Le vetrine dei negozi insegnano

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mariangela-giustidi Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Le grandi catene di negozi utilizzano oramai le stesse forme espositive, lo stesso modo di fare vetrina, gli stessi colori, gli stessi messaggi. Se capita di fare due passi per le strade di Firenze o di Mantova o di Catania o di Monza o di altre città italiane medio-grandi è facile accorgersi di questa uniformità. Passeggiando per le vie del centro o negli interni dei grandi mall si osservano e si ammirano (certo!) le vetrine e le merci che esse espongono, ma è come se ci fosse una sorta di assuefazione: per quanto a volte vogliano stupirci con effetti speciali, lasciano spesso indifferenti. Più o meno sappiamo cosa aspettarci dalle vetrine dei diversi negozi. Le vie del centro città diventano sempre di più luoghi di esposizione di oggetti che ripetono se stessi. Per questo quando capita di incontrare una vetrina con oggetti un po’ insoliti viene fatto di soffermarsi, chiedere informazioni e magari acquistare. Mi è capitato a New York di fronte a un buffo negozio di cappelli di vari colori, fogge e forme. E mi è capitato a Palermo di fronte a un negozio di cartoline e ceramiche artigianali (“Il Carrettino” in Corso Vittorio Emanuele), che esponeva in un angolo della vetrina una coffa siciliana, quasi appoggiata lì per sbaglio, bellissima e unica nei suoi decori. Di fronte a un oggetto così bello si è non solo ammirati, ma incuriositi. Si resta indecisi, poi è l’oggetto stesso che chiama a entrare. 

Prima ancora di chiedere il prezzo di una borsa così bella e insolita viene fatto di chiedere il nome, si chiedono informazioni, si imparano tracce di storie che arrivano da lontano. Il venditore, pur nella calca tipica di un negozio di souvenir, sembra non avere fretta: racconta che la coffa viene usata sui carretti siciliani nei giorni di festa e naturalmente come oggetto di abbigliamento. E’ una borsa per signora, e il suo nome è “coffa”: sono ceste della tradizione rurale siciliana, impiegate in passato per dare il foraggio ai cavalli o come contenitori posizionati da una parte e dall’altra dei muli per trasportare materiali pesanti. Queste ceste vengono create intrecciando in modo artigianale la curina, la parte tenera e molto resistente delle foglie di palma nana siciliana (un albero che ha la forma e la bellezza delle normali palme, ma che rimane sempre di piccole dimensioni). Le foglie essiccate (appunto, in gergo: la “curina”) viene utilizzata in Sicilia per la fabbricazione di scope, ventagli, funi, ceste, panieri, stuoie, cappelli e soprattutto per le coffe.
Quante discipline entrano in gioco: storia, geografia, antropologia…
“E: come mai tutte queste decorazioni?” chiede la signora. “Perché i ponpon e le passamanerie? Perché gli specchietti? I decori dorati? E le teste di leone?”. E poi il bubbolo…Suona, perfino? Quanti colori, quanta fantasia, quanta abilità…!!
Quella signora che fa così tante domande, con due figli grandi al seguito, probabilmente è una turista mordi e fuggi che si trova lì di passaggio solo per visitare l’interno della grande Cattedrale di Palermo con Santa Rosalia, proprio lì di fronte, dall’altra parte della strada. Al 90 percento quella signora non comprerà nulla: tutte quelle domande faranno solo perdere tempo… Invece il venditore sembra apprezzare l’interessamento e sta al gioco: racconta, insegna, mostra su un ripiano alto altre coffe (che la signora nella calca delle persone presenti in negozio, non aveva ancora notato).

La coffa è citata da Giovanni Verga nelle pagine di “Mastro Don Gesualdo”; ciascuna coffa è diversa dall’altra, non ce ne sono due uguali. Le coffe riprendono i decori, i colori, le forme degli antichi carrettini siciliani: tutto è funzionale a creare un insieme armonico, molto colorato. Ciascuna coffa è una piccola narrazione: racconta la bellezza, i colori della Sicilia, la vitalità, la voglia di vivere di questa terra. Qualcosa scatta e dopo un po’ la signora chiede il prezzo e dopo averci pensato un po’ si decide ad acquistarla. Che cosa strana: in periodo di crisi acquistare un oggetto così insolito e così particolare e così di prezzo, anche. Eppure…
E’ un esempio questo di quanto il commercio e i suoi attori hanno ancora molto da dare alle città; hanno tanto da insegnare, da narrare, da trasmettere. Credo che quanto più i commercianti ricorderanno questa loro funzione anche pedagogica tanto più le città sapranno trovare e ritrovare antiche e nuove identità. E forse anche il commercio stesso ne potrebbe guadagnare.

coffa
Aggiungiamo a margine che le coffe non appartengono solo alla tradizione e che sono reinterpretate anche dalla moda non tradizionale: la giovane designer taorminese Micaela Spadoni (catanese di nascita) si è focalizzata su questo modello di borse, reinterpretandole in modo creativo e attuale. Ida Di Bella trentenne trapanese di Erice, nel 2006 ha creato il marchio «Le Curine» che richiama nel nome le foglie di palma nana che, intrecciate dagli artigiani secondo tradizione, si trasformano nelle coffe di paglia. Con uno stile elegante e romantico Ida Di Bella ha fatto conoscere le sue coffe anche in Inghilterra, a Londra, dove nel quartiere di Notting Hill, sono state in vendita nella boutique della catanese Letizia Di Guardo. Intrecciate da una artigiana di Buseto Palizzolo (un borgo vicino al sito archeologico di Segesta) le «Curine» trasformate e decorate, sono pezzi unici e ciascuna porta un nome di donna. Anche Ottavia Failla, stilista e nobildonna di Modica (in provincia di Ragusa), ha proposto coffe tradizionali bordate di pelliccia a pelo lungo (beige, nero, verde, celeste, rosa). Dunque bene: le donne trovano risorse nella tradizione, nella bellezza, nella modernità.