25 novembre: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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Ogni due giorni una donna è vittima di omicidio, nel 70% dei casi l’assassino è da ricercarsi all’interno della famiglia. Ma per i ragazzi italiani non si tratta di un fenomeno così grave, quello della violenza sulle donne

Una sola giornata per affrontare un tema così delicato non basta, ovviamente. E noi di Donna in Affari lo sappiamo bene, visto che dedichiamo a questo problema un intera sezione del nostro giornale portando avanti da anni una campagna informativa al riguardo. Ciò non toglie che proprio tra il 24 e il 25 novembre di ogni anno si concentrino molte notizie su questo argomento; notizie che – ancora una volta – fanno riflettere… e preoccupare.

Tanto per cominciare i dati del rapporto Eures sul femminicidio in Italia, che mostrano un 2013 nero, in cui si sono contati 179 di questi delitti, pari a uno ogni due giorni, e ben 7 su 10 all’interno delle mura domestiche, perpetrati cioè da un familiare. Il 2013 è stato l’anno – al di là di ogni proclama politico o demagogico – con il più alto numero di donne vittime di omicidio, ovvero con la percentuale più alta di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia.
Nel 2012 le donne uccise (generalmente da una persona cui erano legate o erano state legate da un vincolo affettivo, come un marito o un ex marito o un fidanzato) erano state “solo” 157 ma nel 2013 sono aumentate del 14%. Gli omicidi di donne perpetrati in ambito familiare sono aumentati del 16%, passando da 105 a 122. Stesso terribile aumento per quanto riguarda quelli effettuati da vicini di casa, amici e colleghi – dunque sempre nell’ambito delle conoscenze e di persone di cui ci si fida – che va da 14 a 22.
La criminalità uccide ovviamente anche le donne, e nello scorso anno gli omicidi, solitamente a scopo di rapina, sono stati 28, quasi tutte le vittime erano anziane.

Il problema dei femminicidi in ambito familiare purtroppo non mostra alcuna tendenza a diminuire, anzi. Dal 2000 al 2013 la percentuale si è mantenuta costante, sul valore del 70,5%.
Un barlume di speranza si è acceso però sul piano della territorialità: Per 10 anni circa la metà dei femminicidi è avvenuta al Nord ma nel 2013 c’è stato un calo. Ora l’area geografica a più alto rischio è quella del Sud Italia, con una crescita del 27,1% rispetto all’anno precedente.
Per dirla in numeri: al Sud ci sono state 75 vittime, al centro 44 (comunque raddoppiate rispetto al 2012, quando le donne uccise erano state 22) e al Nord 60 donne.
Il triste primato delle donne uccise da un familiare resta comunque al Nord, l’80% dei casi: 8 femminicidi su 10; anche se Lazio e Campania rappresentano le due regioni con più vittime femminili.

Chi uccide le donne? Soprattutto i propri partner: in ambito familiare sono i mariti ad uccidere (66,4%). Ma il segnale sconvolgente che – secondo l’Eures è portato dalla crisi – è il matricidio. I figli uccidono per l’eredità o per ragioni imposte dallo stress di una convivenza forzata dovuta alla mancanza di denaro o lavoro per potersi rendere indipendenti.
Sono state 23 le madri uccise nel 2013 per queste ragioni, pari al 18,9% dei femminicidi in ambito familiare. Ma perché proprio le madri sono le vittime “predilette”? Per un motivo culturale, viene da dire, dal momento che in Italia è ritenuto normale dai giovani che le donne debbano subire ogni tipo di angheria, siano cioè i soggetti deboli predestinati. E così sotto con le percosse, gli strangolamenti o i soffocamenti. Queste infatti le modalità preferite per uccidere le proprie madri.

Anche il Telefono Rosa ha denunciato questo problema facendo presente quanto sia elevato il numero di vittime di violenza (non esclusivamente di femminicidio) che in Italia è pari a 7 milioni. Un fenomeno gravissimo in Italia ma anche nel resto del mondo, tanto da far dichiarare all’Organizzazione Mondiale della Sanità che la violenza uccide più donne del cancro.
La presidente dell’associazione nazionale volontarie del telefono rosa, Gabriella Carnieri Moscatelli, lo ha fatto presente all’inizio di una giornata di riflessione e confronto alla quale hanno partecipato 2.500 ragazzi, tutti studenti, per cercare di sensibilizzarli nei confronti di questo fenomeno.

