A Rimini Fiera gli Stati Generali della Green Economy

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stati-generali-green-economyEco-innovazione è la parola chiave

di Amelia Vescovi

Un nuovo modello di business basato sul binomio competitività-sostenibilità è quanto propongono le imprese della green economy per rilanciare l’economia italiana. Ma per attuarlo occorrono un piano strategico nazionale che supporti fortemente le aziende che rispettano l’ambiente e la collaborazione di università ed enti di ricerca pubblici e privati.

Eco-innovazione per uscire dalla crisi italiana: è la proposta delle imprese che hanno partecipato agli Stati Generali della green economy 2014 lo scorso 5 e 6 novembre a Rimini Fiera, nell’ambito della manifestazione Ecomondo-Key Energy – Cooperambiente.

Promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, composto da 66 organizzazioni di imprese italiane, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e il Ministero dello Sviluppo Economico, gli Stati Generali si profilano come un processo aperto di elaborazione strategico-programmatica che dal 2012 ha coinvolto più di 5000 stakeholder. In questo contesto gli attori delle imprese che hanno scelto l’economia green hanno presentato le loro esperienze ed hanno segnalato il loro punto di vista nei confronti dell’attuale scenario di recessione economica, indicando le possibili soluzioni in chiave ecologica.

Nonostante la crisi mondiale l’industria verde è in continua crescita: secondo l’Unido, nel 2005 il giro d’affari globale era di 990 miliardi di euro in sei settori (efficienza energetica, gestione sostenibile delle risorse idriche, mobilità sostenibile, energia, uso efficiente dei materiali, gestione dei rifiuti e riciclo), e nel 2020 sarà più che raddoppiato arrivando a circa 2200 miliardi di euro.

In Italia il 25% delle aziende fino a 250 dipendenti offre prodotti e servizi eco. Soltanto nel settore dei rifiuti dal 2008 al 2012 le imprese sono cresciute del 12% e gli addetti del 19%. La crescita della consapevolezza ambientale e l’aspettativa di una migliore qualità di vita ha alimentato la richiesta di beni e servizi ecologici.

Una nuova Direttiva ha stabilito che dal 2017 circa 6000 grandi imprese dovranno fornire informazioni su temi non prettamente economici, fra cui l’ambiente: è in atto un cambiamento che implica una presa di responsabilità da parte delle imprese. Occorre modificare obiettivi e processi produttivi per avviare quell’eco-innovazione che dovrebbe portare le imprese attente all’ecologia ad avere più probabilità di successo sul mercato rispetto alle aziende dell’economia tradizionale, la brown economy.

green-economyMa in sintesi, cosa caratterizza un’impresa della green economy? Ci sono le imprese core-green, che producono beni e servizi ambientali, e le imprese go-green, che applicano modelli di business basati sull’elevata qualità ecologica. In generale si tratta di aziende che osservano questi comportamenti: utilizzo di tecnologie a basso impatto ambientale e a minor consumo di risorse; uso di materie rinnovabili; riduzione della produzione di rifiuti; miglioramento e aumento della riutilizzabilità dei prodotti; riduzione delle emissioni dei gas serra; conservazione del cosiddetto capitale naturale; minimizzo degli impatti ambientali dei processi produttivi che possono essere dannosi alla salute e all’ambiente. E sono green le imprese che adottano una politica di trasparenza e correttezza nei confronti dei loro clienti, considerandoli soprattutto “cittadini”: secondo molti imprenditori questo atteggiamento può avere ricadute economiche positive. Così come il coinvolgimento dei dipendenti nelle azioni di responsabilità sociale e ambientale.

Chi gestisce un’impresa green non crede che per rilanciare l’economia si debbano aumentare i consumi. È necessario altresì valorizzare qualità e bellezza culturale e ambientale, incrementando la manifattura e la produzione legata alla territorialità, senza trascurare di predisporre le certificazioni ambientali di prodotto e organizzazione.

Le imprese che intendono investire nell’eco-innovazione chiedono una riforma fiscale che riduca i prelievi sui redditi del lavoro e dell’impresa e incrementi quello sul consumo di risorse, sull’inquinamento, e sull’emissione di CO2; che faciliti l’acceso al credito e promuova investimenti ad hoc per la green economy. Quello che ancora manca è anche una politica di sostegno alle imprese nel settore dell’utilizzo sostenibile delle materie prime, nonché una promozione del partenariato pubblico/privato fra le università, gli enti di ricerca, le imprese e le amministrazioni locali per il sostegno di progetti nazionali ed internazionali.

“Le imprese della green economy” ha detto il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, nel corso degli Stati Generali “sono imprese nuove che creano nuovi posti di lavoro. Dobbiamo aiutare queste realtà con regole semplici, certe, che durino nel tempo”.

Esistono poi barriere culturali (non è ancora definita una consapevolezza ecologica né tra gli imprenditori né nei cittadini) e formative (mancano le professionalità che sappiano coniugare competitività e sostenibilità ambientale). Per questo è necessario attivare processi di formazione ed informazione che sappiano preparare nuove competenze ed aiutare le imprese già avviate ad una riconversione green, ma anche determinare un cambiamento nello stile di vita e nell’approccio culturale verso il mondo dell’eco-innovazione.

Nel corso degli Stati Generali è stato approfondito il tema dello sviluppo dell’agroalimentare nelle cinture verdi urbane: come riqualificare le periferie e tutelare le aree verdi promuovendo le imprese agricole. La produzione di beni alimentari di qualità attraverso tecniche a basso impatto ambientale nelle aree periurbane può favorire lo sviluppo di attività di filiera corta: farmer markets dove acquistare alimenti a km zero, vendita diretta, fornitura a mense pubbliche, ma anche attività didattiche, formative e sociali, come l’accompagnamento terapeutico di varie forme di disagio. Iniziative che possono aiutare gli abitanti delle periferie a riscoprire il verde che li circonda, vivere in armonia con l’ambiente ed apprezzare i prodotti della terra a cui appartengono; e per i giovani nuove opportunità di occupazione.

Altra tematica focalizzata è stata quella del trattamento dei rifiuti, una forma di eco-business che può creare nuovi posti di lavoro. È stato presentato il progetto LIFE+12EMeRES, coordinato dal professor Francesco Di Maria del Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli Studi di Perugia, basato sulla raccolta ed il riciclo dei rifiuti con l’introduzione di nuovi approcci tecnologici, metodologici e di processo: si riciclano le materie contenute nei rifiuti non solo per ridurne il consumo, a vantaggio dell’ambiente, ma si estraggono materie prime rare, preziose e strategiche per l’industria.