Scuola, abilità per la vita sociale, cinema

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mariangela-giustidi Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Le giovani donne titolari di una piccola azienda o di una grande impresa o le donne che lavorano nel campo del commercio o degli affari e che sono anche madri sperano con tutte se stesse che le scuole che frequentano i loro figli e le loro figlie possano far sviluppare in loro le attitudini giuste per essere in grado (nel giro di qualche anno) di entrare nell’azienda che loro stesse hanno creato oppure che hanno ereditato (a loro volta) dalle loro madri e nonne. Non c’è nulla da dire: è il sogno di qualunque genitore che, col suo spirito d’impresa, con la propria tenacia, ha superato difficoltà e ha costruito qualcosa che resta per sé e per gli altri. Sappiamo che spesso ciò non accade. Sempre più spesso, negli ultimi anni, accade il contrario: l’impegno e gli sforzi di una o due generazioni sempre più spesso vengono vanificati dalle scelte sbagliate delle generazioni più giovani.

Certo, le scuole devono fare la loro parte nella valorizzazione dei talenti e nel far comprendere il valore delle opportunità presenti nelle singole famiglie e dei valori da rispettare e fare propri. Ma è evidente che più di tanto le scuole non possono fare. Anche ai genitori spetta intervenire in prima persona, mettendo impegno in tante occasioni della vita familiare. E’ da mettere nel conto che, a distanza di anni si accorgano talvolta del proprio fallimento, quando oramai i giochi sono fatti e non c’è più nulla da fare. Ma almeno avranno la consapevolezza di aver provato a sviluppare alcune abilità sociali nei propri figli e il rispetto e l’amore per quello che (poco o tanto) la storia familiare ha messo loro a disposizione.

Le abilità sociali hanno una stretta attinenza con la vita quotidiana degli adolescenti. Impararle richiede uno sforzo di riflessione proprio a partire dalle esperienze quotidiane. S’impara se si riesce a rielaborare quello che ci accade intorno, quello che si vede fare dai grandi con i quali si vive.

Che cosa può fare in questo un genitore? Non molto, a mio parere, soprattutto nella società del web 2.0 dei primi decenni del millennio. Per attivare processi autoriflessivi sarebbe opportuno far ragionare i ragazzi a partire da situazioni reali, da casi esemplari, da storie significative. Ma è sempre più difficile: il divario è sempre più ampio e credo che non si colmerà più. E’ giusto così: i device in mano ai ragazzi e alle ragazze prendono il posto delle conversazioni.
Si può forse ancora provare appoggiandoci alle narrazioni autobiografiche, storiche o di finzione. Forse ancora possono rappresentare qualche occasione per discutere con le ragazze e i ragazzi, per catturare per qualche momento la loro attenzione. Le narrazioni si strutturano secondo criteri che consentono di attivare processi metacognitivi per questo reggono ancora. Tanti anni fa (in un tempo remoto, sconosciuto ai ragazzi di oggi) c’era l’abitudine di fare i cineforum pubblici: si vedeva insieme un film e poi c’era qualcuno (un adulto più o meno esperto) che guidava il dibattito e faceva capire di quel film aspetti che da soli non avremmo notato. Oggi i ragazzi lasciano commenti nei blog, in Facebook, in Twitter, su Youtube, senza la mediazione di una figura educativa: questo può avere ricadute maggiori o minori sul piano della formazione delle coscienze. Chi lo sa? Certo è diverso. Educare alle abilità sociali necessarie nell’impresa, nel commercio attraverso narrazioni può significare per un insegnante ma anche per un genitore farsi carico dei processi di commento e di elaborazione; prendersi il tempo di curare la relazione educativa e mettersi in ascolto.

Facciamo qualche esempio. Per avviare e stimolare una riflessione sull’identità individuale e familiare (così importante per chi ha un’impresa o un’attività commerciale che ha la speranza di poter passare un giorno ai figli) ci sono tanti film classici molto adatti da vedere insieme e da commentare, per esempio: Arrivederci ragazzi di Louis Malle; Come te nessuno mai di Gabriele Muccino; Dov’è la casa del mio amico? Abbas Kiarostami.

indiana-jonesAnche la capacità di prendere decisioni è importante per chi fa impresa: molto spesso si arriva ad avere questa abilità dopo anni e si vorrebbe trasmetterla ai figli. Anche qui il cinema può aiutare, se lo sappiamo usare. C’è un genere specifico di film con personaggi che prendono decisioni e risolvono problemi: i film d’avventura. Per esempio i film con l’archeologo Indiana Jones offrono molta suspence, ma anche la possibilità di apprendere modalità di riflessione e di azione. Dalla distanza col protagonista ma anche dalla capacità di partecipare alle sue avventure ci può essere modo di avviare un dialogo utile a far nascere interessi e ad avvicinare. Indiana può rappresentare un buon aggancio. Ma poi, certo, fare le domande giuste, saper gestire il colloquio spetta al genitore e alle sue modalità individuali.