Come la pensano i ragazzi italiani
A concentrarsi sui ragazzi sono in molti e il motivo può essere dovuto ai risultati di alcune indagini realizzate proprio nei loro confronti. Una di queste – ma non è la sola – rileva che per uno studente su due quello della violenza sulle donne è un fenomeno marginale. Si tratta dell’indagine di ScuolaZoo per la campagna “Indifesa” di Terre des Hommes (organizzazione per i diritti dei bambini) per la quale sono stati intervistati 1.300 ragazzi tra i 14 e i 18 anni, studenti delle scuole secondarie superiori italiane. Quasi la metà dei ragazzi ha dichiarato che la violenza domestica non è molto frequente ma che si tratta solo di qualche caso isolato che i media ingigantiscono.
Se questo non bastasse per far rabbrividire, pensate che quasi il 70% dei ragazzi intervistati ha aggiunto che “se una donna viene maltrattata continuamente la colpa è sua, perché continua a vivere con quest’uomo”.
E per 4 ragazzi su 10 la violenza è un fatto interno alla coppia e nessuno vi si deve intromettere.
Secondo Terre des Hommes, queste risposte fanno pensare, tanto più per il fatto che secondo i ragazzi la gelosia come motivo di una punizione fisica è giustificata da oltre il 20% dei ragazzi intervistati.
L’unico dato incoraggiante uscito da queste interviste è che secondo i ragazzi non devono per forza subire e sopportare ma devono lasciare il proprio marito o compagno violento.
Però la fotografia che emerge da questa inchiesta è scioccante anche per un altro dato fondamentale: per il 52% degli intervistati il ruolo della donna in una famiglia e quello di subordinata: “è l’uomo che deve dirigere la famiglia”; per il 55,4% dei ragazzi “la donna deve occuparsi della casa e della famiglia”; per il 65% di loro “nella nostra società il ruolo della donna è principalmente quello di madre”. D’altro canto questi ragazzi ritengono che per un uomo sia “umiliante svolgere lavori domestici”.
Per fortuna la maggior parte pensa che – almeno per le più importanti decisioni riguardanti la famiglia – è meglio sentire anche il parere della donna.
In base a questi dati l’Organizzazione ha deciso di combattere tutti questi preconcetti e discriminazioni presenti nei preadolescenti conducendo incontri di sensibilizzazione e prevenzione della discriminazione di genere nelle scuole, anche per dare agli insegnanti e ai genitori degli strumenti efficaci per individuare situazioni potenzialmente pericolose. Si è trattato di corsi realizzati con il patrocinio del dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Consce della problematica, le volontarie del Telefono Rosa hanno depositato un Disegno di Legge, proprio questa mattina, giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, “per cambiare i programmi scolastici dalla scuola materna in poi, perché bisogna crescere nel rispetto fin da piccoli”. Ad annunciarlo è stata la Vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, proprio durante l’incontro organizzato per i ragazzi dall’Associazione.
Nella stessa occasione, la deputata Roberta Agostini ha ricordato che, secondo un’altra recente ricerca, per 1 italiano su 3 la violenza domestica è un fatto privato, per 1 su 5 è accettabile denigrare una donna ed 1 su 10 pensa che se le donne non provocassero con vestiti succinti non sarebbero violentate.

Anche la Ministra Stefania Giannini, a capo del Dicaster dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha parlato del ruolo che la scuola può avere nel contrasto alla violenza di genere, vista anche come aggressione verbale oltre che fisica: “per quanto riguarda la violenza sulle donne ricordo che l’Italia ha ratificato la convenzione di Istanbul e che le scuole hanno immediatamente accolto questo messaggio che non può non tradursi in una sensibilizzazione degli studenti”.
Nella speranza che ciò sia vero, intanto l’Università di Torino dedica alla sensibilizzazione degli studenti un’iniziativa particolare: quella di realizzare delle lezioni rivolte ai propri iscritti proprio sulla violenza contro le donne. Le lezioni si sono svolte proprio oggi, 25 novembre, giornata internazionale dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne.

Gli abusi sessuali

unicefPurtroppo c’è molto da fare per sensibilizzare i giovani rispetto a questo problema che sottovalutano, se è vero che – come denuncia l’UNICEF – sono 126 milioni le ragazze che giustificano la violenza subita dalle donne. Tra le forme di violenza, anche gli abusi sessuali sulle bambine: quasi il 20% delle bambine del mondo li hanno subiti.
Sono circa 120 milioni le ragazze sotto i 20 anni (pari a 1 su 10) costrette a subire abusi sessuali. Quasi il 20% delle donne li ha subiti da bambina. Mentre oltre 130 milioni di bambine sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili.
E la violenza psicologica sta anche nell’imposizione di un matrimonio: 700 milioni di donne si sono sposate ancora bambine per volere dei genitori.

