità che dialoga con Antonio Banderas, ma non avrebbero mai potuto immaginare che…. 

di Americo Bazzoffia, Libero docente universitario e Consulente in comunicazione strategica integrata

In questi giorni alcuni animalisti sono scesi in campo per salvaguardare “Rosita”, la dolce gallina bianca livornese protagonista delle campagne pubblicitarie del celebre marchio “Mulino Bianco”. 

Gli animalisti avrebbero notato che il pennuto aveva comportamenti anomali: non sbatte le ali e si muove in modo strano, anzi se ne sta buono e tranquillo mentre Antonio Banderas sforna biscotti e macina farina. Addirittura si intrattiene a conversare con lui mentre prendono il sole sul tetto, fianco a fianco. Il dubbio legittimo è stato quello che l’animale fosse stato maltrattato e forse anestetizzato.

banderas-gallinaDi certo il trucco c’era, ma non aveva niente a che fare con la denuncia comparsa nei giorni scorsi sul blog di Aidaa (Associazione italiana difesa animali e ambiente) in cui si leggeva in un post – poi rimosso – che «La gallina appare innaturale nei movimenti […], potrebbe essere per le condizioni di forte stress dovuto alla legatura delle gambe», o peggio ancora per colpa di «sostanze dopanti o tranquillanti».
Molto più banalmente il trucco è che la gallina non è altro che un “animatronic”, ossia un robot: un sofisticato congegno comandato elettronicamente che simula i movimenti dell’animale.
Quindi “Rosita” non è altro che un pupazzo meccanico come quelli che spesso si vedono al cinema o nei parchi di divertimento.

La vicenda, frutto di una evidente “svista”, appare ai più surreale e degna della migliore commedia dell’arte. Ma a ben guardare ci consente di riflettere su un tema interessante e spesso tralasciato, o appannaggio di alcuni sporadici convegni universitari. Cercherò quindi di rispondere ad alcuni interrogativi: perché si usano gli animali in pubblicità? Fanno bene i pubblicitari ad utilizzare gli animali sui manifesti e nei commercial?

In pubblicità, spessissimo – molto più spesso di quello che possiamo immaginare – vengono impiegati animali o immagini di animali elaborate con tecniche di fotoritocco, o pupazzi o illustrazioni di animali antropomorfizzati.

Come mai questo continuo ricorso al mondo animale? Gli animali, e soprattutto i loro cuccioli – reali o disegnati che siano – attirano la nostra attenzione, generano tenerezza e impressioni positive, ci sono famigliari e abbassano le nostre difese nei confronti di ciò che è nuovo e a noi sconosciuto, e stimolano – soprattutto nelle consumatrici – il naturale attaccamento materno.
Quindi i cuccioli sono il viatico, il grimaldello che ci consente di far arrivare – prima, più facilmente e con una straordinaria carica empatica – un messaggio che, in modo infallibile ed inesorabile, si fissa nella psiche del consumatori.

Che siano reali o immaginari, dei cuccioli o degli adulti, esistono animali che hanno fatto la storia della pubblicità: dal pappagallo Palmera all’ippopotamo blu della Lines, dal piccolo e nero Calimero di Ava al cagnolino che si arrotola nella carta igienica Scottex, dal falco di Fernet Branca al cavallo bianco di Vidal… e così via. Che siano animali delle calde savane o dei freddi paesi nordici, che siano animali selvatici, da fattoria, o da compagnia, normalmente gli animali reali che vengono impiegati nella comunicazione pubblicitaria sono tutelati e salvaguardati in modo che la vita trascorsa su un set pubblicitario (cinematografico o fotografico che sia) non diventi un’esperienza traumatica o stressante.
Di conseguenza, possiamo ritenere che la pubblicità non fa male agli animali; ma semmai il contrario, ossia che gli animali fanno male alla pubblicità. Sì, sono i proprio i pubblicitari che devono essere tutelati dagli animali, e non il contrario. Gli animali infatti attentano alla loro creatività, proprio perché sono un “escamotage” facile, a buon mercato, di sicuro effetto sul consumatore, che atrofizza la creatività dell’art director e del copy. Dunque: proteggiamo e salvaguardiamo la creatività dei pubblicitari usando meno cuccioli nella pubblicità.