Questi i dati di fatto, accanto ai quali ci sono le considerazioni e le rilevazioni dei dati ufficiali: l’Unicef rileva che quasi la metà delle adolescenti fra i 15 e i 19 anni di età (pari a circa 126 milioni di ragazze), giustifica il marito che picchia la moglie in alcune circostanze. La percentuale sale all’80% in alcuni Paesi, ovvero: Afghanistan, Guinea, Giordania, Mali e Timor Est. In 28 paesi su 60 una maggiore percentuale di donne rispetto agli uomini ritiene che picchiare la moglie sia giustificabile.
In Cambogia, Mongolia, Pakistan, Ruanda e Senegal, il doppio delle ragazze rispetto ai ragazzi ritiene giustificabile che a volte il marito possa picchiare la propria moglie.
I dati di 30 Paesi indicano che circa 7 donne su 10 di età compresa tra i 15 e i 19 anni, vittime di violenza fisica o abuso sessuale, non hanno mai chiesto aiuto: molte hanno detto che non credevano fosse un abuso o che non lo ritenevano un problema.
Giacomo Guerrera, Presidente dell’Unicef Italia, commenta: “abbiamo da poco celebrato il 25esimo anniversario della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, eppure ancora oggi 1 ragazza su 3 – con una relazione stabile – tra i 15 e i 19 anni (84 milioni) è stata vittima di violenza psicologica, fisica o sessuale da parte del marito o del partner. Una mancata piena applicazione della convenzione produce spesso condizioni di profonda vulnerabilità per centinaia di bambine che in questo modo hanno molte più probabilità di subire diverse forme di violenza e vedere così compromesso il proprio futuro”.

Per sensibilizzare il mondo giovanile e non solo su questi temi arriva anche il contributo della Delegazione italiana al Consiglio d’Europa, che dà il via a uno spot e a un premio per la miglior tesi di laurea sul tema della violenza sulle donne. Anche in questo caso si è scelta la giornata di oggi per far partire questo supporto alla campagna di sensibilizzazione.
Il Presidente della Delegazione, Michele Nicoletti, annunciando le due iniziative messe in campo con il sostegno della Presidente della Camera Laura Boldrini, dice: “la prima prevede la messa in onda dal 26 a 29 novembre del video prodotto dal Consiglio d’Europa con lo scopo di promuovere l’importanza dell’attuazione della Convenzione di Istanbul; la seconda consiste nell’istituzione di un
Premio per tesi di laurea specialistica e dottorato di ricerca sul tema del contrasto alla violenza sulle donne e in attuazione della convenzione; un premio che verrà consegnato la prima volta il 25 novembre 2015 celebrando la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”.

Il punto di vista della psichiatria

Per spiegare le violenze, gli abusi, i maltrattamenti e persino gli gesti efferati cui le donne vengono sottoposte, non si deve più parlare di raptus o di malattia mentale. Troppo spesso questo termine medico è stato usato come alibi per quello che di fatto è solo l’istinto di una persona semplicemente cattiva e felice di esserlo.
A dichiararlo sono i vertici della Società italiana di psichiatria, durante la conferenza “mens sana in corpore sano: il benessere come standard di cura in psichiatria”, che si è svolto a Rimini.
Non fornire alibi alla violenza è l’appello lanciato in questa occasione, perché – come affermano il Presidente degli psichiatri, Emilio Sacchetti, e il suo predecessore Claudio Mencacci – “non tutti i violenti sono dei malati; purtroppo ci sono anche persone cattive, non malate, che perseguono con convinzione il male e sono felici di metterlo in atto”.

Il direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebene Fratelli di Milano, Claudio Mencacci, spiega: “la nostra società ha praticamente ‘censurato’ i concetti di finitezza e morte da un lato, e di crudeltà e male dall’altro. E così, ogni volta che ci si trova davanti a un’azione che suscita ribrezzo si chiama in causa un disturbo psichiatrico, un disagio interiore o una patologia che spinge
L’aguzzino alla violenza”.
Per Mencacci, come per Sacchetti, “questo è profondamente sbagliato e il mondo dell’informazione dovrebbe aiutare la comunità scientifica a diffondere un messaggio corretto, evitando di ‘diagnosticare’ psicosi ogni volta che viene scritta una nuova pagina di cronaca nera”.
Lo psichiatra Mencacci aggiunge che la violenza è una spirale che si autoalimenta e che “i figli delle donne vittime di violenza sono 6 volte più a rischio di sviluppare a loro volta comportamenti aggressivi. Entra in gioco un meccanismo di Coping, una reazione di adattamento che ‘anestetizza’ l’orrore e lo perpetua”.

Da più parti dunque arrivano spunti di riflessione e si attivano associazioni e organizzazioni pubbliche o private che si aggiungano alla campagna di sensibilizzazione rispetto al fenomeno della violenza sulla donne. In questa giornata particolare sono tante le informazioni a questo riguardo e non possiamo darle tutte, poiché provengono da ogni parte d’Italia e sono centinaia. Donna in Affari in questi due giorni pubblicherà al riguardo solo alcuni articoli, senza esagerare dal momento che – come le nostre lettrici e i nostri lettori sanno – il nostro impegno in questo particolare campo informativo continua durante tutto l’anno.

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Daniela Molina
Direttore di Donna in Affari.it